06 Aprile 2018

11 LEONI... E un domatore!
di Stefano Greco

È difficile iniziare un articolo dopo una partita del genere, perché sono tante le cose che ti vengono in mente, che ti escono dalle cuore e ti scivolano sulle dita fino a diventare parole. Sensazioni difficili da spiegare, perché la Lazio di questa sera ha coronato il sogno di ogni tifoso di calcio: vedere in campo 11 leoni che indossano i colori del tuo cuore e che lottano contro tutto e tutti, ribellandosi alle sviste e ai torti arbitrali e alla sfiga, togliendoti di dosso quel senso di ingiustizia che è come una zavorra che pesa da mesi per farti volare, insieme alla squadra, al di là dell’ostacolo.

Tutto troppo bello al punto da stentare a credere che sia successo davvero: uno stadio bello e cattivo da calcio antico, un’atmosfera che solo le notti d’Europa sanno regalare, un sogno che si è infranto due volte per riprendere corpo quattro volte, come succede veramente solo in quei sogni in cui trasformi ogni desiderio in realtà. Tutto bello, bellissimo, anche se siamo solo all’intervallo di una sfida ancora lunghissima. Ma ora il sogno è lì, tanto vicino da poterlo quasi toccare: tornare in una semifinale europea dopo 15 anni, unica italiana a tenere ancora alto quel tricolore sbiadito e stracciato in stagioni di crisi profondissima di un sistema-calcio Italia che ha toccato il punto più basso degli ultimi 60 anni, forse il più basso della storia, peggio di quell’umiliante sconfitta con la Corea del Nord nel ’66 che provocò la chiusura delle italiche frontiere ai calciatori stranieri.

Ha giocato a ritmi pazzeschi la Lazio, come una squadra di Premier League, come hanno provato ma non sono riuscite a fare Roma e Juventus, travolte da avversari tecnicamente e atleticamente superiori, anche perché rispondono al nome di Barcellona e Real Madrid, le due squadre più forti del mondo. Il Salisburgo è lontanissimo da quei livelli, ma è una squadra che ha vinto il suo girone, che ha preso a pallate il Borussia Dortmund e che in Europa non perdeva da 19 partite consecutive e che contro questa Lazio ha rischiato seriamente di fare la fine del Benevento.

Già, il Benevento. La sfida di sabato scorso aveva preoccupato sulle condizioni fisiche della Lazio, invece contro il Salisburgo si è vista una squadra completamente diversa. Compatta con Leiva e Parolo a fare diga a centrocampo e a ribaltare immediatamente il fronte, con Basta e Lulic a massacrare ai fianchi l’avversario, con Immobile e Luis Alberto prima e Felipe Anderson poi a tagliare in due la difesa avversaria. Una macchina perfetta, una macchina che questa sera ha superato grazie alla sua velocità d’esecuzione quota 100 gol stagionali e che propone la Lazio come una delle squadre più prolifiche e divertenti d’Europa.

Una squadra che non si è arresa e non ha perso la testa neanche quando Ovidiu Hategan e il suo addizionale di porta sistemato sotto la Curva Nord hanno confezionato l’ennesimo scempio stagionale, regalando al Salisburgo un rigore che poteva tagliare le gambe a chiunque, figuriamoci ad una squadra che da mesi convive con la convinzione di essere stata pesantemente penalizzata in campionato. Dopo quel rigore inventato, per qualche minuto la Lazio ha sbandato, la squadra ha perso la testa, Inzaghi ha faticato a tenere buoni tutti e ci ha messo la faccia e il petto quando all’intervallo è andato ad affrontare i 5 uomini in giallo, cacciando i suoi ragazzi a spintoni e dicendo: “Ci penso io”.

Non c’è stata nessuna compensazione, perché al di là di chi ancora pensa (o si illude) che uno stadio pieno e rabbioso possa condizionare una terna arbitrale, Ovidiu Hategan nel secondo tempo non ci ha regalato assolutamente nulla. Anzi, all’inizio della ripresa sul 2-1 Immobile lanciato in solitudine verso la porta avversaria è stato fermato per un fuorigioco inesistente. VAR o non VAR, stadio pieno o no, quindi, non cambia nulla. Cambia tutto, invece, se la reazione della squadra è quella che si è vista contro il Salisburgo. Perché i torti subiti (oltre al rigore regalato agli austriaci, c’è quello negato a Immobile…) e quel gol occasionale del 2-2 del Salisburgo, avrebbero tagliato le gambe a chiunque, anche a squadre decisamente più esperte. Invece, quel gol del giapponese Minamino subito a 19 minuti dalla fine, è stato come uno schiaffo che ha fatto uscire fuori tutto l’orgoglio, la rabbia agonistica e la cattiveria di questa squadra, con un quarto d’ora simile per intensità a quello di quel famoso Lazio-Milan nella finale di Coppa Italia del 1998 che segnò l’inizio del ciclo più bello della nostra storia. Ad un passo dal baratro, quella Lazio stanca come questa (contro il Salisburgo questi ragazzi hanno giocato la partita numero 46 di questa stagione…) trovò la forza di ribellarsi all’ingiustizia e di cambiare il proprio destino. Come tarantolata, quella squadra schiacciò il Milan, con la stessa forza con cui questa squadra ha letteralmente travolto il Salisburgo in quegli ultimi 20 minuti. In mezzo a tanti campioni, a trascinare quella squadra furono un gregario silenzioso come Gottardi e un autentico gigante del centrocampo come Jugovic; questa sera, Parolo ha indossato i panni di Gottardi e Leiva quelli di Jugovic, sfoderando l’ennesima prestazione straordinaria di questa stagione, impreziosita dall’assist per il gol di Immobile che ha chiuso la goleada.

Ci sarebbe tanto da dire e da scrivere su questa serata, a partire dal pubblico per finire con un Caressa che per una notte si è travestito da ultras della Lazio. Ma la chiusura di questo articolo non può non essere dedicata a Simone Inzaghi. Sì, perché è lui l’artefice principale di questo piccolo miracolo, perché l’abbraccio tra lui e Immobile dopo il gol del 4-2 è un ‘immagine da film, un frammento di un calcio dal sapore antico, ancora di più di quella favola del Leicester di due anni fa. Non sarà un mago Simone Inzaghi, ma ha dato un gioco e creato uno spirito di gruppo che prima di lui erano riusciti a dare solamente Tommaso Maestrelli alla Lazio del primo scudetto, Eugenio Fascetti alla “banda del meno nove” e Roberto Mancini alla Lazio edizione 2002-2003: quella Lazio di cui faceva parte anche Simone Inzaghi e che riuscì ad approdare alla semifinale di Coppa Uefa, giocata il 24 aprile del 2003 contro il Porto di Mourinho davanti a 69.873 spettatori paganti, record di tutti i tempi per una partita europea della Lazio. Ecco, la semifinale d’andata di Europa League quest’anno si gioca il 26 aprile e la finale di Europa League in Francia, dove abbiamo giocato la prima finale europea della nostra storia… Non credo ci sia altro da aggiungere.




Accadde oggi 16.07

2003 Vigo di Fassa, Salorno-Lazio 0-11
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Rapp.Bellunese-Lazio 0-8

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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