01 Luglio 2018

L'incredibile storia del "maestro" Tabàrez
di Stefano Greco

“A volte sto meglio, a volte sto peggio. Ma, fino a quando Dio me lo permetterà, io continuerò ad allenare”. In questo Mondiale che fino a ieri aveva offerto ben poche emozioni e tanti sbadigli, c’è già un vincitore, qualcuno che non deve aspettare il 15 luglio per alzare al cielo il suo trofeo, perché lo ha già vinto entrando in campo, con le sue gambe, il 15 giugno scorso a Ekaterinburg, per guidare la sua “Celeste” a Russia 2018, forse per l’ultima grande avventura di una carriera lunga e gloriosa. Sto parlando di Óscar  Washington Tabárez Silva, per tutti solo e semplicemente “il maestro”. E quando noi laziali sentiamo o leggiamo la parola “Maestro”, siamo percorsi da un brivido che ci attraversa il corpo come una scarica elettirca.

Óscar Washington Tabárez Silva, 71 anni compiuti il 3 marzo scorso, è malato ma non si nasconde agli occhi del mondo perché il “maestro” non può lasciare soli i suoi allievi. Quindi dirige gli allenamenti stando seduto su una di quelle carrozzine a quattro ruote, entra in campo con la stampella e sorretto dai suoi assistenti e quando l’Uruguay segna lui prima di esultare cerca la sua stampella per alzarsi e andare verso i suoi giocatori. E i suoi ragazzi lo cercano con gli occhi, sempre, perché da lui prendono la forza per andare oltre ogni ostacolo e per lui si butterebbero nel fuoco. Quanto stride questa immagine con quella di un Sampaoli commissariato che esultava in solitudine per i gol dell’Argentina, messo alla porta dalla squadra e lasciato lì a fare quasi la marionetta dalla sua federazione.

Quando due anni fa gli hanno diagnosticato la sindrome di Guillan-Barrè, una rarissima malattia che colpisce il sistema nervoso periferico, il “maestro” non si è perso d’animo. Era il 2016 e lui, anche se palesemente sofferente, era andati in panchina in Coppa America per guidare i suoi ragazzi. Non è andata bene, perché l’Uruguay (come il Brasile) non ha neanche superato la fase a gironi, sconfitto da Messico e Venezuela con all’attivo una sola vittoria nell’ultima e inutile sfida con la Giamaica. Un altro ct, dopo un simile flop sarebbe stato cacciato in un amen, ma non il “maestro” che siede su quella panchina dal 2006. In Uruguay, paese di 3,5 milioni di anime (la maggior parte emigrati spagnoli e italiani) incastrato tra Brasile e Argentina, il calcio è una religione. Questo piccolo paese che ha gli abitanti di Roma e poco più della metà della superficie dell’Italia, nel calcio ha vinto più degli inglesi che il calcio lo hanno inventato: due titoli mondiali, il primo della storia nel 1930 e quello storico, conquistato contro gli odiati brasiliani proprio al Maracanà, il 16 luglio del 1950. Data che in Brasile è diventata giorno di lutto nazionale, perché non sono bastati neanche i cinque titoli vinti successivamente per cancellare quell’onta, per rimarginare quella ferita. E Óscar Washington Tabárez Silva, maestro a scuola in campo e nella vita, è il simbolo di questo Uruguay: molto più di Cavani e Suarez.

Un anno fa, alla vigilia di un’amichevole con l’Italia, ai giornalisti italiani che lo avevano conosciuto e apprezzato quando aveva allenato Cagliari e Milan, rispondendo a una domanda su suo stato di salute aveva risposto con il sorriso, in modo educato ma con grande fermezza e la solita ironia: “Mi chiedete come sto? Più vicino alla fine che all’inizio. Ma le grandi sfide mantengono vive le persone”. Per questo nonostante la malattia Tabárez sta lì al suo posto, in panchina: perché il calcio è una ragione di vita, uno stimolo per continuare a lottare contro la malattia. Ma anche per dare l’esempio e trasmettere forza ai suoi ragazzi, come per dire: “Se ce la faccio io, ce la potete fare anche voi”. Per questo i suoi giocatori lo amano, per questo un intero paese che vive di pane e pallone lo venera.

“Se riusciamo a vincere qualche altra partita, come ci è successo in Sudafrica, riceverò di nuovo lettere da signore di 80 anni che mi dicono che odiavano il calcio ma che dopo aver visto giocare la nazionale hanno voglia di scendere in strada ed abbracciare il primo sconosciuto. L’Uruguay per questo Mondiale è tutto biancazzurro: palloncini, striscioni, bandiere, le strisce pedonali… è una cosa che fa sentire orgogliosi di questo sentimento che abbiamo verso il calcio nel nostro Paese”.

Non è solo un maestro di calcio e di vita Óscar Washington Tabárez Silva, è anche una persona di una cultura infinita, un poeta in questo mondo pallonaro che ha venduto l’anima e la poesia del gioco al business. Così, mentre ieri Sampaoli esibiva muscoli, tatuaggi e pancetta prominente mentre camminava come un ossesso nell’area tecnica, Tabárez stava seduto in panchina, dava indicazioni con quel filo di voce che gli resta e parlava con gli occhi ai suoi ragazzi, ma il messaggio arrivava sempre preciso, dritto al cuore, mentre le urla di Sampaoli si perdevano nel vuoto: da una parte un uomo solo dentro uno stadio immenso, dall’altra un piccolo uomo piegato dalla malattia sorretto dai suoi ragazzi, dal suo staff e da un intero popolo che dopo la vittoria sul Portogallo lo ha portato idealmente in trionfo.

Ora c’è la Francia, un altro 8000 metri da scalare con le stampelle, ma Tabàrez non si arrende e non si sente affatto battuto in partenza. È pronto a lottare, come sta facendo da anni contro questa malattia che si manifesta con debolezza e formicolio alle gambe, che poi si diffondo alle braccia e al tronco, causando intorpidimento nel corpo, dolori muscolari e mancanza di coordinazione nei movimenti, fino a provocare la paralisi quasi totale della persona.

“La Francia ha giocatori incredibilmente veloci. Ci proveremo e daremo il nostro meglio. Siamo ai quarti ma siamo qui per giocare tutte e sette le partite, fino alla finale di Mosca”.

E allora, se è vero che anche il calcio moderno tutto business e immagine a volte regala queste favole, la speranza di tutti e che quella di Tabàrez e del suo piccolo Uruguay abbia un lieto fine. Anche se la strada è ancora lunga e dopo la Francia sulla sua strada il “Maestro” potrebbe trovare il Brasile di Adenor Leonardo Bacchi, detto Tite, soprannominato “il professore” perché come Tabàrez anche lui è laureato, per la precisione in scienze motorie. Un ex calciatore che ha dovuto appendere gli scarpini al chiodo alla soglia del 30 anni a causa dei gravi infortuni alle ginocchia che gli impedivano non solo di correre, ma a volte anche solo di camminare. Ma questa, è un’altra storia. La vera storia di questo Mondiale di Russia 2018 è quella del “Maestro” Tabàrez e dei suoi ragazzi…




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

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Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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