07 Luglio 2018

Le dimissioni di Buccioni sono un gesto d'amore e un atto d'accusa...
di Stefano Greco

“Cos’è la Lazio per me? È la compagna inseparabile della mia vita”. Per affrontare il discorso legato alle dimissioni di Buccioni dalla carica di presidente della SS Lazio, non posso non partire da questa frase che Antonio ripete da sempre. Perché non è una frase fatta, ma una sorta di promessa di amore eterno fatta sull’altare, un “per sempre” pronunciato con il cuore che vale nella buona come nella cattiva sorte. Soprattutto nella cattiva sorte, perché la storia della Lazio è piena di momenti difficili, di battaglie combattute per consentire all’aquila di continuare a volare libera e fiera nei cieli di Roma. Un’impresa sempre più difficile, perché in questa città calcio centrica non c’è spazio per gli altri sport: mancano le strutture, mancano gli imprenditori disposti a supportare gli sport minori e, soprattutto, è venuto meno l’appoggio e il sostegno dei laziali. Sì, perché a parole siamo tutti orgogliosi della Polisportiva, tutti gonfiamo il petto parlando del numero sempre crescente di sezioni e della Polisportiva più antica e grande d’Europa. Nei fatti, però, Antonio Buccioni da anni si trova sempre più solo a sventolare la bandiera biancoceleste con l’aquila.

Le dimissioni di Antonio Buccioni, non sono né una resa né un tradimento, non sono né dovute alla stanchezza (anche se 38 anni di battaglie nel nome della Lazio sono tanti…) né alla voglia di staccare la spina. Perché in questi anni di bandiere strappate, di valori calpestati o dispersi, se penso ad un porta bandiera della Lazialità, l’unico nome che mi viene in mente è quello di Antonio Buccioni. Non tanto e non solo perché Antonio è il presidente della Polisportiva, sarebbe banale, quanto perché lui e la Lazio sono, da sempre, un binomio inscindibile. Le dimissioni di Antonio Buccioni dalla carica di presidente della SS Lazio, sono un atto di ribellione, un urlo disperato rivolto a tutti, in modo particolare verso quelle istituzioni che da anni non ascoltano, oppure promettono in vista delle elezioni e poi ad urne chiuse dimenticano.

Non a caso, dopo l’annuncio delle dimissioni c’è stato il silenzio assoluto da parte delle massime istituzioni: silenzio da parte della sindaca Raggi e del suo staff, silenzio da parte del presidente della Regione Zingaretti, dei consiglieri e degli assessori. Già, perché se c’è da parlare dello stadio della Roma stanno tutti in prima fila, pronti a mettersi in mostra o a sorridere davanti alle telecamere o ai riflettori. Ma se c’è da parlare della casa della Lazio, del museo laziale, di sezioni della Polisportiva che non riescono ad andare avanti per mancanza di impianti e di sostegno, allora tutti si eclissano. Comune in testa. Quel Comune di Roma che negli ultimi due lustri magari ha versato milioni e milioni di euro a imprenditori amici sotto forma di sponsorizzazioni (tanto per non fare nomi, il binomio Acea-Virtus Roma di basket), ma che davanti alla richiesta di trasformare il Flaminio (impianto di proprietà del Comune) in una casa dello sport laziale, con tanto di museo della Polisportiva, ha promesso e non mantenuto per anni, fino ad arrivare allo stato di assoluto degrado e abbandono in cui versa oggi un impianto considerato un patrimonio artistico. Ma solo a parole.

Antonio Buccioni ripete che lui è solo il “custode” di un patrimonio di ricordi e che la sua missione, oltre a quella di portare avanti la Polisportiva, è quella di dare alla Lazio un giorno un vero museo in cui esporre tutti quei pezzi di storia. Un museo che doveva sorgere all’interno dello Stadio Flaminio, un progetto per mille motivi finito in un cassetto in attesa che qualcuno decida che cosa fare per restituire a Roma, ai romani e soprattutto ai laziali quell’impianto che oggi verso in una stato di completo abbandono, con erbacce alte quasi un metro dove c’era una volta il terreno di gioco e con piccoli alberi cresciuti tra le crepe degli spalti in cemento armato.

E vedere il Flaminio ridotto in quelle condizioni è come una coltellata al cuore per ogni laziale vero che, da sempre, sogna di veder diventare un giorno quell’impianto la casa definitiva di questa società. Non solo della Lazio Calcio, ma di tutta la Polisportiva.

Già, la Polisportiva. Antonio Buccioni è diventato presidente generale della S.S. Lazio ad ottobre del 2005, ereditando quella carica dopo la morte del presidentissimo Nostini, del quale è stato consigliere e vice per una vita. Renzo Nostini è stato per tutti i laziali un esempio e una guida, per Antonio Buccioni quasi un secondo padre e un maestro di Lazialità. Al contrario di Nostini, olimpionico di scherma, Antonio Buccioni non è stato un grande atleta, ma conosce e ama tutti gli sport come se li avesse praticati, anche se ha da sempre un debole per il nuoto e per la pallanuoto, che insieme al canottaggio sono da sempre dei fiori all’occhiello della Polisportiva, discipline che in oltre 100 anni di storia hanno sfornato decine di atleti che hanno rappresentato l’Italia a mondiali e olimpiadi.

E proprio di pallanuoto voglio parlare in questo articolo, perché la situazione della SS Lazio pallanuoto è emblematica e, per certi versi, è stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo e che ha portato Antonio Buccioni al gesto estremo di lasciare la carica di presidente della SS Lazio.

È impossibile restare indifferenti alla disintegrazione della squadra di pallanuoto, oggi (calcio a parte e senza offesa per le altre sezioni) fiore all’occhiello della polisportiva. Da anni questa squadra fatta integralmente da romani e laziali, da ragazzi costruiti in casa in quello che è considerato uno dei migliori settori giovanili d’Italia, gioca in Serie A senza avere uno straccio di sponsor. E si salva senza schierare stranieri, battendo società che hanno alle spalle sponsor e appoggi da parte delle istituzioni locali perché è modello di efficienza e di abnegazione, un esempio luminoso di buoni progetti realizzati anche in assenza di mezzi. E i risultati ottenuti da questa squadra sono un atto di condanna senza appello verso chi governa questa città, ma anche verso l’ambiente laziale. Una volta, ai tempi di Gian Chiarion Casoni, intorno al presidente della Lazio Calcio c’era una sorta di comitato di amici (di cui facevano parte molti soci del Circolo Canottieri Lazio ma anche di altri circoli importanti della Capitale) che era sempre pronto a sostenere la polisportiva, anche finanziariamente. Non solo con interventi personali, ma aiutando le varie sezioni della polisportiva a trovare sponsor, oppure imprese o imprenditori pronti a investire nello sport. Così, sotto la guida di Gian Chiarion Casoni sono arrivate in Serie A la sezione di pallavolo e quella di Pallamano, senza parlare delle grandi annate giocate in Serie A dal basket, dal rugby, oppure degli scudetti vinti dalla Lazio di hockey su prato e dalla Lazio femminile di Softball (addirittura 6 scudetti tra il 1982 e il 1991 per il baseball in gonnella). Oggi, di quel patrimonio è rimasto poco o nulla, purtroppo. Restava quella Lazio di pallanuoto che poche settimane fa ha conquistato l’ennesima salvezza che vale come uno scudetto. Ma ora anche questa sezione rischia di dover subire lo stesso ridimensionamento, per mancanza assoluta di sostegno da parte di imprenditori di fede laziale ma anche delle istituzioni.

L’immagine di Luca Di Rocco, costretto a lasciare in lacrime e singhiozzando la casa laziale dopo quasi 10 anni di militanza perché a 29 anni un’altra squadra gli ha offerto un contratto economico che a quell’età non si può rifiutare (e che la Lazio non gli può garantire), è un’immagine che non può che commuovere ogni laziale vero ma è anche un segnale di resa che non può non scatenare una reazione di rabbia e frustrazione davanti all’impossibilità di scongiurare l’ennesimo ridimensionamento di una delle sezioni di questa polisportiva. Ecco, questa è la goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo. Questo senso di impotenza, ma al tempo stesso di indifferenza e di sordità da parte delle istituzioni davanti ai continui appelli, ha convinto Antonio Buccioni a dire basta, per squarciare con il suo gesto clamoroso questo velo di silenzio. Ma, come detto prima, da parte di sindaco e presidente della Regione c’è stato solo silenzio. L’unico che ha mostrato un minimo di solidarietà (almeno a parole) è stato il presidente del Coni Giovanni Malagò, che in un lungo messaggio su twitter ha scritto:  “Impossibile trovare una persona con più umanità, capacità e senso di appartenenza. Un dirigente che ha fatto dei colori sociali una ragione di vita. Il mondo dello sport tributa un saluto speciale al grande Antonio Buccioni che lascia la presidenza della S.S. Lazio”. Per il resto, come detto, nulla. Anche dalla Lazio Calcio, silenzio assoluto. Ma non è una cosa che riguarda solo Lotito, ma anche chi lo ha preceduto.

La Lazio Calcio, doveva essere il vero motore dell’intera polisportiva, invece ha sempre marciato in solitudine, a differenza di quello che succede, ad esempio, a Barcellona, a Madrid, oppure in Germania, dove lo sponsor del calcio sponsorizza anche il resto delle sezioni. Noi la grande occasione l’abbiamo sprecata nel decennio d’oro cragnottiano, quando sull’onda dei successi della squadra di calcio grandi marchi si sono avvicinati al calcio e dovevano essere coinvolti in tutta l’attività di una polisportiva che allora aveva tante sezioni che stavano al vertice nei rispettivi sport. Penso alla Siemens, penso alle grandi compagnie di assicurazioni che si sono avvinate alla Lazio Calcio e che avrebbero sicuramente tratto vantaggio da un matrimonio con una Polisportiva che conta decine di sezioni, migliaia di atleti e di famiglie. Invece, nulla di nulla. E tra indifferenza e disinteresse verso la sorte delle altre sezioni della polisportiva, siamo arrivati al punto di oggi, quasi al rischio estinzione che ha portato Antonio Buccioni a questo gesto tanto clamoroso quanto disperato.

Conoscendo bene Antonio, so quanto amore c’è in quelle poche righe con cui ha annunciato le sue dimissioni dalla carica di presidente della polisportiva. Ecco, se chi può fare qualcosa resta impassibile anche davanti a questo gesto, allora è veramente finita. Non solo per la Polisportiva Lazio, ma per tutto lo sport di questa città che oramai vive e si nutre solo ed esclusivamente di calcio.




Accadde oggi 16.07

2003 Vigo di Fassa, Salorno-Lazio 0-11
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Rapp.Bellunese-Lazio 0-8

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Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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