04 Luglio 2018

5.7.1987: il giorno della resurrezione...
di Stefano Greco

Il 5 luglio del 1987, sta alla Lazio come il 9 gennaio del 1900. Perché se quella del 9 gennaio è ricordata come la data della nascita di un ideale e della fondazione di questa società, il 5 luglio del 1987 segna la rinascita della Lazio Calcio, il punto di ripartenza di una società che per un anno e mezzo ha camminato sull’orlo del burrone e che da quel momento in poi ha potuto gettare le basi per un futuro completamente diverso. Per questo, come ho detto e scritto più volte, quella salvezza conquistata dalla “Banda del meno nove” vale quanto e forse ancora di più di tutti i trofei vinti dal 1998 a oggi, anche perché senza quella salvezza la Lazio forse sarebbe sparita o, comunque, sarebbe dovuta ripartire come è successo ad altre grandi dai Dilettanti, cancellando quasi 90 anni di storia.

È difficile raccontare a chi non le ha vissute le emozioni e le sensazioni di quei 12 mesi, dal giorno della retrocessione in Serie C alla fine del processo di primo grado alla salvezza conquistata sul campo a Napoli al triplice fischio di Casarin nella sfida con il Campobasso, dalle lacrime di dolore del 26 luglio 1986 a Gubbio alle lacrime di gioia del 5 luglio 1987 a Napoli. Quello è stato un anno da cuori forti, vissuto sull’ottovolante, senza avere mai la possibilità di respirare o di rilassarsi. Perché nell’unico momento in cui la squadra si è rilassata e ha pensato di aver portato a termine la missione, si è ritrovata nuovamente nelle sabbie mobili, spinta giù da quella zavorra rappresentata da quei 9 punti di penalizzazione.

È difficile, oggi, parlare di sopravvivenza, di sofferenza, di migliaia di persone in marcia ad agosto per le vie di Roma per protestare contro una decisione ingiusta e che per 11 mesi hanno poi marciato al seguito della Lazio per trasmettere forza e energia ad una squadra assemblata in poche settimane e chiamata a fare subito gruppo per compiere un’impresa destinata a restare nella storia. Il calcio è cambiato, le televisioni e i troppi soldi hanno trasformato questo sport in un’industria senza anima in cui si parla solo di milioni di euro e di bilanci. E quasi mai si parla di cuore, di passione, di sogni, ovvero di quelli che sono stati da sempre gli ingredienti fondamentali di quel filtro d’amore che ogni tifoso ha bevuto la prima volta che ha messo piede dentro uno stadio, in quel giorno in cui è stato rapito per sempre dai colori, dal frastuono delle voci e dei cori, da quell’atmosfera magica che c’era una volta all’interno dei nostri stadi, anche se erano brutti, vecchi e scomodi. Quando sento parlare oggi di stadi scomodi e obsoleti come causa dei tanti vuoti sugli spalti, mi viene da ridere ripensando ai gradoni freddi di San Benedetto, alla tribuna in panche di legno e tubi Innocenti di Cesena, alla rete da galline che nella curva di Ferrara separava la curva dal campo, all’albero che c’era sugli spalti all’interno della curva di Catanzaro, oppure al prato nel parterre della curva di Firenze dove aspettando la partita si giocava in 100 con un solo pallone in un tutti contro tutti in cui fisicamente si rischiava di più che negli scontri con i tifosi avversari. Chi ha vissuto quegli anni sa di cosa parlo, chi non li ha vissuti non capirà mai perché tanti di noi della vecchia guardia si sono staccati da questo calcio senza anima, in cui la fanno da padroni presidenti che sanno parlare solo ed esclusivamente di soldi, misurando tutto in centinaia di migliaia o di milioni di euro.

Oggi, come ogni 5 luglio mi sono rivisto le foto di Napoli, il filmato del gol di Poli e le splendide immagine di quel giorno filmate da Michele Plastino e da Valentino Tocco. Erano i tempi in cui una piccola TV privata faceva quello che fanno oggi SKY e Mediaset, ma con un centesimo dei mezzi di oggi e con un cuore che oggi non c’è nelle immagini di questo calcio moderno. Oggi mi sono rivisto le lacrime di Carlo Regalia che stravolto dalla tensione non riusciva neanche ad aprire bocca, mi sono rivisto il volto stravolto del sergente di ferro Fascetti, ho risentito il bestemmione con cui il “muto” Acerbis ha rotto un silenzio durato un anno, mi sono rivisto la camminata nel tunnel degli spogliatoi di Giuliano Terraneo e Giuliano Fiorini abbracciati e finalmente rilassati dopo un anno vissuto in apnea. Ecco, per me quella è la Lazio… Me ne frego dei trofei e di tutto il resto, perché se non c’è anima non c’è emozione. E l’anima, come la classe, non è un qualcosa che puoi comprare al supermercato: o ce l’hai, o niente.

In tanti cercano di convincermi che sono io quello che ha perso l’anima, quello che è incapace di provare emozioni perché si è indurito. Non è così e se mai avessi avuto qualche dubbio me lo sono tolto in questi ultimi mesi. Mi sono emozionato e commosso per la vittoria ottenuta all’Olimpico contro il Salisburgo, ad esempio, perché quei ragazzi e il loro allenatore hanno dimostrato di avere cuore e anima. Mi sono emozionato durante i mondiali vedendo il filmato di quei 10.000 e passa tifosi argentini che cantavano sotto l’albergo per caricare la squadra prima della sfida con la Nigeria, con i giocatori che sono usciti dall’albergo e hanno preso i tamburi e si sono messi a suonare e cantare con i tifosi. Mi sono commosso vedendo James Rodriguez scendere dal pullman per andare a regalare un momento indimenticabile ad un piccolo tifoso e davanti all’immagine di Tabarez che cerca le stampelle per alzarsi dalla panchina ed esultare, ho provato i brividi vedendo i filmati dei pre partita dei tifosi inglesi che cantavano ubriachi (e non solo di felicità) per le vie di Mosca. Perché quelle immagini mi hanno riportato indietro nel tempo, all’essenza del calcio di una volta. Quell’essenza che noi in Italia, purtroppo, abbiamo perso ma che, per fortuna, in altri posti è ancora viva. E non è un caso se in quelle nazioni gli stadi sono pieni e se quando quelle nazionali giocano una manifestazione internazionale hanno sempre decine di migliaia di tifosi al seguito. Per questo, ogni 5 luglio provo un brivido, come se non fossero passati più di 30 anni da quel pomeriggio afoso vissuto dentro al San Paolo. Inutile raccontare il pre e il post partita, inutile raccontare quei 90 minuti di sofferenza, perché oramai li conoscono tutti visto che fanno parte della nostra storia e sono tramandati di generazione in generazione grazie ai racconti di chi c’era: con la voce o con un libro, non fa nessuna differenza. L’importante è ricordare che cos’è e che cosa è sempre stata la Lazio: una scelta di vita, un’emozione che ti scuote anche se stati viaggiando verso i 60 anni e la vita ti ha indurito.

Per questo amo e amerò sempre Eugenio Fascetti e i suoi ragazzi. Per questo, ho sempre messo la “Banda del meno nove” sullo stesso gradino del podio in cui ci sono la Lazio di Maestrelli e quella di Sven Gora Eriksson, costruite da due personaggi completamente diversi come Umberto Lenzini e Sergio Cragnotti. Entrambi amati e contestati, applauditi, osannati, fischiati e addirittura insultati, perché questo è il destino di tutti i presidenti:passare dalla polvere all’altare (e viceversa) a seconda dei risultati O meglio, lo era…




Accadde oggi 16.07

2003 Vigo di Fassa, Salorno-Lazio 0-11
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Rapp.Bellunese-Lazio 0-8

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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