12 Maggio 2018

Maggio, il mese dei laziali...
di Stefano Greco

Guardi il calendario di maggio e ti rendi conto che sono tante, tantissime, le date cerchiate in rosso: quelle da ricordare, quelle che ti sono entrate nel cuore perché a quei giorni sono legati momenti di gioia, brividi che fanno parte di quel patrimonio di emozioni che ti ha regalato la vita. Almeno dal punto di vista sportivo. Già, perché a maggio è (quasi) sempre festa, non solo per chi come il sottoscritto in questo mese festeggia pure il compleanno. Sì, perché maggio negli sport di squadra più importanti è il mese della resa dei conti, quello dei trofei alzati o dei sogni infranti e, per fortuna, da laziale facendo i conti sono molte più le gioie dei dolori. Perché le ferite degli scudetti persi sul filo di lana il 20 maggio 1973 e il 23 maggio 1999, sono compensati dai due scudetti vinti il 12 maggio 1974 e il 14 maggio 2000. Per uno strano scherzo del destino, sempre un anno dopo e, forse, nell’anno in cui lo avevamo meritato di meno.

Ma maggio, è soprattutto il mese delle coppe, delle finali. C’è chi ricorda maggio come un mese da incubo perché le finali è abituato a perderle (regolarmente o quasi…) e chi invece ha quasi ogni giorno. Ben sette date cerchiate in rosso tra il 12 e il 26 maggio, con una sola sovrapposizione. E guardando il calendario, mi reputo fortunato, perché quelle giornate le ho vissute tutte da tifoso, compresa quella del 26 maggio l’unica (per scelta) vissuta non allo stadio ma chiuso in casa, da solo, tra mille pensieri e tormenti dell’anima.

Non è un articolo nostalgico questo. Non è un articolo scritto per trovare nel passato la forza per andare avanti. No, è un semplice riassunto di emozioni, di immagini che ti tornano in mente come flash, partendo dal 12 maggio del 1974. La notte vissuta insonne guardando la sveglia, la corsa dal giornalaio la mattina presto e la messa “marinata” per poter leggere dalla prima all’ultima riga “Il Corriere dello Sport”, nascosto nel lavatoio sul terrazzo del palazzo. Le lacrime di dolore per la ferita ancora aperta di un anno prima a Napoli, il timore per una nuova beffa, i brividi al pensiero di quel sogno a portata di mano. La corsa verso le stadio alle 10 di mattina con la partita che iniziava alle 16, quel muro umano colorato di bianco e di celeste che sembrava un mare in tempesta, con qualche spruzzo tricolore. Un muro formato da 78.809 anime paganti (ancora oggi record imbattuto e imbattibile di presenze allo Stadio Olimpico), senza contare le migliaia di imbucati entrati in qualche modo in quel catino. Poi la gioia, irrefrenabile, le lacrime e la corsa pazza in macchina verso il centro di Roma, con quella bandiera con stampata sopra solo la Coppa Italia del 1958, perché comprare bandiere con uno scudetto ancora non vinto non era da noi…

Poi, la lunga attesa, quasi un quarto di secolo di battaglie durissime e quasi sempre per la sopravvivenza, prima di quel 19 maggio del 1999, il coronamento di un sogno solo accarezzato un anno prima a Parigi. Per me, malato da sempre di calcio inglese, andare a vincere il primo trofeo europeo della storia proprio a Birmingham, era veramente la realizzazione del sogno dei sogni. Il viaggio da Roma a Londra con gli amici di sempre, la voglia di scappare da quella città meravigliosa per arrivare il prima possibile a Birmingham, una città che di bello ha solo lo stadio e il ricordo di quella notte. Il gol di Vieri proprio sotto i nostri occhi, il timore di non farcela, gli incubi scacciati dalla prodezza di Nedved, quel WE ARE THE CHAMPIONS cantato a squarciagola, la telefonata a Franco Sensi fatta durante la premiazione per fargli sentire i cori e il boato mentre Nesta alzava al cielo la Coppa delle Coppe. La cena in un ristorante spagnolo per festeggiare il trionfo e quella bandiera degli Irriducibili stampata per l’occasione ancora conservata gelosamente a casa e che ora mio figlio porta allo stadio per le grandi occasioni, come ideale passaggio di testimone di generazione in generazione.

E poi quel maggio del 2000 che rivisto dopo 16 anni sembra un film, una riedizione di quel “Fever Pitch” di Nick Hornby in chiave laziale che ogni tifoso sogna di poter vivere realmente almeno una volta nella vita. E noi siamo andati anche oltre quel trionfo dell’Arsenal, con quello scudetto vinto un’ora dopo la fine delle partite, nel più incredibile epilogo della storia del calcio italiano. Era il 14 maggio, il giorno in cui mia moglie (romanista) festeggiava (si fa per dire…) i 40 anni. Il giorno in cui ho rischiato il divorzio, perché come tutti mi rifiutavo di uscire dall’Olimpico per paura che spezzasse la magia di quel sogno. E quattro giorni dopo, un’altra sbornia (in tutti i sensi), con il viaggio a Milano per conquistare l’ennesimo trofeo di quella stagione, per completare un poker di trofei consecutivi a cui è mancata solo la ciliegina della Champions League per far entrare nella leggenda quella squadra.

E poi il 12 maggio del 2004, il giorno della gioia e del tormento. Quel viaggio a Torino con migliaia di altre anime laziali per conquistare una Coppa Italia che per valore simbolico forse valeva più di uno scudetto. Con una società allo sbando e ad un passo dal baratro economico, con guerre intestine per la scalata alla Lazio, con la speranza di un domani diverso che si mischiava con il terrore di finire invece nelle mani sbagliate. Il 2-0 della Juventus e l’incubo della beffa, poi i gol di Corradi e Fiore, il trionfo in casa del nemico e quella Coppa Italia festeggiata all’aeroporto tra abbracci e lacrime, urlando SIAMO ANCORA VIVI! Una notte indimenticabile, perché tutti noi avevamo la sensazione che quel trofeo avrebbe segnato al fine di un’epoca, probabilmente irripetibile.

Ed ecco il 13 maggio del 2009, il giorno più bello. Sì, perché è stato il primo trofeo vinto con mio figlio sulle spalle a festeggiare. Come dimenticare gli occhi di un bambino di 6 anni che si guardava intorno incredulo, con quella maglietta celeste di Zarate a fargli da vestito e quella bandiera degli Irriducibili sventolata in modo maldestro. La tua bandiera di Birmingham, il testimone finalmente passato di generazione in generazione, proseguendo una storia familiare iniziata con la nascita della Lazio, all’inizio del novecento. Ricordo la paura di mio figlio prima dei rigori, la richiesta di andare via perché aveva paura di vedere infranto dagli 11 metri il sogno. E lì, la prima lezione di vita: “restiamo, comunque vada non ci muoviamo di qui e rimaniamo a sventolare la bandiera”. E alla fine, quel “grazie papà, è stato bellissimo” che non potrai mai dimenticare.

Ed, infine, il 26 maggio del 2013, il giorno del tormento. Il sogno di una vita da tifoso, quello di alzare un trofeo in faccia al nemico di sempre, messo in un cassetto per coerenza: una parola sempre più in disuso. La coerenza di chi nel 1994 ha deciso di non andare più a vedere il derby allo stadio, la coerenza di chi ha deciso di non mettere più piede all’Olimpico fino a quando ci sarà questo personaggio alla guida della Lazio. Una scelta che non è e non è mai stata dettata dai risultati, ma da altro: da valori che consideri da sempre importanti e che hai visto calpestati troppe volte. Troppe per poter pensare di perdonare e di fare marcia indietro, qualunque cosa succeda. Perché c’è chi va a seconda del vento, chi cavalca qualsiasi onda e chi invece porta avanti (nel bene o nel male, nella buona o nella cattiva sorte) un ideale, senza preoccuparsi di essere maggioranza o minoranza. Perché, altrimenti, in quel freddo inverno del 1966 non avrei scelto la Lazio, una squadra che stava andando incontro alla seconda retrocessione della sua storia.

Questo è il mio album dei ricordi, al quale si aggiungono anche giornate di maggio impresse nella memoria e ugualmente segnate in rosso perché ricordano le debacle di altri, dei tuoi “nemici”, quelli per i quali maggio da decenni è un mese da incubo a causa di finali perse in coppe più o meno importanti. Ma questa, è un’altra storia… Oggi, nel giorno dell’anniversario del primo scudetto e di quel DI PADRE IN FIGLIO entrato nella storia, non c’è spazio per gli altri, ma solo per emozioni a tinte bianco e celesti. 




Accadde oggi 16.10

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Vittoria 4-0
1927 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Alessandria 0-1
1932 Milano, stadio Civico Arena - Ambrosiana-Lazio 1-2
1938 Bologna, stadio Littoriale - Bologna-Lazio 2-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Roma 3-1
1953 Nasce a Briosco (MI) Giuliano Terraneo
1955 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NY Cosmos 3-1
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 5-1
1999 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 0-3
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-PSV Eindhoven 2-1
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-0

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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