05 Giugno 2018

5.6.1983, 60.000 anime laziali in subbuglio
di Stefano Greco

La stagione 1982-1983 è con un film, bellissimo, che ti emoziona ogni volta che lo guardi anche se conosci a memoria ogni scena e il finale. E come tutti quei film che non ti stanchi mai di vedere e rivedere, ci sono scene a cui sei più affezionato o che ti fanno battere forte il cuore. Per me, quella scena è legata a un Lazio-Catania del 5 giugno del 1983, il giorno delle 60.000 anime laziali con il cuore in subbuglio. Una scena che non può non emozionare chi l’ha vissuta ma che al tempo stesso non può non provocare qualche brivido a chi l’ha vissuta solo tramite il racconto di un genitore, in quel passaggio ideale di testimone e di patrimonio di ricordi che lega un padre, un figlio e la Lazio.

Il 5 giugno del 193 è passato circa un mese dallo scudetto conquistato dalla Roma di Bruno Conti, Di Bartolomei, Falcao, Pruzzo e la città è imbrattata di scritte, le serrande di molti negozi sono colorate di giallorosso come i balconi di tanti appartamenti e non solo in periferia o nel feudo di Testaccio. È giugno, ma a Roma quella domenica sembra agosto. La città è semideserta, anzi, un vero deserto visti i quasi 40 gradi di temperatura e il sole che picchia inesorabilmente su chiunque osi avventurarsi per strada. Solo andando verso l’Olimpico, la città si popola e si colora. Già, perché quel giorno si gioca Lazio-Catania, un vero e proprio spareggio con in palio un solo posto diretto per la Serie A.

A Roma l’attesa per la partita è enorme. L’Olimpico è esaurito da giorni e gli unici biglietti a disposizione sono quelli in mano ai bagarini che fanno affari d’oro. Più di 65.000 tra paganti e abbonati si sono assicurati un posto dentro quel catino che già due ore prima dell’inizio della partita è stracolmo, con più di 70.000 spettatori accalcati sugli spalti e quasi tutta la Curva Sud riempita da migliaia di catanesi arrivati a Roma con ogni mezzo, sognando la Serie A. Quella promozione è un sogno per chi tifa Catania, quasi un incubo per chi tifa Lazio e teme di rivivere la grande beffa di due anni prima, l’incubo di una promozione sfuggita di mano proprio alla penultima giornata in una sfida da dentro e fuori all’Olimpico (quella volta, con avversario il Vicenza…) dopo una stagione passata in vetta a contendersi il primo posto con il Milan. A due anni esatti di distanza, sembra di assistere ad un remake, perché il Milan ha già festeggiato la promozione in Serie A e la Lazio che ha conteso per due/terzi di campionato il primo posto ai rossoneri è crollata nel finale, nonostante i gol di Giordano e la spinta di Manfredonia e D’Amico, grandi assenti due anni prima. La Lazio è crollata sotto il peso della pressione, ha buttato partite incredibili dissipando quel patrimonio di punti di vantaggio accumulato fino a marzo e a pagare il conto di quel crollo è stato Clagluna, esonerato con Giancarlo Morrone spedito in panchina per condurre in qualche modo la nave in porto. A dare la scossa ad un ambiente quasi rassegnato a rivivere la beffa di due anni prima, è stata la notizia arrivata dagli Stati Uniti di un ritorno di Chinaglia. Non da calciatore, anche se Long John ancora gioca e segna gol a grappoli con la maglia dei Cosmos, ma da presidente, a coronamento di quel sogno che Giorgio ha sempre avuto di tornare e prendersi la Lazio. Il sogno suo e di tutti i tifosi nati o cresciuti nel mito di Long John.

In quel Lazio-Catania, con le due squadre che arrivano appaiate al secondo posto a quota 43, seguite ad un punto dalla Cremonese e a 2 punti dal Como, c’è in ballo il futuro, forse la stessa sopravvivenza di una società che ha ripianato gran parte dei debiti del passato grazie ad un’annata di incassi straordinari (quattro partite con oltre 60.000 spettatori, record di presenze e di incassi nella storia della Serie B) ma che senza il palcoscenico della Serie A rischia di sprofondare in una sorta di buco nero. La Lazio deve vincere, il Catania si può anche accontentare del pareggio. E i 70.000 dell’Olimpico per una domenica si stringono intorno alla squadra, lasciando fuori dallo stadio sia i brutti pensieri che il sogno del ritorno di Chinaglia. È una domenica in cui conta esserci. E non vale solo per i tifosi, come dimostra la presenza in Tribuna d’Onore del presidente del CONI Carraro, di Giovanni Trapattoni reduce dalla debacle di Atene (dove la Juventus ha perso una Coppa dei Campioni già vinta sconfitta a sorpresa dall’Amburgo) e di miti del passato come Gigi Riva e Umberto Lenzini, il presidente dello scudetto che torna allo stadio per la prima volta dopo la cessione della società a Gian Chiarion Casoni.

Chi ha avuto la fortuna di vivere quella domenica da tifoso, ha ancora impresse nella mente le immagini di quella partita, come cartoline appese su un muro di ricordi preziosi. Chi c’era ricorda il caldo insopportabile, i pompieri che con gli idranti bagnavano la folla in quella Curva Nord piena fino all’inverosimile, il boato all’ingresso in campo delle squadre, l’urlo rabbioso della folla e quel grido Lazio che ti toglieva anche la pelle per i brividi che ti provocava sentirlo urlato da 60.000 anime. E poi quel muro rossoblù dall’altra parte, foto ricordo delle trasferte di massa di un calcio che non esiste più.

La tensione, Giordano che entra in area e viene falciato con Menicucci che alza le spalle e fa segno di giocare. La rabbia, che diventa boato quando pochi minuti dopo Ambu stretto tra Ranieri (sì, proprio Claudio…) finisce a terra in area con l’arbitro che questa volta indica senza esitazioni il dischetto. C’è ancora una volta un rigore tra la Lazio e la Serie A. Questa volta sotto la Curva Sud, con i catanesi che urlano e fischiano. Poi un attimo di silenzio e il boato quando il pallone scagliato con forza da Giordano gonfia la rete. La Nord è come un mare in tempesta, con onde di gioia che ti sollevano e ti portano file e file lontano dal tuo posto. E ti ci immergi in quel mare di gioia, facendoti trascinare e cullare dolcemente da quell’onda.

Sembra fatta, ma non è da Lazio un copione senza sofferenza. Così arriva quasi subito il pareggio del Catania e poi un secondo tempo di grandissima sofferenza, con la squadra che arranca e gli occhi alzati al cielo in cerca di aiuto, sperando in un intervento di quello stellone di cui parlava sempre Sandro Petrucci e che due anni prima si era distratto in occasione del rigore calciato da Chiodi. Invece, in quella stessa porta in cui si erano infranti i sogni di promozione contro il Vicenza (e in cui sempre contro il Vicenza, pochi anni dopo, Giuliano Fiorini segnerà uno dei gol più importanti nella storia della Lazio), accade il miracolo. Podavini riceve un pallone invitante al limite dell’area, carica il destro e scarica sul pallone le ultime energie che ha in corpo: Sorrentino e piazzato, ma viene beffato da una deviazione di Mastropasqua, l’ex odiato che in quella sfida di due anni prima con il Vicenza indossava la maglia della Lazio. È un gol che vale la Serie A, ma tra il sogno e la realtà ci sono ancora 25 di sofferenza. Anzi, di più. Sì perché Menicucci proprio allo scadere assegna una punizione dal limite ad un Catania che proprio allo scadere all’andata ci aveva raggiunto con un rigore inventato per un tuffo di Barozzi in area. L’incubo della beffa è come una nuvola nera che si materializza all’improvviso sull’Olimpico e oscura tutto. C’è un silenzio quasi irreale quando Crialesi e Cantarutti parlano tra loro per decidere chi deve calciare: se il primo di precisione o il secondo (ex laziale) di potenza. Alla fine, dopo minuti di discussioni, di liti sulla distanza della barriera e di proteste laziali all’indirizzo di Menicucci, è Cantarutti a partire: quel centravanti enorme che nel fisico ricorda Chinaglia, di sinistro spedisce il pallone verso l’incrocio dei pali ma trova la mano di orsi che con l’aiuto della traversa spedisce il pallone in calcio d’angolo. Un intervento accompagnato da un boato simile a quello che ha scosso l’Olimpico al gol del 2-1.

Ancora sofferenza, poi il triplice fischio finale che dà il via alla festa laziale con centinaia di tifosi che invadono il campo e segna l’inizio di una settimana di veleni, con pesanti accuse lanciate da Massimino (mitico presidente del Catania) all’indirizzo di Menicucci e dei dirigenti della Lazio. La Lazio una settimana dopo vola in Serie A, dove alla fine sale anche il Catania, dopo esser passato sotto le forche caudine degli spareggi con Como e Cremonese, disputati per ironia della sorte proprio all’Olimpico.

Le immagini di quella partita, sbiadite dal tempo, nel servizio confezionato da Fabrizio Maffei per la“Domenica Sportiva”. Immagini di un Olimpico stracolmo per una partita di Serie B: un muro di folla impressionante…

https://www.youtube.com/watch?v=olNszBBacdo

E poi il ricordo di Arcadio Spinozzi che in UNA VITA DA LAZIO racconta così quella domenica, quel 5 giugno del 1983 impossibile da dimentica per chi ha avuto la fortuna di vivere quelle emozioni…

“Anche in quell’occasione, l’Olimpico offre un colpo d’occhio eccezionale. Lo stadio è esaurito in ogni ordine di posti, ed è stracolmo già due ore prima dell’inizio della partita. Fa un caldo tremendo e la temperatura in campo è ancora più alta a causa dell’importanza della posta in palio e per le ruggini provocate da quello che è successo nella partita d’andata al Cibali. A Catania, andammo in vantaggio grazie ad un gol fantastico di Giordano, poi su rigore fu Crialesi a ristabilire la parità proprio allo scadere. Ironia della sorte, quel 5 giugno è stato proprio il mio amico Giorgio Mastropasqua a regalarci la vittoria, deviando in rete un tiro di Podavini. Un rigore assegnato da Menicucci e alcuni episodi molto dubbi, a nostro favore, fecero scattare la bagarre a fine partita tra noi e molti giocatori del Catania. Il presidente Massimino, dimenticando di aver pareggiato la partita d’andata grazie ad un rigore inesistente allo scadere, scatenò un putiferio accusando Menicucci di essere un mafioso e accusò la Lazio d’aver pagato per ottenere la compiacenza dell’arbitro”.

In realtà, la Lazio Menicucci non lo ha mai pagato. Pochi mesi dopo, l’arbitro fiorentino si presenta a Roma per dirigere Lazio-Udinese. Un giorno Giorgio mi racconta che subito dopo la designazione Menicucci lo chiama e gli dice che deve avere dei soldi che qualcuno gli ha promesso per un Lazio-Catania della stagione precedente. Giorgio pensa ad un trucco, oppure ad una trappola e il giorno prima della partita risponde così all’ennesima telefonata di Menicucci: “Se qualcuno ti ha promesso dei soldi, fatteli dare da lui. Io non ne so niente e non c’entro niente”. Giorgio non paga e quella domenica Menicucci ne combina di tutti i colori, riuscendo a far pareggiare l’Udinese al quinto minuto di recupero, dopo aver espulso Podavini con la Lazio in vantaggio per 2-0. È la domenica di Chinaglia che entra in campo con l’ombrello per aggredire l’arbitro fiorentino che sorridere in modo maligno e beffardo mentre Long John gli urla “Delinquente, mascalzone” …

Per quel tentativo di aggressione e per quelle parole pronunciate negli spogliatoi, Giorgio Chinaglia viene squalificato per 8 mesi, mentre per Gino Menicucci non c’è neanche un turno di sospensione dopo quello che ha combinato in quel Lazio-Udinese. Ma questa, è un’altra storia…




Accadde oggi 25.06

1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Fiorentina 0-0
1971 Basilea, stadio San Giacomo - Basilea-Lazio 1-3
1972 Firenze, - Fiorentina-Lazio 1-1
1985 Muore a Roma Renato Ziaco
1989 Ascoli, stadio Cino e Lillo Del Duca - Ascoli-Lazio 0-0

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 22/06/2018
 

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