06 Giugno 2018

D'Amico e quella tripletta da leggenda...
di Stefano Greco

Quando qualcuno mi chiede perché considero Vincenzino D’Amico il capitano del mio cuore, la mia risposta è secca e immediata: “Perché nei momenti decisivi e drammatici della storia della Lazio, lui c’è sempre stato”. E non solo c’è sempre stato, ma quasi sempre ha recitato un ruolo decisivo: da vero capitano e da leader silenzioso. Sì, silenzioso, perché Vincenzo D’Amico è lontano anni luce da un Diego Pablo Simeone ed è completamente diverso anche da Sandro Nesta, soprattutto dal punto di vista del carattere: schivo il primo, estroverso come pochi il secondo, al punto che quel nomignolo di Vincenzino, di ragazzino terribile, gli calza a pennello anche oggi che ha superato la soglia dei sessant’anni.

Se penso a D’Amico, mi viene subito in mente il pianto durante il derby d’andata nell’anno dello scudetto e la reazione da grande giocatore nella partita di ritorno con una prestazione impreziosita da un gol decisivo; mi viene in mente il giocatore che a Tor di Quinto si nascondeva dietro una siepe vicino alla tribuna dove stavano i tifosi e che urlava a Lovati che dirigeva l’allenamento: “A Bob, devi fa giocà D’Amicoooo… Damme retta, se voi salvà la panchina domenica devi mette in campo Vincenzino, te lo dico pel bene tuo…”. Se penso a Vincenzo D’Amico penso al ragazzino elevato al rango di capitano che il 30 marzo del 1980 ha guidato una squadra decimata dalle assenze e sconvolta dalla bufera del primo calcio scommesse della storia alla vittoria contro il Catanzaro in un vero spareggio-salvezza. Ma ogni volta che guardo negli occhi Vincenzo D’Amico, l’immagine più nitida è quella di una domenica di giugno del 1982, quando in uno Stadio Olimpico praticamente deserto, con quella fascia da capitano al braccio e con un calzino sporco di sangue ha segnato una tripletta al Varese salvando una Lazio partita per vincere il campionato e che senza quel successo in rimonta sarebbe probabilmente sprofondata nell’abisso della Serie C.

Oggi, se parlate con qualche laziale con i capelli bianchi o ingrigiti dal tempo di quel Lazio-Varese del 6 giugno del 1982, vi risponde gonfiando il petto con orgoglio: “Io c’ero”. Non date retta, molti mentono. Perché sentendo tutti quelli che dicono “io c’ero”, potete immaginare gli spalti dell’Olimpico pieni come in occasione di quel Lazio-Vicenza del gol di Fiorini. Invece, no. Su quelle panche di cemento verdi, infatti, quel giorno c’erano sì e no 5/6000 anime, perché tanti laziali l’avevano abbandonata la squadra in quella stagione che sarebbe solo un dolce eufemismo definire deludente. Basta guardare un filmato dell’epoca per vedere la Tribuna Tevere con poche anime e il resto dello stadio desolatamente vuoto quando la telecamera si alza verso l’alto per inquadrare le Frecce Tricolori che passano sopra lo stadio proprio poco dopo uno dei gol segnati da Vincenzino.

In tanti vi diranno “io c’ero”, perché quella partita è entrata nella storia e ha fatto entrare nella leggenda Vincenzo D’Amico, al punto che questa ultima partita giocata in casa in un’annata orribile, è entrata nel cuore di ogni laziale come le domeniche in cui si sono celebrate feste per trofei conquistati o per imprese storiche. Per questo quel 6 giugno del 1982 merita di essere ricordato.

Mancano pochi giorni all’esordio dell’Italia nel Mondiale di Spagna ’82, Giordano e Manfredonia sono ancora squalificati mentre Paolo Rossi, grazie al suo passaggio tra le fila della Juventus si è visto ridurre la pena ed è tornato a giocare in campionato e ad indossare la maglia azzurra. Vincenzo D’Amico poteva conquistarlo un posto tra i 22 che un mese dopo avrebbero vinto il Mondiale, ma un po’ a causa del suo rapporto burrascoso con Bearzot che per la scelta di vita fatta l’estate prima, ha perso il treno. Già, perché a fine giugno del 1981, Vincenzo D’Amico ha lasciato la Serie A e il Torino pur di tornare alla Lazio, accettando la Serie B e di uscire dal grande giro pur di tornare a casa. Il giorno in cui firma il contratto con la Lazio, ci sono centinaia di tifosi sotto la sede della Lazio a via Col di Lana e quando Vincenzino esce in un amen si ritrova sulle spalle di qualcuno e viene portato in trionfo. Lui, sorride, poi si mette le mani sul viso per nascondere l’emozione e qualche lacrima che esce spontanea, irrefrenabile.

Partita per vincere il campionato dopo la promozione sfumata l’anno prima alla penultima giornata dopo un’annata passata nelle prime tre posizioni, la Lazio di Castagner si perde ben presto per strada. L’ex tecnico del Perugia dei miracoli viene esonerato e al suo posto arriva dalla Primavera Roberto Clagluna, un allenatore che predica un calcio moderno ma che è troppo buono e signore per un ambiente come quello romano in generale e quello laziale in particolare.

Tra polemiche interne, scioperi per il mancato pagamento degli stipendi a causa della crisi in cui versa la società, domenica dopo domenica la Lazio scivola sempre più giù in classifica e a due giornate dalla fine si ritrova in piena zona retrocessione e con un calendario terribile: il Varese di Fascetti che lotta per la promozione da affrontare all’Olimpico e poi la trasferta a Palermo all’ultima giornata. Quel 6 giugno, in uno Stadio Olimpico deserto e con i pochi presenti che contestano, dopo meno di un quarto d’ora dal fischio d’avvio di Agnolin, la Lazio si ritrova sotto per 2-0 e sembra spacciata. I gol di Turchetta e Bongiorni sembrano aver spianato alla squadra di Fascetti la strada verso la promozione e aver aperto un baratro pronto a inghiottire la Lazio. Ma Vincenzo D’Amico indossa i panni dell’angelo salvatore e in poco più di due minuti riporta la Lazio in Purgatorio. Prima realizza un rigore assegnato da Agnolin per un fallo proprio di Bongiorni su Surro, poi diventa protagonista di un episodio da calcio d’altri tempi, quasi eroico. Vincenzino porta palla sottola Tribuna Monte Mario, con una serie di finta sconcerta l’avversario che per impedirgli di battere a rete lo stende con un’entrata assassina. Agnolin non concede il rigore ma solo il calcio d’angolo e D’Amico prima impreca e poi si dispera. I tacchetti dello scarpino del difensore del Varese hanno colpito Vincenzino proprio sul collo del piede destro, provocandogli una ferita profonda. Il capitano rotola a terra, chiama con ampi gesti Ziaco, poi si mette le mani in faccia con una smorfia di dolore che non fa presagire nulla di buono. La telecamera di Valentino Tocco, storico cameraman di Michele Plastino, si sofferma sul buco provocato dall’entrata del difensore del Varese sul piede di Vincenzino e sulle mani di Ziaco che cercano di fermare il sangue. Roba da punti di sutura, ma D’Amico con la Lazio sotto nel punteggio si rifiuta  di uscire. Nell’azione successiva, sempre sotto la Monte Mario, D’Amico salta netto l’avversario con una finta ubriacante e il difensore del Varese lo stende proprio al limite dell’area. Rampulla sistema due uomini in barriera giusto per scrupolo, perché da quella posizione è impensabile battere a rete e tutti si aspettano un cross. D’Amico alza le mani come per chiamare uno schema e invitare i compagni a lanciarsi su quel pallone, poi decide di calciare a rete: con un tocco delizioso aggira la barriera e manda il pallone ad infilarsi tra il primo palo e le braccia di Rampulla che si lancia disperatamente in tuffo ma finisce in porta con tutta la palla. È il gol dell’incredibile 2-2.

La partita sembra avviata verso il pareggio, la Lazio attacca ma non punge e il Varese ha smarrito le certezze e il gioco che avevano consentito alla squadra di Fascetti di ipotecare la vittoria nel primo quarto d’ora di gioco. Poco dopo il 70’, su un cross innocuo o quasi dalla destra, Albertino Bigon si lancia per colpire il pallone e come sente da dietro la mano di un avversario si tuffa allargando le braccia e invocando il rigore: Agnolin, senza nessuna esitazione indica il dischetto e respinge il giocatori del Varese che lo circondano per protestare mimando platealmente con entrambe le braccia il gesto della spinta. Dopo qualche minuto di proteste, Vincenzino prende il pallone, lo sistema su dischetto, lo spedisce in rete e poi corre sottola Curva Nord quasi deserta per esultare per la prima e unica tripletta segnata con la maglia della Lazio.

https://www.youtube.com/watch?v=jt8b9qBrMM0

Grazie a quelle tre reti, la Lazio vince la partita e si assicura con un turno d’anticipo la salvezza. Quel Lazio-Varese, diventa la base su cui costruire una Lazio completamente diversa, in grado di tornare in Serie A alla fine di una stagione altrettanto sofferta nonostante l’apporto di Giordano e Manfredonia, che grazie al successo della nazionale a Spagna ’82 ottengono uno sconto sulla pena e dopo 29 mesi di squalifica tornano a indossare la maglia della Lazio. E anche in quella promozione conquistata nella stagione 1982-1983, c’è la firma di Vincenzino D’Amico, che gioca 34 partite e segna 4 reti (tutte decisive) scrivendo un’altra pagina di storia. Una storia tutta biancoceleste di un calcio d’altri tempi.




Accadde oggi 25.06

1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Fiorentina 0-0
1971 Basilea, stadio San Giacomo - Basilea-Lazio 1-3
1972 Firenze, - Fiorentina-Lazio 1-1
1985 Muore a Roma Renato Ziaco
1989 Ascoli, stadio Cino e Lillo Del Duca - Ascoli-Lazio 0-0

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 22/06/2018
 

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