10 Giugno 2018

Gregucci, la Lazio e la Nazionale!
di Stefano Greco

Una settimana fa, quando ho visto Angelo Gregucci dirigere l’allenamento dei difensori azzurri sul prato verde di Coverciano, ho ripensato a quel giorno di luglio del 1986 quando l’ho visto entrare sul campo di Tor di Quinto nel suo primo giorno da laziale: alto, magrissimo, abbronzato, un filo di barba incolta e lo sguardo di un bambino che entra per la prima volta in un parco giochi. Angelo quel giorno è arrivato a Tor di Quinto con l’andatura ciondolante e le mani infilate nelle tasche dei bermuda, forse per mascherare tensione ed emozione. Oggi ha la stessa abbronzatura, la stessa barbetta incolta, la stessa andatura ciondolante e solo qualche filo di grigio tra quei capelli neri come il carbone. Lo sguardo è lo stesso, come la passione per il calcio e l’amore per la Lazio, sbocciato in quella caldissima (da tutti i punti di vista…) estate del 1986 e mai appassito, anche se non indossa qualcosa di biancoceleste da 25 anni, da quando nell’estate del 1993, per troppa fretta, ha deciso di lasciare la Lazio.

Ora, al posto del bianco e del celeste c’è l’azzurro della Nazionale, un’altra volta in coppia con Roberto Mancini: un sodalizio nato nel 2001 quando Mancio ha iniziato la carriera da allenatore chiamato da Cecchio Gori a guidare la Fiorentina. Angelo lo ha seguito ovunque o quasi il “Mancio”: a Manchester sponda City, all’Inter, allo Zenith San Pietroburgo, ed ora nell’avventura più bella ed affascinante.

Oggi Angelo Gregucci spegne 54 candeline. Lo fa vicino a Taranto, insieme alla famiglia e agli amici di una vita. Ma con la testa è già proiettato ai prossimi impegni della Nazionale, perché quella che ha intrapreso insieme a Roberto Mancini è senza dubbio la più grande scommessa della sua vita, perché c’è da ricostruire un’Italia uscita a pezzi dalle qualificazioni ai Mondiali e che per la prima volta dopo 60 anni guarderà un’edizione dei Campionati del Mondo in televisione.

“L’impatto di questi primi giorni di lavoro è stato buono. C’è materiale su cui lavorare ma servono tempo e lavoro, tanto lavoro. Perché siamo realisti e sappiamo benissimo che allenare la Nazionale significa dover fare risultati, subito. Per questo dobbiamo lavorare tanto, perché bisogna partire con il piede giusto. E per fare bene, serve che tutte le componenti remino insieme e dalla stessa parte. Perché qui non c’è da fare rivoluzioni, ma solo da rifondare. E per riuscirci, dobbiamo per prima cosa tornare a fare gli italiani”

La lascia volutamente sospesa quella parola “italiani” Angelo Gregucci, in modo che il messaggio arrivi in modo chiaro, diretto. A tutti. A chi in questi anni ha inseguito modelli a cui ispirarsi e a chi non crede più nei giocatori italiani e nel calcio italiano. In quello stile di gioco che ci ha sempre contraddistinto e che ci ha fatto vincere tanto. Più di tutti in Europa (al pari della Germania) e al mondo solo meno del grande Brasile.

“Dobbiamo tornare a fare gli italiani, partendo dall’orgoglio e dal senso di appartenenza. Da brutti e cattivi abbiamo vinto tanto, tutto. Senza inventare nulla e senza fare tanti fronzoli, ma sfruttando le nostre doti, prima fra tutte la concretezza. Partendo, chiaramente, dalla difesa. Sono nato difensore in un calcio in cui si marcava a uomo, poi ho fatto la zona. Ma giocare a zona, non significa dimenticare come si marca. Il mio compito all’interno dello staff, sarà quello di ricostruire una scuola di difensori. Io sono cresciuto nella generazione dei Baresi, degli Scirea, dei Maldini, dei Bergomi. Abbiamo avuto per anni i migliori difensori del Mondo, oltre che i migliori portieri, perché c’erano una scuola e dei modelli a cui ispirarsi. Gli stranieri possono insegnarci tutto, ma non come si marca. Anzi, come si marcava”.

Il discorso sulla Nazionale si chiude qui, come i libri di scuola che in questi giorni vengono messi da parte per essere riaperti alla fine dell’estate. Ma senza smettere di fare i compiti, di leggere e di imparare durante le vacanze. Emessa via la Nazionale, il discorso si sposta immediatamente sulla Lazio. Perché quei colori sono una seconda pelle e quell’aquila ce l’ha tatuata non sulla pelle ma direttamente sul cuore. Angelo Gregucci è l’anello di congiunzione tra la Lazio di Calleri e quella di Cragnotti, l’emblema della crescita di una società passata nel giro di pochi anni dal rischio di sparire dalla mappa del calcio italiano all’ingresso trionfale in Europa. Lui, che nell’anno della “Banda del meno nove” era solo un ragazzino sconosciuto alla corte di Fascetti, pochi anni dopo era il capitano della Lazio di Dino Zoff che tornava dopo quindici anni sulle scene europee. Per questo, ancora più che per l’amicizia che ci lega da quasi trent’anni, quando ho deciso di scrivere “La banda del meno nove” l’ho scelto come uno dei simboli di quella squadra e come uno dei miei compagni di narrazione di quella grande avventura. E lui mi ha regalato una delle frasi più belle che, Chinaglia e D’Amico a parte, ho sentito pronunciare ad un giocatore parlando di Lazio.

“Ho giocato con calciatori che non hanno mai fatto carriera e con fuoriclasse come Gascoigne e Signori. Portare la Lazio in Europa da capitano è stata una soddisfazione immensa, ma non paragonabile a quella provata nel conquistare quella salvezza. Noi non potevamo essere quelli che facevano sparire la Lazio portandola in serie C1. Sarebbe stato come un marchio su ognuno di noi. Dico noi, perché se senti parlare i giocatori di quella squadra, anche a distanza di tanto tempo, non dicono mai io, parlando di quella stagione dicono sempre noi. Non avevamo il nome su quelle maglie come succede oggi, avevamo solo un’aquila sul petto e il nome Lazio tatuato sulle spalle. Quella squadra è entrata nella storia per quell’impresa, ma anche perché tutti noi abbiamo lavorato per salvare la società, mettendo la Lazio davanti a tutto, spesso e volentieri anche davanti ai nostri interessi. Eravamo la ‘Banda del meno nove’, tutti al servizio di Fascetti, della squadra e della Lazio”.

E parlando di Lazio il tono della voce si incrina, come sempre, anche se da 25 anni la Lazio la segue solo da lontano, da tifoso.

“Mi piace da morire questa Lazio e Inzaghi è stato grandissimo. In questi anni di dominio della Juventus, lui è stato uno dei pochi a spezzare l’egemonia bianconera. Anche quest’anno ha vinto, ed è stato l’unico a strappare qualcosa alla Juventus vincendo la Supercoppa d’Italia. E questo non è un discorso da tifoso, è un dato concreto. Simone è stato bravissimo perché ha dato identità alla squadra, mentalità e senso di appartenenza ai giocatori. E solo lui poteva riuscirci, perché sta qui da vent’anni e conosce tutto di Formello, anche le buche sui prati. I complimenti vanno a lui ma anche ai componenti del suo staff, perché Simone ha saputo creare un gruppo di lavoro straordinario. Ma ora viene il difficile. Perché la botta della mancata qualificazione alla Champions sarà dura da smaltire e perché cambieranno un po’ di cose quest’estate”.

Angelo, che da ex giocatore e da allenatore conosce bene queste dinamiche, sa che è impossibile o quasi confermare  in blocco la squadra dello scorso anno. Perché anche se lui ha iniziato a giocare prima che la sentenza Bosman cambiasse per sempre le regole del gioco, sa benissimo che oramai è impossibile fermare il futuro e che il calcio di oggi non è più in mano ai presidenti, ma ai giocatori e ai procuratori.

“Non puoi dire di NO a certe offerte economiche e non puoi mettere un freno alle ambizioni dei calciatori se decidono di cambiare aria. Non può la Lazio, ma neanche il Real Madrid o il Barcellona possono, visto che una sta per eprdere Ronaldo e l’altra un anno fa ha perso Neymar. Se una società si presenta con più di 100 milioni di euro per un giocatore, lo devi vendere. Se Felipe Anderson pretende di fare il titolare, lo devi lasciar andare via. Ma se quelle cessioni ti portano a Formello 150 milioni di euro, allora devi prendere quei soldi e li devi mettere nelle mani di Tare, perché ha dimostrato di essere non bravo, ma bravissimo. Magari non tutti, ma quasi tutti, in modo da poter alzare l’asticella anche sul mercato in entrata, con acquisti importanti. D’altra parte, fece la stessa cosa anche Cragnotti l’estate prima dello scudetto: vendette Vieri all’Inter, ma poi reinvestì tutto per comprare Simeone, Veròn e Inzaghi, tre giocatori che hanno recitato un ruolo fondamentale nella stagione dello scudetto”.

Nazionale, Lazio e, per chiudere, questo Mondiale alle porte. Il gioco dei pronostici è già iniziato e Gregucci ha le idee molto chiare su chi vincerà questo Mondiale.

“Io mi fido di chi fa le quote per le scommesse, perché quelle persone se sbagliano pagano e ci rimettono un sacco di soldi. Quindi, mi fido di quello che dicono loro e se le quote danno per favorite Brasile, Spagna, Francia, Germania e Argentina, alla fine sarà sicuramente una di queste a vincere il Mondiale. Se non succede, allora sì che è cambiato veramente qualcosa nel calcio. Ma ci credo poco”.

Da giovedì, quindi, anche Angelo si metterà seduto davanti ad un televisore non per tifare, ma per studiare. Perché l’Italia è stata bocciata e ora tocca proprio a Roberto Mancini e ad Angelo Gregucci riportarla in carreggiata. Magari, accelerando i tempi come fa lo studente che dopo una bocciatura fa due anni in uno per rimettersi in pari. Dura, difficile, ma non impossibile.

Quindi, auguri doppi Angelo: amico, grande uomo e grande cuore laziale…




Accadde oggi 19.09

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Genova 1893 2-1
1942 Napoli, Vomero - Napoli-Lazio 1-2
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Juventus 0-4
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-3
1964 Nasce a Roma Antonio Sciarpa
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Ternana 2-0
1973 Roma, stadio Olimpico - Lazio- FC Sion 3-0
1977 Nasce a Venezia Tommaso Rocchi
1981 Terni, stadio Libero Liberati - Lazio-Spal 1-2
1982 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-0
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 3-0
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC Nantes Atlantique 1-3
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-AC Skoda Xanthi 4-0
2004 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Reggina 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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