16 Aprile 2018

La grande bellezza...
di Stefano Greco

Per una volta, parto dalla fine, ovvero da oggi. Quando questa mattina a scuola, al bar o al lavoro, con quel loro modo di fare borioso (e a volte un po’ coatto) vi diranno “vabbé, v’avemo fatto pareggià perché tanto sto derby per noi era solo una sorta di amichevole tra la partita con il Barcellona e quella con il Liverpool”, sorridete. Sì, sorridete come si fa con quell’amico un po’ scemo a cui però vuoi bene al punto che ridi anche alle sue battute demenziali per non farlo restare male, perché dietro quel finto disinteresse per la partita di ieri c’è la rabbia per non averci dato il colpo del definitivo ko. Sì, perché una sconfitta nel derby, dopo quello che era successo tra martedì e giovedì, oltre a consegnargli le chiavi della città avrebbe in un certo senso messo al tappeto sia noi che la squadra, trasformando in finale di stagione in un calvario e questa settimana in una sorta di resa dei conti all’interno del mondo Lazio.

Invece, nonostante il pessimismo cosmico di quei laziale che dopo il fischio finale di Salisburgo prefiguravano scenari biblici, come una vittoria tennistica della Roma e il definitivo crollo della Lazio, per l’ennesima volta la squadra ha reagito. E il punto conquistato ieri non ci consente solo di restare sopra all’Inter, ma è un pieno di entusiasmo e di energie per ripartire, per affrontare questo finale di stagione con la giusta carica e convinzione, perché la vera finale noi la giocheremo molto probabilmente il 20 maggio all’Olimpico, contro l’Inter. Quel giorno si deciderà il nostro destino, quel giorno sapremo se c’è la possibilità di fare questo benedetto salto di qualità oppure se questa stagione non è stata altro che una bella, magnifica illusione.

Quello che non sopporto, però, è il pessimismo e il complottiamo di questo mondo Lazio di oggi, di questi laziali 2.0 che oramai sono diventati una pessima copia dei loro dirimpettai che per anni hanno visto complotti ovunque e che parlavano di manovre del palazzo per non affrontare la realtà: ovvero, che non avevano una squadra per competere, al contrario di quanto gli dicevano i bravi comunicatori che da giugno in poi li bombardavano parlando di una Roma in grado di lottare per lo scudetto, facendo pronunciare quella parola magica a qualunque nuovo arrivato, anche a gente che in carriera aveva vinto al massimo un torneo al bar con gli amici. Ecco, noi una volta eravamo diversi, fieri della nostra diversità, del nostro non piangerci addosso neanche quando ci hanno scippato lo scudetto nel 1999. Da sempre ridiamo di quelli che a distanza di quasi 40 anni parlano ancora del gol di Turone, diventato leggendario al punto che c’hanno fatto uno spettacolo teatrale, mentre quel laccio californiano di Mirri a Salas in area e quel rigore colossale che ci ha negato Treossi (che qualche anno dopo ha confessato di aver sbagliato…) a Firenze, non solo non sono diventati un caso nazionale, ma sono rientrati nei normali errori che può commettere un arbitro. Altro che il fallo di Iuliano su Ronaldo in quello Juventus-Inter del 1998.

Dopo Salisburgo, la prima preoccupazione dei tifosi laziali è stata la designazione dell’arbitro per il derby. E quando è uscito il nome di Mazzoleni, si sono aperte le cataratte del pessimismo e del complottiamo. Invece, l’arbitro non ha minimamente influito sul risultato. Sì, forse è stato troppo clemente con Juan Jesus, ma lo è stato altrettanto con Leiva che già ammonito ha commesso un fallo che poteva costringerci a giocare per più di un’ora in 10, invece Mazzoleni ha dimostrato di non avere “un bidone al posto del cuore” e ha usato il buonsenso che dovrebbe avere ogni arbitro, ovvero quello di dirigere la partita cercando di essere quasi trasparente, lasciando ai giocatori il compito di decidere l’esito dell’incontro. Quello che non hanno fatto, ad esempio, né Massa (con la complicità di Fabbri) né Giacomelli. Soprattutto Giacomelli, quello che seduto al VAR ha fatto sbagliare Mazzoleni a Genova non segnalando il fallo di mano di Bereszynski e che la settimana dopo ha completato l’opera contro il Torino (con la complicità del suo collega Di Bello) trasformando un rigore solare per la Lazio in un’espulsione di Immobile per una condotta violenta smentita anche dal giudice sportivo. Che la Lazio sia stata penalizzata quest’anno non ci sono dubbi, gli episodi sono talmente chiari che è inutile anche discuterne, ma questo complottiamo è diventato insopportabile. Prima di Udine, dopo la doppia sconfitta di Inter e Roma, tutti a prefigurare un arbitraggio da far west da parte di Rocchi, pronto a penalizzare la Lazio al Friuli, a colpire con cartellini gialli scientifici una squadra piena di diffidati per far arrivare al derby una Lazio decimata. Non è successo, anzi. Come non è successo nulla ieri al derby. Questo non significa cancellare i torti, che ci sono stati, significa solo che se c’è un complotto lo si porta a termine, fino in fondo. E così non è stato.

Parlo di altro, lo so, perché di questo derby per me c’è poco da dire. Il bello c’è stato prima della partita e al momento dell’ingresso in campo. Quello è stato il vero spettacolo, la grande bellezza di questo derby tutt'altro che indimenticabile per gioco ed emozioni. La partita è andata come avevo immaginato e sperato, con una Lazio capace di reagire e che, nonostante la botta morale e la fatica, ha provato a vincere, limitando al massimo il rischio di perdere. Poi, poteva anche succedere di perdere, ma questa volta la Dea Bendata che avevo invocato ieri prima della partita, si è ricordata di noi e ha dimostrato di “non avere un bidone al posto del cuore” quando ha mandato i palloni di Perez e Dzeko a stamparsi sul palo e sulla traversa.

Si riparte, quindi. Senza neanche la possibilità di tirare il fiato perché oggi è già l’antivigilia della trasferta di Firenze: dell’ennesimo bivio di questa stagione, dell’ennesimo esame di maturità e dell’ennesima fatica di una stagione senza tregua per un gruppo che offre a Inzaghi ben poche alternative in alcuni ruoli chiave. Perché questo, al di la dei torti arbitrali e degli errori che possono aver commesso Inzaghi e i suoi ragazzi, è il vero limite di questa Lazio: l’assenza di ricambi di qualità. E in una stagione lunga e massacrante, certe crepe a lungo andare rischiano di trasformarsi in vere e proprie falle. La speranza è che non succeda, la speranza è che questa nave riesca ad arrivare in porto grazie all’abilità del comandante e della sua ciurma, nonostante le pecche evidenti dell’armatore. Poi, una volta conquistata l’Europa che conta (e le decine di milioni di euro che garantisce la partecipazione alla Champions League), toccherà all’ambiente tutto fare pressione sull’armatore affinché faccia quello che non ha mai fatto veramente in questi 14 anni: investire, seriamente e senza scommesse aprendo i cordoni di una borsa piena di dobloni. Investire nella squadra, non spendere per Academy mai nate o per riempire le casse delle “parti correlate”. Perché la Lazio dovrebbe venire prima di qualsiasi cosa. O no?




Accadde oggi 23.04

1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Juventus 1-0
1950 Bergamo, Stadio Comunale - Atalanta-Lazio 1-0
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Livorno 3-1
1978 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 2-0
1995 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/04/2018
 

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