08 Maggio 2018

8 maggio, una storia di Lazio...
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

Oggi vi voglio raccontare una storia che, all’apparenza, non c’entra nulla con il presente. Una storia che conoscono solo i laziali della mia generazione e quelli con ancora più Lazio sulle spalle. È la storia di una squadra che giocava con l'aquila stilizzata sul petto, che lottava per un traguardo a cui era legata la sopravvivenza stessa della società e che in vista dell’arrivo ha perso freschezza atletica e mentale, punti di vantaggio e certezze; una squadra che, per uno strano gioco del calendario, aveva in programma la sfida decisiva proprio il vista del traguardo all’Olimpico con la rivale diretta e che alla fine ha raggiunto la meta tirando fuori le energie raschiate sul fondo di un barile quasi vuoto e sospinta dall’entusiasmo della gente laziale. E lo ha fatto in un momento in cui non ci credeva quasi più nessuno e in una situazione ambientale allucinante a causa dei successi dell’altra squadra di questa città.

La storia inizia proprio l’8 maggio, in una domenica difficile, forse impossibile da dimenticare. Cielo scuro, caldo afoso e una cappa di umidità che avvolge la città e rende l’aria quasi irrespirabile. Così si sveglia Roma l’8 maggio del 1983. Io, laziale che sta per varcare la soglia dei 21 anni (che una volta era considerata quella della vera maturità, perché a 21 anni diventavi maggiorenne…), quella domenica vivo una giornata da incubo, perché vengo da una famiglia mista: metà laziale (da parte di mio padre e fin dalla nascita di questa società) e metà romanista (da parte di mia madre, con tanto di nonno e di zio soci vitalizi…). E sono anni duri, durissimi per me quelli. La Lazio è al terzo campionato consecutivo in Serie B, con la Roma che dall’altra parte dopo due successi consecutivi in Coppa Italia (sempre ai rigori e contro il Torino) sta per conquistare lo scudetto. E il giorno del tricolore è proprio l’8 maggio. Mia madre è la persona più importante della mia vita. Lo è sempre stata e lo ancora oggi (insieme ai miei figli) anche se tra un mese saranno 20 anni dal giorno in cui mi ha lasciato, strappata alla vita in un amen da un male bastardo. Come regalo per la festa della mamma, con i primi soldi guadagnati facendo il giornalista, le ho regalato la trasferta di Genova, sull’aereo in cui viaggiano amici come Alberto Mandolesi e Pato. Grazie alla sconfitta a tavolino rimediata dalla Juventus nella sfida con l’Inter (per un sasso che ha colpito il pullman nerazzurro all’arrivo allo stadio e che sfondando il vetro ha ferito un giocatore), a Marassi alla Roma basta un pareggio per conquistare il secondo scudetto della storia. Quella domenica, quindi, di prima mattina carico mamma in macchina e la porto all’aeroporto di Fiumicino, completamente colorato di giallorosso.

Provate a immaginare la sensazione, il travaglio interno, il tormento di un tifoso diviso tra l’amore materno e “l’odio” sportivo. Lascio mia madre e vado direttamente allo stadio, perché quel giorno la Lazio si gioca una fetta importante del suo futuro. È la Lazio di Vincenzo D’Amico capitano, la Lazio che ha appena ritrovato Giordano e Manfredonia dopo due anni di esilio dal calcio a causa del calcio scommesse, è la Lazio dei guerrieri Vella e Podavini. Una corrazzata che insieme al Milan doveva annientare tutte le avversarie per approdare comodamente in Serie A. E per due terzi di campionato quella promozione non era mai stata in dubbio, perché l’unico dubbio semmai era legato a chi tra Lazio e Milan avrebbe conquistato il primo posto. Ma ad aprile qualcosa comincia a scricchiolare: tre pareggi consecutivi per 0-0 contro Palermo, Lecce e Foggia, una sconfitta incredibile in casa con la Pistoiese e poi un’altra la settimana successiva a Varese hanno trasformato la partita con la Reggiana (praticamente già retrocessa) in una sorta di sfida senza domani. Già, perché i 5 punti di vantaggio su Cremonese, Como e Cavese quarte in classifica (salivano le prime 3) sono diventati 2 e 3 sul Catania Catania, da affrontare alla penultima giornata proprio all’Olimpico con la sfida a Cava dei Tirreni in programma all’ultima giornata. Un calendario da far tremare i polsi, considerando anche la partita a San Siro con il Milan in programma la settimana successiva.

La Lazio è stanca, gioca male, segna poco, ma su tutte le tabelle fatte i 2 punti in casa contro la Reggiana sono considerati scontati. Invece, succede l’incredibile. In una città tutta colorata di giallorosso e già pronta per la festa scudetto, l’Olimpico è un piccolo fortino biancoceleste, una sorta di Forte Apache che sorge al centro del territorio indiano. Con quella cappa di umidità che avvolge la città, l’aria quel giorno è irrespirabile. Allo stadio, regna un silenzio quasi irreale che si rompe dopo pochi minuti grazie al gol segnato da Bruno Giordano. Ma neanche il tempo di esultare che arriva l’autogol di Renato Miele a riportare tutti alla dura realtà. E subito quel gol, la Lazio si spegne. Dopo l’intervallo, è ancora Giordano a suonare la carica segnando il gol del 2-1 ma anche questa volta la gioia dura una manciata di minuti, perché quasi immediato arriva il gol del 2-2 firmato da Graziani. Non “Ciccio”, un omonimo, ma è come un segnale di sciagura che piomba sull’Olimpico. Bruno Giordano, al 64’ prova a scacciare i fantasmi segnando la terza rete che riporta avanti la Lazio, davanti agli occhi dell’Avvocato Agnelli (presente in Tribuna d’Onore) che non ha mai nascosto la sua passione per quel ragazzo trasteverino dotato di un talento eccezionale. Sembra fatta, la Lazio si chiude a difesa del vantaggio, ma nel momento esatto in cui dalla radio arriva la notizia che la Roma ha vinto lo scudetto, Imborgia batte orsi e segna il gol del definitivo 3-3.

Sull’Olimpico cala un silenzio quasi irreale. La squadra esce tra i fischi e negli spogliatoi il presidente Casoni riunisce il direttivo della società che dopo 2 ore di riunione decide di esonerare Roberto Clagluna e di affidare la squadra a Giancarlo Morrone (allenatore della primavera) e a Bob Lovati, l’uomo delle grandi emergenze. Fuori dall’Olimpico, le strade si trasformano in un campo di battaglia, perché i laziali che escono dallo stadio entrano in contatto con i romanisti che danno vita ai caroselli di festa per la conquista del tricolore.

Ora, voi che siete giovani e non avete vissuto quell’inferno, provate a chiudete un attimo gli occhi e ad immaginare che il nostro stato d’animo di quel giorno e delle settimane successive. Già, perché la domenica dopo, la Lazio va a San Siro e perde 5-1 con il Milan e a 4 giornate dal termine viene raggiunta al secondo posto da Catania, Cavese e Cremonese, con l’incubo di dover giocare le ultime due partite proprio contro Catania e Cavese. Provate a immagine cosa ha vissuto un laziale che vede sfuggire una promozione (vitale, anche per la sopravvivenza economica della società) che un mese prima era certa in una città interamente colorata di giallorosso che festeggia lo scudetto. Per noi era quasi impossibile girare quei giorni, perché lo sapete bene che quelli dell’altra sponda non sanno accettare di essere incudine quando perdono ed esagerano sempre quando vincono e sono martello.

Ecco, ho deciso di raccontare questa storia per far capire quanto possa dare fastidio a me e a tanti della mia generazione vedere questo disfattismo dopo un pareggio (secondo me prezioso) in casa contro l’Atalanta e questo complottiamo che si mischia con previsioni catastrofiche per il finale di stagione. Noi che abbiamo visto e vissuto di tutto, anche se proviamo fastidio per questo tipo di comportamento lontano anni luce da quel modo di essere laziali che ci ha sempre contraddistinto, sorridiamo. Perché in quei giorni avremmo firmato con il sangue per vivere una stagione del genere. Perché se credevamo allora nella promozione, nonostante tutto quello che stava succedendo e un calendario da far tremare i polsi, perché non dovremmo credere oggi in quel quarto posto che vale Champions League? Perché la squadra è stanca e giochiamo con l’Inter all’ultima giornata? Bene, il calendario delle ultime giornate di quella stagione 1982-1983 era addirittura peggiore e la squadra arrancava come e forse di più di quella di oggi. Dovremmo unirci al pianto per i torti arbitrali? All’andata a Catania, ci fu fischiato contro il rigore più inesistente della storia al 90’ per un tuffo di Barozzi in area, con Di Marzio (padre) che a bordo campo invitava i suoi a tuffarsi in area. Facchin di Udine, indicò il dischetto e non contento tirò fuori anche un cartellino rosso per Manfredonia…

Per noi che al seguito della Lazio abbiamo attraversato a piedi l’Inferno, nonostante la presenza alla guida della società di un personaggio lontano anni luce dalla classe, dallo stile e dalla Lazialità di Gian Chiarion Casoni e di tanti che lo hanno preceduto, questo se non è proprio il Paradiso ci somiglia molto. Quindi, perché non crederci? Perché farsi avvolgere in questa coltre di pessimismo e di complottiamo quando il traguardo è a pochi passi e, sia pure stanchi e logori, stiamo affrontando il rettilineo finale in vantaggio? Non voglio insegnare nulla a nessuno, perché odio quelli che si mettono sul pulpito e danno lezioni agli altri come non sopporta da sempre quelli che nel mondo Lazio (c’erano anche più di 30 anni fa…) si arrogano il diritto di dispensare patenti di Lazialità o fanno a gara a chi è più laziale. Voglio solo far capire a tutti che questa è la storia della Lazio. Noi la sofferenza ce l’abbiamo nel DNA, l’abbiamo scelta nel momento esatto in cui ci siamo messi al collo una sciarpa o abbiamo sventolato per la prima volta una bandiera biancoceleste. Non c’è mai stato nulla di facile e nulla di scontato per noi. Ma gioire dopo aver sofferto, lottato e dopo aver temuto di perdere tutto, è molto più bello di un qualcosa di scontato e di apparecchiato. Sì, forse a volte siamo addirittura masochisti nel nostro essere tifosi, ma siamo abituati a soffrire, a credere nell’impossibile e a non mollare mai. Perché come “di padre in figlio”, quello non è un semplice slogan, ma uno stile di vita…




Accadde oggi 23.05

1915 Roma - Lazio-Lucca non disputata
1948 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Bologna 2-1
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 2-2
1971 Milano, stadio San Siro - Inter-Lazio 1-1
1988 Nasce a Roma Lorenzo De Silvestri, difensore
1993 Trieste, stadio Nereo Rocco - Brescia-Lazio 2-0 - gara disputata sul campo neutro di Trieste

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 18/05/2018
 

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