04 Giugno 2018

C'era una volta la Lazio Primavera...
di Stefano Greco

È passato un mese esatto dal giorno in cui la Lazio Primavera è retrocessa in B. Prima perché c’era la Lazio dei grandi che si giocava Champions e futuro e poi perché da amante da sempre della Primavera provavo dolore ad affrontare l’argomento, ho sempre evitato di entrare nel merito di quello che è successo. Perché per chi come me ha seguito tutte le formazioni Primavera della Lazio dal 1975 a oggi con la stessa passione con cui ha seguito la prima squadra, parlare di questa retrocessione è come gettare alcol su una ferita aperta. Questa mattina, però, aprendo Facebook mi sono ritrovato questa foto, postata il 4 giugno del 2014, subito dopo la vittoria incredibile ottenuta dalla Lazio di Simone Inzaghi in un derby che assegnava un posto tra le prime quattro nella final Eight scudetto. E vedendo quella foto mi sono reso conto di che tipo di patrimonio è stato disperso quest’anno. Pensate solo a questo. Se la Lazio dei grandi avesse chiuso il campionato (come meritava) al quarto posto, saremmo arrivati all’assurdo di avere una Lazio Primavera che il martedì o il mercoledì giocava la Youth League (la Champions League giovanile) con i migliori club d’Europa  e nei weekend si confrontava con formazioni di Serie B. Una follia per un club che vanta 5 scudetti Primavera (l’ultimo nel 2013, con la Lazio di Keita e Cataldi) e che ha sempre pescato a piene mani da un settore giovanile che è sempre stato un serbatoio importante per la prima squadra, fin dal 1975…

È vero, sono cambiati i tempi e il calcio moderno è diverso da quello degli anni Settanta quando le giovanili della Lazio erano così importanti da avere addirittura un presidente: Fabrizio Di Stefano, che ha ricoperto quella carica per 10 anni durante la presidenza di Umberto Lenzini.

È vero, i tempi sono cambiati ma la cultura del lavoro, l’attenzione nel reclutamento e l’investimento reale da parte delle società sui giovani del territorio, vale oggi come quasi mezzo secolo fa, quando il settore giovanile della Lazio sfornava talenti come Bruno Giordano, Lionello Manfredonia, Vincenzo D’Amico, Andrea Agostinelli, Mauro Tassotti, Paolo Di Canio, Alessandro Nesta e Marco Di Vaio… così diversi tra loro ma tutti figli della stessa cultura del lavoro. In comune hanno il fatto di aver percorso tutti la stessa strada, di aver fatto la trafila dalla scuola calcio alla prima squadra. Scovati da osservatori veri che battevano tutti i campi della città, della provincia e della regione, tutti ragazzini pagati poche decine di migliaia, a volte non con soldi ma con la fornitura di maglie e palloni perché non avevano ancora firmato il primo cartellino, ma che approdati alla Lazio (e vale la stessa cosa anche per la Roma e per tutte le società, sia chiaro…) grazie alla rete di rapporti esistenti tra il club e il territorio in cui operava.

È sempre stato così in casa Lazio, perché noi siamo sempre stati legati ai giovani cresciuti in casa. Basta pensare alla stagione 1979-1980, a quella del record di ragazzi provenienti dalle giovanili schierati in prima squadra. Sulla panchina di quella Lazio c’era un certo Bob Lovati (quello a cui è stata dedicata la Academy che non ha ancora visto la luce 4 anni dopo la finta inaugurazione a Formello), alla guida di una squadra decimata dal ciclone del calcio scommesse. Con D’Amico a fare da condottiero con la fascia da capitano, Bob Lovati schierò in quel campionato addirittura 18 giocatori provenienti dal settore giovanile su 27 calciatori impiegati in quella stagione: due terzi… Sì, avete letto bene: 18 ragazzi delle giovanili che in 30 giornate di campionato hanno indossato la maglia della Lazio e che erano, per giunta, tutti romani. Tra quei nomi ci sono quelli di ragazzi che si sono persi o che non hanno mantenuto le promesse, come spesso avviene con i giovani, ma ce ne sono tanti altri che hanno fatto una discreta carriera e ai quali si dovrebbe aggiungere Agostinelli, che proprio quell’anno fu ceduto al Napoli. Eccolo l’elenco completo, con tra parentesi il numero delle presenze collezionate: D’Amico (28), Tassotti (27), Giordano (23) Manfredonia (21), Montesi (19), Manzoni (14), Todesco (9), Perrone (6), Ferretti e Cenci (5), Budoni e Labonia (4), Pochesci (3), Avagliano e Scarsella (2), Piccinini, Campilongo e Pesce (1).

A settembre, la Lazio ripartirà dalla Serie B (che per buon gusto si chiama Primavera 2…) con l’obiettivo di tornare subito tra le grandi, ma questa retrocessione è e resta una macchia. Andare a cercare i colpevoli, non è facile, perché questa retrocessione ha veramente dell’assurdo visto che la Lazio al via di questa stagione grazie ai risultati ottenuti negli ultimi 5 anni era addirittura prima nel ranking italiano. Ma, secondo me,  già leggendo la formazione che ha giocato la partita che ha segnato di fatto la retrocessione della Lazio c’è molto del perché di questo fallimento. Su 14 giocatori utilizzati da Bonacina in quella partita con la Sampdoria, figurano appena due italiani, uno dei quali entrato a partita in corso. Quel ragazzo si chiama Alessio Miceli ed è, anzi era, il capitano della squadra. Era, perché proprio qualche giorno fa Miceli, ragazzo del 1999 stimato da Inzaghi tanto che quest’anno lo ha fatto addirittura esordire in prima squadra in Europa League contro lo Zulte Waregem, è stato liberato dalla Lazio che ha deciso di non metterlo sotto contratto. Al contrario di quello che ha fatto la società con quasi tutti gli stranieri in rosa. Così Miceli, dopo 10 anni di trafila dalla scuola calcio alla Primavera, lascerà una Lazio trasformata in una sorte di babele in cui oramai non si parla più in italiano.

Su 28 giocatori tesserati, infatti, la Lazio quest’anno aveva in organico addirittura 15 giocatori di passaporto straniero, senza contare i naturalizzati. Oggi, con la Bosman, le frontiere aperte e la libera circolazione un discorso del genere sarebbe improponibile, ma basta fare un salto indietro di pochi anni per capire qual è stata l’origine di tutti i mali, il “virus” che ha infettato il calcio italiano e che alla lunga ha mandato in tilt l’intero sistema: l’invasione di stranieri nei settori giovanili. È da lì che bisogna partire, è lì che bisogna mettere un argine, altrimenti è tutto inutile. In casa Lazio, il primo straniero in assoluto è stato Mobido Diakite, ingaggiato nella stagione 2006-2007. Non fu pescato all’estero, ma qui in Italia, nel settore giovanile del Pescara. È stato lui il primo della colonia di stranieri che sono sbarcati a Formello negli ultimi anni. Nomi in gran parte sconosciuti, gente arrivata e poi sparita alla velocità della luce, operazioni apparentemente senza senso, con alcune eccezioni. Sì, perché dire “è tutto sbagliato”, non è corretto, perché in questo mare nostrum invaso dagli stranieri, la Lazio ha pescato anche qualche perla, giocatori che hanno portato soldi e plus valenze nelle casse della società. Keita in testa. Ma bisogna fissare un tetto, un limite invalicabile, perché oramai la situazione è fuori controllo.

Tavecchio,  nell’estate del 2014 aveva detto che bisognava stoppare l’invasione, che il nuovo corso della Federcalcio avrebbe tutelato i vivai. Invece, da quella frase infelice di Tavecchio, l’invasione non solo non si è arrestata, ma il numero degli stranieri nelle rose dei settori giovanili è aumentato. Come era aumentato dopo lo stop al terzo extracomunitario in Serie A imposto dalla Federcalcio dopo la debacle ai Mondiali del 2010 in Sudafrica. A dimostrazione che in questo paese di chiacchiere e di proclami se ne fanno tanti, ma raramente si traducono poi in fatti reali. E tutti dimenticano, in fretta.

“Le questioni di accoglienza sono un conto, le questioni del gioco sono un altro. L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare . Noi, invece, diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio. E va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree”.

Questa è la storica frase di Tavecchio, che ha chiesto scusa per quella gaffe (che gli è costata 6 mesi di squalifica da Uefa e Fifa, mentre qui da noi Palazzi archiviò in fretta e furia l’inchiesta), ma mai per aver tirato in ballo la Lazio. Gìà, perché mentre il presidente parla di “valori da preservare” e in tanti si vantano del fatto che siamo uno dei pochi grandi club ancora in mani italiane, la Lazio è tristemente in vetta alla classifica delle società che hanno stranieri tesserati nella Primavera: addirittura 15 in una rosa di 28 ragazzi, seguita a ruota da Sampdoria (14 su 28) e Udinese (13 su 27). Insomma siamo vicini al 50%, che nel caso della Lazio diventa 54% di presenze straniere in quello che dovrebbe essere il serbatoio della prima squadra e quindi anche delle nazionali giovanili. In Serie A, quest’anno, solo due club su 20 (Benevento e Crotone) avevano rose della primavera completamente made in Italy. E a questi 149 calciatori di passaporto straniero vanno aggiunti anche tutti quelli in possesso di doppio passaporto, ovvero quelli come Dybala o Icardi che dopo esser cresciuti calcisticamente in Italia potrebbero optare per un’altra nazionale e che, quindi, potremmo trovarci come avversari dopo averli svezzati e addestrati.

E non si tratta neanche di non aver fatto investimenti, semmai di aver investito tanto e in modo sbagliato. Già, perché per la costruzione di quella Primavera che ha chiuso il campionato all’ultimo posto in classifica la Lazio ha speso cifre da capogiro. Su tutti, ovviamente, spiccano i nomi dei due portoghesi Pedro Neto (classe 2000) e Bruno Jordão (1998, quindi tecnicamente già fuori quota per la Primavera), arrivati nell'ambito dell'operazione che ha portato Keita (altro prodotto del vivaio) al Monaco e per i quali (tra prestito e riscatto) la Lazio ha messo a bilanco un investimento complessivo di 25,5 milioni di euro. Ma anche senza arrivare a queste cifre folli, la Lazio ha speso molto per mettere su questa squadra, perché gli altri 13 ragazzi stranieri in rosa non sono arrivati certo a costo zero.

A dir la verità, comunque, Pedro Neto e  Bruno Jordão  hanno contribuito solo in minima parte al fallimento, visto che per alcune clausole inserite nel contratto dovevano far parte della prima squadra e sono stati inseriti nell’organico a disposizione di Bonatti prima e di Bonacina poi  solo a partire da gennaio. E nella seconda parte della stagione in due hanno collezionato appena 12 presenze: 8 l'attaccante (con appena un gol all’attivo) e 4 il centrocampista. A dimostrazione della confusione che ha regnato sovrana quest’anno nella Primavera e del tentativo disperato fatto di evitare la retrocessione, con la maglia della Primavera quest’anno si sono visti anche Crecco, Di Gennaro, Murgia, Tounkara e addirittura Antonio Rozzi, scomparso di scena ma ancora sotto contratto con la Lazio dopo quella cessione in prestito al Real Madrid con una clausola da 10 milioni di euro per il riscatto, mai esercitata dal club madrileno.

Insomma, nonostante la presenza dei due portoghesi e dei tanti fuoriquota, la Lazio Primavera è arrivata ultima, anche a causa della sterilità offensiva di una squadra che ha segnato appena 28 gol in 30 partite di campionato. Appena 4 in più delle 24 reti segnate lo scorso anno dal solo Alessandro Rossi, re dei bomber del campionato Primavera della passata stagione spedito quest’anno alla Salernitana a farsi le ossa.

Ma, come detto prima, non è solo un problema della Lazio ma di tutto il calcio italiano. La Lazio è solo la punta dell’iceberg perché ha pagato con la retrocessione questa politica a dir poco scellerata. Se si vuole varare veramente una sorta di piano Marshall per ricostruire il calcio italiano, come hanno detto sia Costacurta che il commissario Fabbricini, è da qui che si deve ripartire. Bisogna obbligare le società ad investire una parte importante dei milioni che arrivano dalla fetta dei diritti tv sul territorio, per scovare e allevare talenti italiani che poi devono avere (per regolamento) la possibilità di giocare tra i professionisti a 17/18 anni, invece di bivaccare fino a 20 anni in Primavera e essere considerati ancora giovani o acerbi a 22/23 anni. Così avrebbero senso le seconde squadre iscritte al campionato di Lega Pro. Altrimenti, quei campionati diventerebbero solo una vetrina per mettere in mostra stranieri arrivati, magari, con operazioni come quella che ha portato alla Lazio due ragazzi come Pedro Neto e Bruno Jordão. E con il risultato di avere una nazionale maggiore fuori dal Mondiale e un’Under 21 che non va alle Olimpiadi da Pechino 2008 e non vince un titolo europeo dal 2004, dopo i 5 titoli (su 7) conquistati in 12 anni tra il 1992 e il 2004. Successi che, guarda caso, coincidono con l’età dell’oro del calcio italiano, con quelle nidiate di talenti che rispondevano ai nomi di Maldini, Nesta, Totti, Del Piero, Buffon. Tutta gente approdata a 18 anni o meno in Serie A, perché aveva talento ma anche perché c’era ancora spazio, visto che al massimo potevano scendere in campo 3 stranieri… mentre ora si vedono partite di Serie A con 22 stranieri in campo, con arbitri e guardalinee unici italiani presenti sul rettangolo di gioco.

C’era una volta la Lazio Primavera. C’era una volta il calcio italiano che investiva sui giovani… ITALIANI!




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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