13 Aprile 2018

FORZA LAZIO... E BASTA!
di Stefano Greco

Il pianto disperato di mio figlio; la rabbia di un vecchio laziale che da troppo tempo si tiene dentro troppe cose e che deve lottare con se stesso per non eruttare spazzando via tutto e tutti; le parole di Marco Parolo; le sensazioni vissute a Napoli nel ’73, a Firenze nel ’99,  a Dortmund nel 1995, a Tenerife nel 1997, a Valencia nel 2000 (e potrei aggiungerne tante, tante altre…) riapparse al momento del pareggio immediato del Saliburgo quando avevamo ancora saldamente in mano (all’apparenza…) la qualificazione e diventate certezze nel momento in cui Luis Alberto si è divorato il gol del 2-1; il derby dietro l’angolo contro i già Campioni d’Europa… Sono solo alcuni dei punti da cui sarei potuto partire per iniziare questo articolo che non avrei mai voluto scrivere. Punti su cui ho riflettuto per tutta la notte, guardando il volto stravolto di mio figlio che dorme immerso in pensieri che sono stati tuoi nelle notti che ho citato e in altre mille notti in cui non c’era da assorbire la botta di una partita persa o di un  obiettivo sfumato, ma in cui era in dubbio addirittura l’esistenza stessa e il futuro di quella squadra per cui tifi da sempre e che è stata, è e sarà una parte importante, fondamentale della tua esistenza.

È dura tenersi tutto dentro, è durissima chiudere i boccaporti del cuore e della mente per far uscire pensieri e rabbia, ma fare il giornalista e comunicare con la gente significa anche tenere a freno, a volte, rabbia e pensieri. Perché oggi sarebbe facile imbracciare un mitra o un bazooka e sparare per abbattere falsi amici, laziali che si professano tali ma che si comportano sempre più come i romanisti che per anni hanno preso per i fondelli per la loro volubilità, oppure i nemici o “il nemico”. È dura, ma bisogna farlo, per mille motivi. Il primo, che poi è il più importante di tutti, è che tra 60 ore si gioca un derby fondamentale. Non tanto e non solo per la classifica, perché tanto sono convinto che una eventuale qualificazione alla Champions League non cambierà assolutamente il futuro della Lazio, ma perché vincere il derby (o non perderlo) in questo momento è fondamentale. E sparare a zero, riaprendo vecchie questioni o massacrandoci tra noi, non solo non serve a nulla, ma significa metterci da soli il cappio al collo. Per questo, chi si aspetta oggi da me parole di fuoco, sull’uno o sull’altro fronte, è destinato a restare deluso. Quindi, se è questo che si aspettava da me, può anche evitare di leggere il seguito.

Dopo la lunghissima introduzione, tra i tanti punti che ho elencato all’inizio ho deciso di partire dalle parole di Parolo. Perché Marco non lo conosco, ma l’ho sempre considerato un ragazzo saggio, posato, uno che parla poco ma che non dice mai cose banali, uno che non ha paura di dire quello che pensa veramente e che non si limita ad attaccare i buoi dove vuole il padrone. Ieri, pur con la fatica di una battaglia persa e la rabbia per aver visto sfumare un obiettivo importante, Marco Parolo è stato lucido e onesto. Come sempre. “Non siamo ancora una squadra che può ambire a certi traguardi in Europa. Ci manca qualcosa. Contro le squadre europee la gara non è finita finché l'arbitro non fischia tre volte: dobbiamo fare mea culpa e resettare tutto perché domenica abbiamo una partita importante”.

Ecco, nelle parole di questo ragazzo c’è tanta verità. Quella verità che in tanti hanno cercato di tenere nascosta o che addirittura hanno provato a mascherare dipingendo in modo diverso una realtà che era sotto gli occhi di tutti. Prendere coscienza della realtà, non è mai facile, ma è salutare. Perché solo guardando in faccia la realtà si può crescere, si può capire cosa si è sbagliato e cosa serve per evitare di sbagliare in futuro. Ma, soprattutto, per trasformare immediatamente una sconfitta in una vittoria, una grande delusione in energia per sopperire alla fatica (sia fisica che, soprattutto, mentale) che ha portato alla Waterloo di ieri. Perché è inutile far finta di nulla o provare a nascondersi dietro una foglia di fico, Salisburgo è e resterà una grande macchia nera nella storia della Lazio.

Ma rabbia a parte, non bisogna correre il rischio di passare dall’euforia al “moriremo tutti”, dal “siamo campioni” al “siete tutti pipponi”. Mia nonna, donna saggia che ho amato come e forse anche più di una madre a cui ero legatissimo (anche se erano entrambe della Roma…), quando ero piccolo e passavo da un eccesso all’altro mi diceva che dovevo imparare a “non buttare l’acqua sporca con il bambinello dentro”. Un detto popolare romano che significa più o meno che anche nelle cose brutte e negative c’è sempre qualcosa di buono che va salvato e preservato. Basta saper guardare in faccia la realtà. Non avevamo una squadra di campioni prima di Salisburgo e non abbiamo una squadra di pipponi oggi. Abbiamo una squadra che da agosto sta andando ben oltre quelli che sono i suoi limiti strutturali. Che sono evidenti per chi li vuole vedere. Per questo che mi spaventa di più non è tanto la sconfitta di Salisburgo o il possibile effetto di questa Waterloo austriaca, ma il fatto che non servirà di lezione a chi da anni parla di “squadra difficilmente migliorabile” e “di equilibri dello spogliatoio da non alterare” per mascherare la sua assoluta mancanza di ambizioni. Perché il vero problema è sempre stato, è e sarà sempre lo stesso: le ambizioni della gente laziale, ma anche dell’allenatore e dei giocatori, non vanno di pari passo con quelle di chi sta al vertice. Ci manca qualcuno che abbia veramente voglia di vincere e che non si accontenti di partecipare per incassare. Ci manca qualcuno che sia abbastanza laziale per capire quale sia il bene della Lazio e che il bene della Lazio conta più dell’ego personale. Io il mio piccolo passo indietro (o di lato) l’ho fatto, smettendo di combattere una guerra che non ha più senso perché non esiste né la volontà di combatterla né un esercito che deciso a combattere. Mi piacerebbe vedere anche dall’altra parte un passo indietro o di lato che vada oltre l’apparenza o al silenzio di facciata. Ma sono discorsi da fare a bocce ferme questi. Non oggi, non dopo una sconfitta e tantomeno non alla vigilia di un derby.

Oggi tutti vogliono un colpevole, qualcuno da usare come capro espiatorio e a cui mozzare la testa, perché qualcuno deve pagare per ieri. Sbagliato. E vi spiego il perché, senza nascondermi dietro un dito e senza fare 0-0. È vero, Inzaghi ha le sue colpe e ieri ha fatto cose all’apparenza incomprensibili (a partire dalle sostituzioni), ma additarlo come responsabile oppure dipingerlo come un allenatore scarso, non all’altezza o sopravvalutato, è un errore madornale. Perché senza Inzaghi questa Lazio non sarebbe arrivata dove è arrivata e perché guardando verso la panchina per l’ennesima volta si è reso conto che non aveva due centrocampisti veri da gettare nella mischia per fare argine davanti alla difesa. È vero, Strakosha ieri ha sulla coscienza il gol che ha cambiato il volto alla partita, ma stiamo parlando di un ragazzo di 24 anni che non per colpa sua non ha mai avutola possibilità di tirare il fiato perché l’unico portiere vero che avevamo è stato messo ai margini, pagato per non giocare. È vero, Immobile ha sbagliato due gol fatti, ma per l’ennesima volta ha timbrato il cartellino e senza i suoi timbri oggi non oso neanche pensare cosa sarebbe e dove starebbe questa squadra. È vero, anche Luis Alberto ha sulla coscienza l’errore nell’azione che poteva uccidere definitivamente il Salisburgo, ma prima di allora aveva fatto due assist da fuoriclasse (uno di tacco…) a Immobile e in questa stagione ha fatto cose che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui. È vero, anche ieri Nani ha dimostrato di essere un grande ex giocatore, una presenza inutile in questo organico, ma a Salisburgo forse neanche l’ingresso di un Cristiano Ronaldo sarebbe bastata per evitare di assistere a quel finale. È vero, ieri sera De Vrij ha sbandato come mai in passato e ha dato l’impressione di stare con la testa da un’altra parte, ma ritirare fuori la storia del mancato rinnovo e del suo trasferimento già scritto all’Inter non solo non risolverebbe il problema, ma sarebbe come impugnare la spada Wakizashi per fare harakiri, per mettere in pratica quel suicidio rituale denominato Seppuku.

Si potrebbero aggiungere tante altre verità, come il fatto che questa squadra ha dei limiti caratteriali o di mancanza di personalità e d’esperienza, perché solo una squadra priva di questi requisiti può incassare tre gol in meno di 4 minuti. Oppure che ieri sono venuti a galla sia il braccino corto di chi guida la società che tutti gli errori di mercato evidenziati per mesi ma mascherati dalla bravura di Inzaghi e dai risultati della squadra, ma al di la degli errori commessi ad agosto e a gennaio la Lazio di ieri aveva comunque i mezzi per passare il turno e gli errori in campo non li hanno commessi né il presidente né Tare.

E gli stessi discorsi potrebbero essere allargati all’ambiente, perché quando si perde in quel modo perdono tutti e chiunque ha un pizzico di responsabilità in una sconfitta del genere. Anche quelli che oggi straparlano e puntano l’indice accusatorio urlando come ossessi: capisco la rabbia e la delusione, ma in momenti come questi urlare, accusare o pensare di andare a sbattere al muro la società, l’allenatore o i giocatori non serve assolutamente nulla. E sarebbe da coglioni farlo. Come non serve a nulla andare a caccia dei tanti tifosi del presidente che fino a ieri la facevano da padroni nell’ambiente e che da ieri sera sono spariti, perché tanto reagirebbero scaricando ogni responsabilità sui tifosi gufi, oppure sui giornalisti che non sono asserviti. Perché questo è oggi quel mondo Lazio da cui, per scelta, mi sono allontanato.

Oggi è il momento di alzare la testa e reagire. Perché come ho scritto qualche giorno fa io sono sopravvissuto ad uno scudetto vinto da quelli in una domenica in cui noi pareggiando 3-3 con la Reggiana vedevamo addirittura compromessa la promozione in Serie A.  Io sono sopravvissuto ad una finale di Coppa dei Campioni considerata da tutti già vinta nell'anno in cui mi sono salvato e a stento dalla retrocessione. Io sono sopravvissuto ad una retrocessione in C quasi toccata con mano fino al miracolo di Fiorini e poi  riapparsa come un fantasma fino al fischio finale di Casarin a Napoli. Io sono sopravvissuto ad una finale di Coppa Uefa (regolarmente persa...) in anni in cui per noi era un sogno addirittura una finale di Coppa Italia.
Io sono sopravvissuto a tutto e a tutti perché sono laziale, perché per me la Roma è un avversario che odio da sempre (e che sportivamente parlando odierò sempre...) ma non un incubo o addirittura una malattia. Io sono sopravvissuto a tutto e tutti, perché non ho mai messo in discussione la mia fede a causa dei risultati del campo, perché per me la Lazio è un qualcosa che va oltre qualsiasi cosa e oggi sarebbe da vigliacchi approfittare di questo passo falso per regolare conti in sospeso da anni. Perché fino a ieri tutti stavano zitti, coperti e allineati. E a me fa schifo solo l’idea di comportarmi in questo modo,perché per me la Lazio è uno stile di vita che ho imparato da gente come Gian Chiarion Casoni, dal notaio Gilardoni e da Ugo Longo.
Io sono laziale perché ho amato Giorgio Chinaglia che li mandava ai pazzi agitandogli un piedino, puntandogli l'indice contro o guardandoli e sfidandoli, fermo come una statua sotto la Sud, mentre loro gli tiravano di tutto, lo insultavano o tentavano di invadere il campo per aggredirlo.

Io sono laziale e, per questo, non ho paura di niente e di nessuno. E rispetto tutti, anche quelli che odio, perché questo modo di essere mi differenzia da loro. E se questo non vi sta bene, oppure se per questo vi considerate più laziali di me o mi catalogate addirittura come romanista, STI CAZZI. Io non cambio, io non sarò mai come volete voi in questo momento, ovvero un LORO 2.0 come sono diventati tanti, troppi laziali! Io sono laziale e me ne frego di tutto e di tutti. Perché solo io so cosa ho dentro in questo momento dopo aver visto mio figlio in lacrime, spezzato in due. E solo io so veramente che cosa è la Lazio per me. Pur da lontano, pur senza mettere (per dolorosa scelta) piede allo stadio da qualche anno... 

Quindi, in questo momento l’unico modo per reagire è dire FORZA LAZIO, magari indossare una sciarpa e andare a fare il biglietto per il derby per urlare domenica FORZA LAZIO CARICA. Perché un vero laziale vorrebbe scendere in campo già ora per cancellare Salisburgo e ribaltare il mondo. Perché non è una vittoria o una sconfitta a cambiare le mie idee, i miei pensieri e il mio modo di essere… LAZIALE!




Accadde oggi 23.04

1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Juventus 1-0
1950 Bergamo, Stadio Comunale - Atalanta-Lazio 1-0
1972 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Livorno 3-1
1978 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 2-0
1995 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/04/2018
 

200.114 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,396
Variazione del +0,43%