10 Aprile 2018

Luca Leiva, il "capo della banda-Inzaghi"
di Stefano Greco

“Quando quest’estate mi hanno comunicato l’acquisto di Leiva ero felicissimo. Sapevo che sarebbe arrivato un giocatore di qualità e quantità. In molti lo davano per finito, ma io il giorno del raduno gli ho detto: ‘mi serviva uno come te’. E per essere sicuro che capisse ho chiamato Anderson. Gli ho detto quello che volevo da lui e Felipe dopo aver fatto da interprete mi ha detto: ‘Mister, Lucas vuole diventare un punto fermo della Lazio. Vuole essere un giocatore importante’. Lì ho capito subito di aver trovato un leader e che lui voleva esattamente quello che volevo io”.

Luca Leiva è senza ombra di dubbio l’uomo in più della Lazio in questa stagione. Non solo per rendimento, ma soprattutto perché ha portato all’interno del gruppo quel carisma e quella leadership che era venuta meno negli ultimi tempi, quando per una fascia di capitano qualcuno ha rischiato di sfasciare tutto. Leiva non ha la fascia al braccio, ma non ne ha bisogno perché non è quello che fa di un calciatore un leader, un capo carismatico dentro e fuori il rettangolo di gioco. Perché come mi disse Diego Pablo Simeone in un’intervista di qualche anno fa, leader si nasce…

Non so spiegare come si convince una rosa di giocatori. Io ho un’energia e tu puoi prenderla o meno, seguirmi oppure no, però non si può spiegare cosa rende uno un leader. La leadership non si impone ad un gruppo, è un qualcosa che o ce l’hai o non ce l’hai. Non serve una fascia di capitano per essere considerati leader, perché la leadership te l’assegnano i tuoi colleghi, i tuoi compagni: che si tratti di una squadra di calcio, di una scuola, di un’impresa o di un ristorante non fa differenza. Leader si nasce, non c’è nessuna scuola che ti insegna a diventare leader e non è una cosa che acquisti nel corso degli anni, con l’esperienza”.

Ecco spiegato, in poche parole, il segreto del “Cholo”, quella magia che lo ha portato ad essere leader riconosciuto in tutte le squadre in cui ha giocato, compresa l’Argentina in cui ha giocato con gente come Maradona e Veron, con la fascia di capitano che passava di braccio in braccio mentre il leader era sempre lo stesso: Diego Pablo Simeone. Ecco, Leiva ricorda molto Simeone, anche se sono diversi sia dal punto di vista estetico che caratteriale. E, soprattutto, perché Leiva in questa stagione ha accettato di cambiare il suo modo di giocare, per adattarsi alla perfezione a quel ruolo che aveva costruito per lui Simone Inzaghi, uno che fin dall’inizio ha sempre detto che per lui la coppia ideale per il centrocampo della Lazio che aveva in mente era quella composta da Leiva e Biglia, perché non erano alternativi, ma complementari. Ed è stato proprio questo a suscitare qualche perplessità al momento dell’arrivo di Lucas, quando è stato erroneamente presentato come il sostituto di Biglia. Perché Lucas Leiva è un brasiliano atipico, uno sì bravo con i piedi, ma che come calciatore somiglia più ad un tedesco che ad un brasiliano. E scelto per queste sue caratteristiche da Rafa Benitez, nell’estate del 2007.

In 10 stagioni a Liverpool, Lucas Leiva si è conquistato sul campo e nelle 4 mura degli spogliatoi la stima e affetto di tutto l’ambiente, anche se per lunghi tratti non è stato un titolare inamovibile, anche a causa di qualche infortunio di troppo che ha condizionato il suo rendimento. Ma quel suo essere leone in campo, pronto ad andare a caccia di qualsiasi pallone come se da quella sfera conquistata dipendesse l’esito della partita, lo ha fatto amare dalla gente di Liverpool.

In quelle 10 stagioni con la maglia dei Reds addosso, però è stato sfruttato soprattutto per le sue caratteristiche difensive, tanto che Brendan Rodgers, il predecessore di Klopp diceva di lui: “È il nostro  miglior centrocampista difensivo”. Quindi, non un organizzatore o un costruttore di gioco, ma un distruttore, una sorta di diga a protezione della difesa. Al punto che in qualche occasione è stato utilizzato anche come centrale difensivo. Insomma, uno solido e affidabile che per anni è stato uno dei massimi recuperatori di palloni della Premier League, bravo a difendere e adatto a reggere i ritmi elevatissimi del campionato inglese. Non era il fulcro del centrocampo, toccava pochi palloni a partita e giocava soprattutto corto, lasciando lo sviluppo dell’azione ad altri. Insomma, un’ottima spalla per un regista, infatti a Liverpool tutti gli allenatori lo hanno sempre affiancato ad un giocatore di maggior tecnica e capacità offensive. Insomma, il suo compito prevalente era quello di coprire, di alzare un muro al centro senza preoccuparsi troppo della fase offensiva. Per questo in 10 stagioni in Premier League ha segnato solo un gol. Per questo, quando qualcuno lo ha presentato come il sostituto di Biglia qualcuno (compreso il sottoscritto…) ha storto la bocca. Non per le qualità del giocatore, ma perché quello non era il suo ruolo. Così come Luis Alberto non poteva essere (come fu invece spacciato da qualcuno) il sostituto di Candreva. Questo non significa essere automaticamente dei “bidoni”, ma è un po’ come andare al mercato per prendere delle mele e tornare a casa con un casco di banane: sempre frutta è, ma non puoi spacciare le banane per mele.

Quando Inzaghi ha capito di aver perso Biglia e Keita e che dal mercato non sarebbero arrivati giocatori con le stesse caratteristiche, invece di lamentarsi come fanno molti suoi colleghi (Conte in testa…) si è rimboccato le maniche e ha deciso di cambiare il volto e il gioco della Lazio, dimostrando che non sempre vale il detto: “squadra che vince non si tocca”. Lui, invece, più per necessità che per volontà ha cambiato tutto, partendo proprio da Leiva. Perché Biglia giocava sul lungo, anche per sfruttare le caratteristiche di una squadra che aspettava e poi una volta in possesso di palla ribaltava immediatamente il fronte lanciando negli spazi Keita, Anderson e Immobile.

Con Leiva, è cambiato tutto. Basta pensare che in ogni partita per i piedi del brasiliano passano tra i 50 e i 60 palloni, a testimonianza del fatto che è lui il vero fulcro della manovra laziale, di una squadra che non gioca più aspettando l’avversario ma che cerca di imporre il gioco, di occupare costantemente la metà campo avversaria e che porta molti più giocatori a supporto dell’azione offensiva, cercando con il movimento, il possesso palla e il cambio di fronte del gioco di “disordinare” la struttura difensiva degli avversari.

In parole povere, una volta in possesso palla Leiva si abbassa e come vertice alto del rombo formato con i tre centrali (di solito Radu a sinistra, Bastos a destra e de Vrij vertice basso), il brasiliano fa ripartire l’azione con il resto della squadra che si lancia nella metà campo avversaria, con il solo Parolo a restare vicino a Leiva, quando non si lancia anche lui per fare il guastatore in area. E questa verticalità dell’azione ha portato la Lazio ad essere la squadra più offensiva del campionato, a segnare tanto e con tutti i giocatori: Leiva compreso. Già, perché dopo aver segnato un solo gol in dieci stagioni di Premier League con la maglia del Liverpool, in questa stagione oltre ad essere uno dei maggiori recuperatori di palloni del campionato italiano (grazie alle sue doti naturali e all’esperienza maturata in Inghilterra), nelle 42 partite giocate con la maglia della Lazio (il suo record personale di presenze in una singola stagione è di 50 nell’annata 2009-2010) Luca Leiva ha segnato anche 4 gol, equamente distribuiti tra campionato e Europa League. E tutti decisivi.

Il “nuovo Leiva”, quindi, è diventato il vero leader della Lazio, sia come giocatore che come leader silenzioso. È stato lui, ad esempio, il primo a prendere da parte Felipe Anderson dopo la lite pubblica con Inzaghi per far capire al compagno che stava sbagliando e che doveva cambiare atteggiamento se voleva diventare un giocatore importante per la Lazio. E Felipe, grazie ai consigli di Leiva ha capito, ha chiesto scusa ed è diventato la vera arma in più della squadra in questo finale di stagione. Questo significa essere leader, essere quello che, ad esempio, non è mai stato Biglia nonostante quella fascia al braccio. Perché come diceva Diego Pablo Simeone: “. Non serve una fascia di capitano per essere considerati leader, perché la leadership te l’assegnano i tuoi colleghi, i tuoi compagni”. E Luca Leiva, leader ci è nato e ci ha messo poco, pochissimo per prendersi le chiavi della Lazio e per esser riconosciuto da tutti come il nuovo e vero capo della banda-Inzaghi.




Accadde oggi 19.12

1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-U.S. Romana 2-1
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 4-0
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Modena 5-1
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 4-1
1982 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 2-2
1993 Lecce, stadio Via del Mare - Lecce-Lazio 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Piacenza 2-0
2002 Empoli, stadio Carlo Castellani - Empoli-Lazio 1-2
2004 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 3-0
2007 Roma, Stadio Olimpico, Lazio-Napoli 2-1
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Udinese 3-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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