12 Giugno 2018

Cava dei Tirreni, l'ultima battaglia da Ultras
di Stefano Greco

A volte, basta una foto o un filmato per scardinare la serratura del baule in cui sono chiusi i ricordi più preziosi. Oppure una data, un giorno a cui sono legate emozioni che ti sono rimaste impresse sulla pelle come una ferita o un tatuaggio. Oggi, quasi per caso, scorrendo le pagine del mio archivio per decidere quale storia raccontare in una domenica che ci porta verso l’estate, mi rendo conto che il 12 giugno è una di quelle date che in un certo senso hanno segnato la mia vita, una piccola storia che merita di essere raccontata, dall’inizio di quella stagione per arrivare all’epilogo.

Nel 1982, in Curva Nord nascono due nuovi gruppi: gli ultras 74 e il Gruppo Rock. Io nel 1982, a 20 anni, sono diviso tra calcio e politica. Sono un Ultras, faccio parte del direttivo degli Eagles’ Supporters, ma a febbraio del 1982 inizio a fare il giornalista sul serio. Parto con una piccola collaborazione con la redazione romana de «il Resto del Carlino», ottenuta grazie a Mauro Mosconi, un amico di famiglia che ha letto alcune cose che ho scritto e si convince che sono nato per fare questo lavoro. È il primo a capirlo e a credere in me.

Ho scelto la mia strada, ma quella collaborazione è solo il primo passo di un sentiero lunghissimo e decisamente tortuoso. Non ho iniziato né con il giornale scolastico né con i giornalini di quartiere, neanche con le riviste dei tifosi che nascono e muoiono in quegli anni, ma che offrono una vetrina a chiunque abbia la voglia di fare e la capacità di trasformare gli avvenimenti in emozioni da trasmettere a chi legge. E non ho preso in considerazione neanche le radio private che a Roma in quel periodo spuntano come funghi all’apparire del sole dopo un temporale di fine estate. No, anche se io amo da sempre la radio, ho scelto la carta stampata: anche se i soldi che mi danno (dopo mesi) per un articolo firmato, a volte neanche mi bastano per ripagarmi la benzina.

Prendo la bellezza di 1.810 lire nette (ovvero circa 0,93 euro…) per ogni pezzo pubblicato. Ma non bado ai soldi. Capisco che ben presto sarò costretto a scegliere tra il lavoro e il tifo, quindi quando il primo agosto del 1982 la Federcalcio annuncia che, grazie al successo dall’Italia di Bearzot ai Mondiali in Spagna, Giordano e Manfredonia possono tornare a giocare perché la parte finale della squalifica è stata “condonata”, mi scatta qualcosa dentro e decido che voglio vivere fino in fondo quell’ultima stagione da tifoso a tempo pieno: pronto a seguire la Lazio ovunque, in tutte le trasferte. Coppa Italia compresa. Ma giuro a me stesso di farlo  in modo tranquillo, senza gli eccessi degli anni precedenti. E, tranne qualche rara eccezione, mantengo fede a quel patto che ho stipulato con me stesso. Ecco, Cava dei Tirreni è una di quelle eccezioni, da un certo punto di vista l’ultima battaglia da Ultras, prima di deporre la sciarpa per dedicarmi alla penna…

Vinto 2-1 alla penultima giornata lo spareggio con il Catania, in uno Stadio Olimpico gremito da 70.000 anime che palpitano (record assoluto di presenze per una partita di Serie B) e con oltre 10.000 catanesi che occupano la Curva Sud, all’ultima giornata la Lazio gioca a Cava dei Tirreni in cerca di quel pareggio che vale la promozione matematica e il ritorno in Serie A diretto, senza restare incollati alla radio per sentire cosa fanno Catania e Como, quarte a pari merito e staccate di 2 punti. E i 5000 laziali che partono con ogni mezzo da Roma alla volta di Cava dei Terreni, sanno che non sarà certo una domenica tranquilla. Sia l’anno prima che all’andata all’Olimpico, i tifosi della Cavese sono calati in massa e ci sono stati incidenti. E la stessa cosa è prevista per quel 12 giugno del 1983.

Io, come ho detto prima, all’inizio di quella stagione ho promesso a me stesso di seguire la Lazio ovunque e ho mantenuto il patto: 18 trasferte di campionato su 18, usando aerei e treni, ma viaggiando soprattutto in macchina in compagnia di un gruppetto di amici con cui ho condiviso le avventure di quell’annata indimenticabile. Ma Cava dei Tirreni si profila come una domenica di guerra, quindi giustamente nessuno se la sente di rischiare la propria macchina. Per questo, decidiamo di andare tutti in pullman.

Il viaggio è tranquillo, c’è la tensione tipica di chi è ad un passo dal realizzare un sogno ma da laziale ha il timore che qualcosa possa andare male, ma nessuno immagina che cosa stiamo per trovare a Cava dei Tirreni, anche se siamo preparati al peggio. Quando arriviamo in città, il primo agguato: sassi lanciati da un cavalcavia che centrano in pieno le vetrate di alcuni pullman che vanno in frantumi. Gli autisti si fermano e in centinaia scendono in strada per affrontare i tifosi della Cavese, alcuni dei quali sono armati di coltelli: e il tutto avviene proprio sulla via principale di Cava dei Tirreni. Gli incidenti, ben presto si estendono a macchia d’olio per tutta la città. Altri scontri, fuori e dentro lo stadio, prima e dopo la partita.

Io partecipo quel giorno, perché non posso restare in disparte mentre i miei amici affrontano il “nemico”, per difendere non tanto l’onore quanto donne, anziani e bambini che viaggiano nelle decine di pullman che seguono i nostri che, come sempre, sono stati i primi ad arrivare in città. Anche se ho giurato a me stesso di stare tranquillo, non posso restare a guardare. È la mia diciannovesima trasferta di campionato su altrettante partite giocate fuori casa dalla Lazio. Mentre le vie di Cava dei Tirreni si trasformano in un campo di battaglia e anche dentro lo stadio c’è una tensione che si taglia con il coltello e ci sono scontri sia sulle tribune che sul terreno di gioco tra noi e quelli della Cavese, quello che nessuno sa è che il risultato di quella partita è già scritto, concordato dalle due società con il trasferimento, a promozione ottenuta, di Angelo Cupini alla Lazio. La Cavese ha visto svanire il sogno promozione la domenica prima a causa della sconfitta in casa della Reggiana, quindi si accontenta del pareggio per mantenere l’imbattibilità interna e quella divisione della posta alla Lazio il pareggio va benissimo. Il problema è che le due squadre sanno di avere gli occhi di tutti puntati addosso, quindi fare melina per novanta minuti è rischioso e può dar adito a sospetti. Cavese-Lazio, quindi, deve sembrare una partita vera, giocata dalle due squadre con intensità. Poi, negli ultimi minuti si può fare anche solo possesso di palla, evitando le conclusioni a rete. A quel punto, nessuno può più gridare allo scandalo.

E come ho raccontato in “Una vita da Lazio”, il libro che ho scritto a quattro mani con Arcadio Spinozzi che narra gli avvenimenti di quegli anni con gli occhi di un protagonista che li vissuti dall’interno, nel primo tempo è partita vera, poi le due squadre si attengono al piano studiato a tavolino. Ecco il racconto di Arcadio Spinozzi di quello che è successo in campo quel 12 giugno del 1983, una sorta di foto di un calcio d’altri tempi…

Nel primo tempo fu partita vera. Noi passammo in vantaggio grazie a un gran gol di testa di Renato Miele, l’unico segnato con la maglia della Lazio. Un gol importantissimo, arrivato dopo due autoreti decisive nel finale di stagione contro Reggiana e Milan che lo avevano fatto finire nel mirino della critica e dei tifosi. La Cavese pareggiò poco dopo con Di Michele. Poi, successe l’imprevisto. Il giovane Marini, pupillo di Giancarlo Morrone che lo aveva lanciato in prima squadra in quell’infuocato finale di campionato, partì dalla nostra metà campo e dopo aver superato in slalom tre avversari, segnò il gol del momentaneo 2-1.

Tutti noi ci rendevamo conto che una nostra vittoria, avrebbe potuto innescare aspre polemiche, visto che la società ci aveva fatto sapere che in quella partita l’obiettivo dei nostri avversari era quello di mantenere l’imbattibilità casalinga. Potevano scapparci reazioni dure e imprevedibili da parte dei giocatori della Cavese a fine partita, proprio davanti agli ispettori della Federcalcio spediti a Cava dei Tirreni in massa dopo le feroci polemiche innescate dalle dichiarazioni del presidente del Catania, Massimino, all’indomani della sconfitta subita la settimana precedente all’Olimpico.

Ad un certo punto, Tivelli, capocannoniere della Cavese in quella stagione, mi punta e per fermarlo lo stendo in area davanti ad Agnolin, che incredibilmente lascia correre, senza assegnare il calcio di rigore. Pochi minuti dopo, però, per un fallo quasi identico di Perrone sempre su Tivelli, Agnolin indica il dischetto. Quel rigore è l’occasione per rispettare quel patto non scritto sancito dalla società prima della partita, quel pareggio che andava bene alla Cavese per mantenere l’imbattibilità casalinga e che per noi significava serie A: ma lo dovevano segnare, quel rigore. Il nostro portiere, Nando Orsi, in quella stagione ne aveva parati parecchi di rigori. Per evitare rischi, un mio compagno di squadra si avvicina a Tivelli che sta per battere il penalty e, fingendo di disturbarlo, gli domanda a mezza bocca:
“Dove lo batti?”
“A destra”, rispose l’attaccante della Cavese.
Il mio compagno va da Orsi e gli riferisce quello che gli ha detto Tivelli.
Orsi lo guarda e poi gli dice: “Ma lo tira a destra mia o destra sua?”
“Destra sua, sinistra tua, credo… Comunque, aspetta un attimo... non voglio fare casini, torno da lui. Se è tutto ok, ti faccio un cenno”.
Il mio compagno torna verso il dischetto, sposta il pallone facendo finta di disturbare Tivelli, prendendosi pure un rimprovero da parte di Agnolin. Ma è l’unico modo per parlare con Tivelli.
“Ma lo tiri alla tua sinistra o alla sinistra di Orsi?”, gli chiede.
“Alla sinistra del tuo portiere”, gli risponde Tivelli, che mentre risistema il pallone sul dischetto fatica a restare serio.
Il mio compagno fa il gesto concordato a Orsi, che però scuote la testa. Allora, facendo finta di andare a dare un consiglio al portiere, rischiando l’ammonizione, il mio compagno si avvicina nuovamente a Orsi e gli dice: “Tira sulla tua sinistra…”.
Tivelli segna e la partita finisce 2-2. Chiudiamo secondi in classifica dietro al Milan e torniamo in serie A.

https://www.youtube.com/watch?v=HkRzVTmJw5Y

Neanche il cronista della RAI che confeziona il servizio si accorge di nulla e noi, sugli spalti, siamo all’oscuro di tutto: soffriamo, gioiamo, contiamo i secondi che mancano alla fine e poi, al fischio finale di Agnolin, arriva il boato liberatorio, accompagnato da lacrime di gioia vera figlie di tre stagioni di sofferenza: una promozione svanita su rigore (quello da sbagliato da Chiodi in Lazio-Vicenza) all’ultima giornata due anni prima, una salvezza sofferta arrivata solo grazie alla storica tripletta di Vincenzo D’Amico all’Olimpico contro il Varese di Eugenio Fascetti e quell’anno una marcia trionfale che nel finale di stagione si è trasformata in una sorta di Calvario che l’incubo di una nuova beffa.

Io ho portato a termine il mio piccolo fioretto: 19 trasferte su 19 in campionato, più quelle di Avellino e Salerno in Coppa Italia. Sul pullman che ci riporta a Roma, decido di tenere fede alla decisione presa all’inizio di quella stagione, ovvero di chiudere con quella trasferta la mia vita da ultras: di appendere, simbolicamente, quella sciarpa al chiodo al ritorno a Roma. Un po’ come fanno i calciatori con gli scarpini quando smettono di giocare. Ma spogliarmi simbolicamente dagli abiti di Ultras, per me non significa staccare dal mondo del calcio e tantomeno sopprimere quell’Ultras che c’è in me, fin da bambino. Perché Ultras si nasce e lo si è non solo allo stadio,ma nella vita di tutti i giorni. Perché quella mentalità è uno stile di vita che ti porta a non accettare compromessi, a non cedere a pressioni e soprusi. Quella sciarpa appesa al chiodo, segna la fine di un periodo della mia vita durato otto anni, da quando nell’estate del 1975 ho messo per la prima volta il piede in Curva Sud, per poi diventare uno dei fondatori degli Eagles’ Supporters e uno dei fautori del trasferimento in Curva Nord. È la fine di un periodo della mia vita che mi ha segnato ma che mi ha anche insegnato molto. Otto anni intensissimi, che mi hanno lasciato qualche cicatrice (sia fisica che morale…) ma anche un patrimonio immenso di ricordi, di emozioni e di amicizie vere destinate a durare per tutta la vita. Le immagini di quel periodo passano veloci nella mente mentre nel viaggio di ritorno in pullman guardo fuori dal finestrino rivedo il film di quegli 8 anni. Ho 21 anni, depongo la mia sciarpa da Ultras dopo un’annata straordinaria e alla fine di una battaglia vinta. Ma oggi, a 56 anni compiuti da poco e a distanza di 35 anni da quel 12 giugno del 1983, sono e mi sento ancora Ultras: anche se ho scelto la via dell’esilio, anche se mi sono volontariamente allontanato da un mondo Lazio che non riconosco più e che sento più mio…




Accadde oggi 19.09

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Genova 1893 2-1
1942 Napoli, Vomero - Napoli-Lazio 1-2
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Juventus 0-4
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-3
1964 Nasce a Roma Antonio Sciarpa
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Ternana 2-0
1973 Roma, stadio Olimpico - Lazio- FC Sion 3-0
1977 Nasce a Venezia Tommaso Rocchi
1981 Terni, stadio Libero Liberati - Lazio-Spal 1-2
1982 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-0
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 3-0
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC Nantes Atlantique 1-3
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-AC Skoda Xanthi 4-0
2004 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Reggina 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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