09 Luglio 2018

"Ho scelto la Lazio per l'aquila ma anche per distinguermi dal branco"
di Stefano Greco

“Ho scelto di diventare laziale da piccolo, anche se sono nato al Quarticciolo che è sempre stato un feudo giallorosso e i laziali erano una sorta di mosche bianche da quelle parti. Ho scelto la Lazio perché mi piaceva l’idea di sentirmi differente, di distinguermi dal branco. E poi ero affascinato dall’aquila, il simbolo della Lazio. Mi è sempre piaciuta l’aquila, abbinata a quei colori biancocelesti che simboleggiano la purezza del cielo. E, quella cotta infantile, con il passare degli anni si è trasformata in vero amore, di quelli che durano per sempre”.

Laziale per scelta e per passione, laziale per sempre e nonostante tutto. Sembra la storia di ognuno di noi, di uno tra le decine e decine di migliaia di tifosi senza nome e senza volto: invece questa è la storia di Paolo Di Canio, il ragazzo ribelle, quello amato e odiato con la stessa intensità e senza mezze misure, perché quella del ragazzo del Quarticciolo è una storia estrema, come la vita di questa tormentata società e come le idee, politiche e non, del talentuoso ragazzo scoperto da Volfango Patarca. Anzi, più di Nesta o Di Vaio, Paolo Di Canio può essere considerato quasi il vero figlio di quello straordinario scopritore di talenti che risponde al nome di Volfango Patarca che ci ha lasciato pochi mesi fa, un personaggio che ha dedicato la sua vita alla Lazio per forgiare nel settore giovanile biancoceleste piccoli uomini destinati a diventare grandi giocatori. Il romanzo della sua vita è il racconto di una storia d’amore e di emozioni forti, ma anche di rotture e di polemiche infinite, provocate anche dal troppo amore di Paolo Di Canio per la Lazio ma, soprattutto, dalla sua incapacità di essere normale e quindi dall’impossibilità di essere inquadrato in schemi troppo rigidi. Dentro o fuori dal mondo Lazio. È una delle tante storie fantastiche e al tempo stesso maledette di questa società, con quel numero nove a fare da filo conduttore. Sì perché, anche se Paolo attaccante puro non lo è mai stato e tantomeno può essere ricordato come un centravanti, è entrato nella leggenda per un gol segnato con il numero nove sulle spalle. Per essere stato l’unico nella storia del derby ad andare a esultare sotto la Curva Sud non una, bensì due volte, e a distanza di sedici anni esatti. Come Chinaglia e più di Chinaglia, anche se l’idolo di Paolo Di Canio si chiamava Bruno Giordano e il suo modello d’ispirazione era Michael Laudrup: uno mite dentro e fuori dal rettangolo di gioco, quindi lontano anni luce dal suo modo essere.

La sua è una delle tante storie di Lazio che nascono con i connotati della favola e che si chiudono senza quel lieto fine che ha sempre caratterizzato le favole. Almeno quelle che ci raccontavano da bambini. E oggi, quel romanzo iniziato il 9 luglio del 1968, in un’estate di rabbia e contestazione giovanile, è arrivato a pagina 50. Cinquant’anni sulla carta d’identità, ma l’animo e la mente di un ragazzo, perché quelli come Di Canio non invecchiano mai dentro. Paolo ora è un uomo, ma a differenza di quello che succede a tanti di noi, la vita non lo ha cambiato più di tanto. Perché lui, nato Ultras dentro, ha deciso di vivere sempre da  IRRIDUCIBILE, senza accettare compromessi, senza mettere nel cassetto idee e ideali, senza derogare a quelle regole che si è dato fin da ragazzino, quando combatteva ogni giorno al Quarticciolo per  “sopravvivere” in un quartiere di romanisti.

Quella di Paolo è una storia di periferia, di quartieri dormitorio, di famiglie numerose costrette a vivere in piccoli appartamenti. Una storia di sudore e di orgoglio, quello di papà Ignazio che si spacca la schiena per regalare un futuro a quei quattro figli maschi che gli ha regalato sua moglie Pierina. “Una santa”, l’ha definita Paolo nella sua autobiografia, “sopravvissuta a cinque maschi Di Canio che le giravano per casa. Abituata a combattere in solitudine guerre quotidiane, perché noi eravamo cinque e lei era sola. Ma se la cavava sempre perché sapeva come trattarci e tenerci a bada”. Cinque uomini che discutono, litigano e ne combinano di tutti i colori. Specie, l’ultimo, quel Paolo nato nel 1968 e che, fin dal primo vagito, ha respirato l’elettricità dell’aria di quel periodo, di quegli anni di contestazione e rivolte. Un piccolo rivoluzionario con l’attitudine a ficcarsi sempre nei guai.

In una città in cui si vive più di soprannomi che di nomi veri, al Quarticciolo Paolo per tutti è solo e semplicemente “Pallocca”, che tradotto dal romano significa “grassottello”. Anche se, a vederlo oggi a 50 anni, con i muscoli ancora scolpiti e tirato come e più di  tanti calciatori in attività, riesce difficile immaginarlo “paffuto”. Invece, da piccolo, Paolo Di Canio ha seri problemi di peso ed è ai limiti dell’obesità a causa di una disfunzione. E, per colpa dei troppi chili in eccesso, ha le gambe a X ed è costretto a portare scarpe ortopediche per raddrizzarle. Insomma, nel piccolo Pallocca, tutto si può vedere meno che un atleta o un futuro campione. Invece, mostrando i tratti di quel carattere da maniacale perfezionista che poi hanno caratterizzato tutta la sua vita, Paolo si sottopone a lunghissime sedute di nuoto. Ore e ore in piscina, un qualcosa di odioso per un ragazzino di 6-7 anni, ma che per Pallocca diventa una sfida da vincere a tutti i costi. È solo la prima di tante sfide e la vince nel giro di pochi mesi.

La storia di Paolo Di Canio l’ho raccontata in “Maledetto nove” e oggi non vi posto tutto il capitolo, anche perché sono 57 pagine, una sorta di libro nel libro. Vi regalo solo alcune righe, perché soprattutto in quel cappello iniziale in cui Paolo racconta perché ha scelto di diventare laziale c’è tanto, forse tutto. C’è soprattutto l’essenza della Lazialità e del perché in tanti abbiamo scelto di diventare laziali: a dispetto dei risultati e della consapevolezza che con quella scelta ci condannavamo ad essere sempre e comunque minoranza, ma aquile libere in un branco di lupi…

Non vi sto a raccontare gioie e dolori di quella carriera in cui Paolo è passato mille volte dalla polvere all’altare e viceversa, dal rischio di una gamba amputata alla maglia della Nazionale. Non vi sto a raccontare pregi e difetti di un personaggio che ha sempre diviso e che è destinato per DNA a continuare a dividere e a far discutere, tra chi lo ama alla follia e chi non lo sopporta. Senza vie di mezzo, come siamo spesso noi laziali sospesi sempre tra amore e odio. Paolo ha discusso con tutti nella sua vita: dai presidenti (Calleri e Lotito in testa) agli allenatori (con Trapattoni e Capello è quasi venuto alle mani…), per finire con i compagni di squadra e i tifosi. Specie quelli della Lazio.

“Non è un mio problema se i tifosi ci rimangono male se io dico quello che penso della Lazio. Quando mi si fa una domanda io rispondo sinceramente e non sento la necessità di dover fare una distinzione. Per quanto riguarda lo scindere la società dalla tifoseria, rispondo che io non sono un ex giocatore che vive di radio o cose del genere, e che quindi si deve accaparrare i favori dell’ambiente. Commento in modo professionale e schietto: questo è il mio modo di essere, da sempre. Credo che sia da stupidi pensare che io non sia più laziale: e se questo è il mondo che circonda la Lazio, preferisco non seguirlo. Sono sempre stato un uomo solo e me ne vanto, perché quello che ho fatto l’ho sempre fatto con le mie forze. E quando dico quello che penso lo dico sempre, che sia a mia figlia oppure al mio migliore amico. Non mi interessa dire cose carine quando non le penso, sarebbe ipocrita. Non mi interessa quello che dice la gente, io sono laziale e nasco laziale, quindi non devo ripeterlo ogni giorno per dimostrarlo. Tra l’altro, i valori che hanno sempre contraddistinto il popolo biancoceleste oggi si sono un po’ persi. Allenare la Lazio? Mai, finché c’è Lotito. Lui a me non piace e questo non è certo un mistero. Se io non piaccio a lui nemmeno lo so. E neanche mi interessa”.

Lui è così, prendere o lasciare. La vita di “Pallocca” è fatta di sogni, inseguiti, realizzati anche quando gli eventi della vita rischiavano di trasformarli in incubi. Crescendo, si cambia. E Paolo sotto certi versi è cambiato, molto. Adesso è più sereno, meno folle e meno incazzato con il mondo che lo circonda. Ma ci sono cose di Paolo Di Canio che non cambieranno mai e che nessun evento potrà mai modificare. Una di queste, è il modo in cui affrontare la vita, sempre a testa alta e a petto in fuori, fregandosene di recitare un ruolo non suo per piacere agli altri. Il suo essere integralista sempre e comunque, pure a costo a volte di diventare irritante e di far arrabbiare o allontanare anche chi gli vuole bene, da sempre. Per lui è tutto bianco o nero, possibilmente nero e comunque senza sfumature. Le maschere non le ha mai sopportate, neanche a Carnevale, figuriamoci quelle che in molti sono costretti a indossare tutti i giorni per restare a galla in un mondo del calcio caratterizzato da troppi compromessi. Quelli che lui non ha mai accettato, tantomeno quando gli sono stati posti come condizione per chiudere la carriera con quella maglia numero nove biancoceleste che ha sempre sentito sua come una seconda pelle.

“Me ne frego delle convenzioni, me ne frego di essere politically correct, di piacere alla gente o di essere considerato il ragazzo ideale che ogni mamma sogna per sua figlia. Io faccio e dico sempre quello che penso, ed ho sempre pagato sulla mia pelle gli errori che ho fatto o il mio modo di essere. Sono fuori dalla Lazio proprio perché, anche in quel caso, ho detto sempre quello che pensavo e qualcuno me l’ha fatta pagare, ma ne sono orgoglioso, perché io sono un uomo. Io, sono Paolo Di Canio”.

E allora, auguri “Pallocca”… Anzi, auguri a Paolo Di Canio, l’IRRIDUCIBILE che ha scelto l’aquila e la Lazio per distinguersi dal branco.




Accadde oggi 16.07

2003 Vigo di Fassa, Salorno-Lazio 0-11
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Rapp.Bellunese-Lazio 0-8

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Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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