08 Giugno 2018

Ogni mercato laziale ha il suo "mercenario"
di Stefano Greco

“Si guarisce da una malattia, ma non si guarisce mai da una cattiva abitudine”, recita un antico e saggio detto popolare. Forse perché, come diceva Marcel Proust, “L’abitudine è, fra tutte le piante umane, quella che ha meno bisogno di un suolo nutritivo per vivere ed è la prima a spuntare sulla roccia apparentemente più desolata”. La nostra vita quotidiana è una lunga serie di abitudini perché ci vuole coraggio a staccarsi dal quotidiano, perché ci vuole coraggio ad abbandonare una strada che si conosce per imboccarne una che non si sa dove può portare. Alla fine, quindi, ha ragione John Maxwell Coetzee (scrittore sudafricano e premio Nobel per la letteratura) quando sostiene che “si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione”. Vale per la vita di tutti i giorni, purtroppo vale anche per il calcio, quell’isola una volta felice in cui ci si rifugiava per sognare e per staccarsi dalla monotona realtà quotidiana.

Una volta, perché oramai il calcio non è più quell’isola che non c’è di una volta in cui la forza del sogno ti consentiva di volare. Il calcio moderno ha ucciso o quasi la possibilità di sognare, perché non si parla più di squadre ma di singoli, non si parla di sogni ma delle solide realtà dei bilanci, non si parla più di bandiere ma solo ed esclusivamente di eroi momentanei che passano in un amen dall’altare alla polvere trasformandosi agli occhi della gente in “mercenari”. Ecco, “mercenario” è uno dei vocaboli più in voga nel calcio moderno e viene usato in modo scientifico, quasi chirurgico da parte di qualche società o di alcuni dirigenti, per spianare la strada alla cessione di un calciatore. Perché è difficile far digerire ai tifosi la vendita di un eroe, mentre è più facile far digerire una cessione dolorosa dipingendo il campione, il simbolo e l’ex portabandiera in un “mercenario”. E la gente, oramai abituata al tradimento, alla perdita dei valori e all’impossibilità di volare in alto sognando un futuro diverso, resta ancorata a terra e abbocca, cedendo facilmente all’abitudine.

Succede un po’ ovunque, sia ben chiaro, perché oramai non esistono più isole felici. Ma a Roma, in casa laziale, accade oramai un po’ troppo spesso. E, oramai, ci siamo talmente abituati a questo che è anche facile prevedere (non con assoluta certezza, ma quasi…) da un mercato all’altro chi sarà il futuro traditore, chi passerà nel giro di pochi giorni (o settimane) dall’essere un pilastro di un ipotetico progetto futuro a diventare una mela marcia da buttare, un’erba cattiva da estirpare per non rischiare di rovinare il raccolto. Ogni edizione di mercato è così.

A gennaio, il “mercenario” di turno è stato De Vrij perché non ha rinnovato il contratto e ha impedito alla Lazio di poter contare sui suoi servigi o, quantomeno, di poter incassare una cifra importante dalla sua cessione. Per carità, l’olandese non ha certo dimostrato riconoscenza verso una società che lo ha consacrato e che lo ha aspettato e pagato anche quando era infortunato e non si sapeva neanche se sarebbe più tornato a calcare un campo di calcio. Ma è anche vero che, come sua abitudine, la Lazio si è ridotta all’ultimo momento e non ha avuto la lungimiranza di blindare in tempo De Vrij con un contratto quinquennale. L’estate scorsa, i “mercenari” sono stati addirittura due: Biglia e Keita. L’argentino che aveva chiesto e preteso la fascia di capitano mentre il suo agente lo offriva a mezzo mondo e il giovane senegalese di passaporto spagnolo che con i suoi comportamenti ha fatto il gioco della Lazio che lo voleva vendere da anni e che non ha neanche dovuto faticare nel dipingerlo agli occhi della gente come un “mercenario” di cui liberarsi in fretta. Salvo poi sostituirlo con Nani che altro non era che un altro “mercenario” per giunta imbolsito e che ha dato nulla o quasi alla causa, specie in rapporto ai 5 milioni di euro spesi dalla Lazio per garantirsi i suoi servigi.

Prima di loro è toccato a Candreva, Ederson, Hernanes, Zarate, Pandev e Behrami, tanto per fare i nomi più famosi. È stato dipinto per mesi come “mercenario” anche Cristian Ledesma, una che la maglia della Lazio se l’era tatuata addosso e che chiedeva solo un ingaggio adeguato. Per non dargli quanto meritava, è stato dipinto come un “mercenario” che non voleva rinnovare il contratto perché si era già promesso all’Inter e voleva andare via a parametro zero. Poi, dopo esser stato trattato per mesi come un lebbroso da tenere lontano dal resto della squadra per non contagiare il resto del gruppo, quando la Lazio si è ritrovata in piena retrocessione qualcuno ha deciso che la cifra che chiedeva Ledesma era giusta e a quel punto il “mercenario” ha firmato in un secondo e, all’improvviso, è diventato una bandiera, un capitano, un simbolo ed un esempio.

Cose da Lazio. Individuare il “mercenario” di questa estate, è facile come puntare su un cavallo vincente di una corsa che tu stesso hai truccato. Il suo nome è Felipe Anderson Pereira Gomes. Ed è estremamente  facile dipingere come “mercenario”, uno che a gennaio del 2013, durante il tira e molla tra la Lazio, gli agenti del brasiliano e la società che controllava parte del suo cartellino, fu definito da Lotito: “Uno schiavo del fondo inglese che è proprietario del 50% del suo cartellino”. Quel fondo si chiamava Doyen Sport, società con sede a Malta gestita da Nelio Lucas, portoghese all’apparenza concorrente di Jorge Mendes ma che in realtà in più di un’occasione è andato a braccetto con uno dei grandi capi del mercato mondiale. Quello stesso Jorge Mendes definito da Lotito nel 2013 “mercante di schiavi” ma di cui è poi diventato amico dopo una famosa cena organizzata a Taormina dall’allora presidente del Catania Pulvirenti il 15 luglio del 2013 e a cui parteciparono anche Galliani e Preziosi. Amico al punto da aver pilotato l’estate scorsa l’operazione che ha portato alla cessione del “mercenario” Keita al Monaco in cambio di 30 milioni di euro ipotetici. Già, ipotetici, perché 25 sono stati accantonati per l’operazione che ha portato in biancoceleste Pedro Neto e Bruno Jordão (guarda caso, prodotti del vivaio di società controllate da Mendes) e altri 5 sono stati spesi per assicurare alla Lazio, sempre grazie ai buoni uffici di Mendes, le prestazioni di Nani.

Ora, puntando su quella discussione tra Inzaghi e il brasiliano e sul carattere non proprio leonino di Felipe Anderson, diventa gioco facile dipingerlo come un “mercenario”, come uno di cui liberarsi in fretta. Perché il gioco è sempre lo stesso: anche se per stessa ammissione del presidente ci sono in cassa 50 milioni di euro per fare il mercato, intanto si fa cassa con il “mercenario” di turno per finanziare le operazioni in entrata, poi si vedrà. Sia ben chiaro, non dico che sia sbagliato a priori cedere Felipe Anderson o che sia un delitto farlo. Dico che trovo ridicolo dire per l'ennesima volta: "Lo vendo perché vuole giocare titolare e quindi può alterare gli equilibri del gruppo". Nelle società forti e ambiziose, questo non succede. Allalazio, succede sempre. Quindi, Felipe Anderson addio: e tutti contenti. Perché fino a qualche settimana fa guai a dire qualcosa sul brasiliano, ma ora che gli è stata attaccata addosso l’etichetta del “mercenario” per abitudine o per consuetudine il mondo Lazio lo ha già di fatto espulso, cacciato via come una "pippa", come uno in fondo inutile e facilmente rimpiazzabile. E così, si riparte da zero. Pezzo dopo pezzo si sta smontando la Lazio “difficilmente migliorabile” per costruirne un’altra difficilmente migliorabile se non cedendo il futuro “mercenario”. E si accettano già scommesse sul nome del prossimo ex eroe da mettere all’asta.

Perché come diceva Charles Bukowski: “La gente si aggrappa all’abitudine come ad uno scoglio, quando invece dovrebbe staccarsi e buttarsi in mare. E vivere”. Ma il mondo Lazio quella voglia di rischiare e di sognare l’ha persa, da tempo. Meglio vivere di solide realtà. Meglio avere le casse piene e vincere scudetti del bilancio che investire e rischiare per provare a vincere. Meglio accontentarsi di vedere semplicemente scendere in campo la Lazio per non perdere l’abitudine dello spettacolo domenicale. Perché come diceva un vecchio saggio: “Le cattivi abitudini partono lentamente e gradualmente. Ma molto prima che tu realizzi di possedere un’abitudine, l’abitudine già ti possiede”.




Accadde oggi 25.06

1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Fiorentina 0-0
1971 Basilea, stadio San Giacomo - Basilea-Lazio 1-3
1972 Firenze, - Fiorentina-Lazio 1-1
1985 Muore a Roma Renato Ziaco
1989 Ascoli, stadio Cino e Lillo Del Duca - Ascoli-Lazio 0-0

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Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 22/06/2018
 

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