25 Marzo 2020

Una radio e la magia di Veron...
di Stefano Greco

Ci sono immagini che entrano direttamente nella storia nello stesso istante in cui il fotografo sente il click della macchina fotografica. Basta pensare agli scatti con cui Marcello Geppetti ha immortalato Giorgio Chinaglia che punta il dito verso la Sud dopo aver segnato il gol decisivo nel derby dell’anno dello scudetto oppure Bruno Giordano steso a terra con le mani sul volto stravolto dalla felicità dopo il gol segnato al Napoli il giorno del ritorno a tempo di record dopo la frattura alla gamba. Oppure Maestrelli seduto in panchina con le mani nei capelli al triplice fischio finale il giorno dello scudetto o le due immagini di Paolo Di Canio che festeggia sotto la Sud i due gol segnati nel derby a 16 anni di distanza l’uno dall’altro. L’immagine dello scudetto del 2000, per me, è l’esultanza di Juan Sebastian Veron sotto la Tevere, inseguito da tutta la squadra, dopo il gol del 2-1 segnato nel derby con una magia su punizione. Perché quel derby ha segnato una svolta nella stagione della Lazio, perché i gol segnati nel derby a Roma diventano sempre e comunque storia in una città che vive di rivalità cittadina per 365 giorni all’anno, in modo quasi morboso.

Perché a Roma il derby è magia, il derby è follia, il derby è sofferenza allo stato puro: per chi gioca, ma soprattutto per chi lo vive dall’esterno, per chi vorrebbe scendere in campo ma sta confinato in tribuna, in curva, oppure addirittura lontano dallo stadio incollato davanti ad un televisore o attaccato ad una radiolina, come è successo a me quel 25 marzo del 2000. Il derby più bello della mia vita, infatti, io non l’ho visto né allo stadio né in tv, ma l’ho vissuto e sofferto a 700 chilometri di distanza da Roma.

È un derby con una vigilia brevissima quello di vent'anni fa. Si gioca il sabato di Pasqua, quindi non c’è neanche il tempo per smaltire l’euforia per il successo conquistato a metà settimana a Londra in casa del Chelsea e per ricaricare le batterie. Venerdì 24 marzo, l’attenzione di tutti è rivolta al sorteggio dei quarti di finale di Champions League. La Lazio pesca nell’urna il Valencia di Hector Cuper, l’allenatore che ha trascinato alla finale di Coppa delle Coppe il Maiorca, battuto l’anno prima a Birmingham proprio dalla squadra di Eriksson. Quel venerdì sera, tutta la Lazio è radunata nella sala grande della club house di Formello davanti al mega-schermo, perché a San Siro va in scena un Milan-Juventus decisivo per sperare in una riapertura della corsa-scudetto. Con la Juventus lontana 9 punti, solo una sconfitta dei bianconeri e un contemporaneo successo della Lazio nel derby può riaccendere la fiammella della speranza in vista dello scontro diretto in programma al Delle Alpi la settimana successiva. L’uomo della speranza per la Lazio, si chiama Andriy Mykolayovych Shevchenko, l’attaccante ucraino che da solo aveva trascinato il Milan nello scontro diretto all’Olimpico, firmando 3 delle 4 reti rossonere in quel clamoroso 4-4 d’inizio stagione. Con una doppietta, Sheva quella sera stende una Juventus irriconoscibile che mostra a San Siro i primi sintomi di un logorio pisco-fisico che nelle ultime settimane erano stati mascherati da vittorie di misura contro avversari non trascendentali.

La sconfitta della Juventus, concede alla Lazio una chance per riaprire la corsa allo scudetto, carica l’ambiente e aumenta i motivi d’interesse per il derby in programma il pomeriggio successivo all’Olimpico. La Lazio ha bisogno dei 3 punti per ridurre il distacco dalla Juventus, ma deve anche per cancellare ilpesante 4-1dell’andata e ritrovare la via della vittoria nella stracittadina dopo due anni in cui ha raccolto solo un pareggio in tre derby.

In quel periodo, lavoro a TMC e faccio l’inviato, quindi la domenica vado in giro per l’Italia e raramente mi capita di incrociare sulla mia strada la Lazio in trasferta. In tanti anni, l’ho incrociata al massimo 4-5 volte la Lazio. In quella stagione, i miei campi sono Venezia (in compagnia di Bruno Giordano il giorno della clamorosa sconfitta dell’Inter di Vieri e Ronaldo), Perugia, Lecce (una sola volta in occasione della vittoria dei padroni di casa contro la Juventus), ma soprattutto Bari e Reggio Calabria, a settimane alterne. Quindi, ogni domenica per sapere cosa fa la Lazio pendo dalle labbra dei colleghi radio-muniti o a Bari da una famiglia di medici che sta proprio dietro la mia postazione e che conoscendo bene a mia fede laziale mi comunica i gol della Lazio o delle altre squadre impegnate nella corsa allo scudetto. Come il giorno del derby d’andata di quella stagione, quando a fatica mi annunciano che la Roma è in vantaggio di 4 gol dopo appena mezz’ora… chiaramente non ci credo neanche un attimo, sorrido pensando ad uno scherzo perché sul tabellone luminoso non è comparso nulla. Ma quel giorno il tabellone non funziona e io lo scopro solo quando telefono a Roma ad un amico che sta vedendo la partita per sapere il vero risultato e dalla sua voce capisco immediatamente che non si tratta di uno scherzo.

Quel 25 marzo, quindi, il mio direttore (laziale) mi spedisce ancora una volta in quel di Reggio Calabria per un Reggina-Bari che suscita in me lo stesso interesse di un film giapponese in bianco e nero con i sottotitoli in russo. D’istinto, decido di rispolverare la vecchia radiolina che mi ha regalato mia madre quando ho iniziato a fare l’inviato. Mamma è morta da quasi due anni, nell’estate del 1998: se n’è andata all’improvviso, in 60 giorni per un brutto male proprio in quello che doveva essere il periodo più bello della mia vita, visto che ho appena saputo che sto per diventare padre e la Lazio, dopo 24 anni di sofferenze, quell’anno mi ha regala un successo in Coppa Italia e una finale europea a Parigi.

Insomma, andando contro le regole che mi sono imposto da sempre, quella domenica mattina prima di uscire per andare all’aeroporto prendo quell’oggetto che per me era una sorta di feticcio: quella vecchia radiolina che mi ha regalato mia madre e che ha una storia tutta sua. L’ho portata per la prima volta allo stadio il 21 giugno del 1987, il giorno di Lazio-Vicenza, quello del gol di Fiorini. Quel giorno esco di casa con il presentimento che la salvezza della Lazio non è legata solo alla vittoria con il Vicenza, ma a tanti altri risultati che devono arrivare dagli altri campi. E i fatti, purtroppo, mi danno ragione, visto che in quella domenica si verificarono risultati, diciamo così, quantomeno “strani”. Al gol di Fiorini, mentre intorno a me il mondo impazzisce e tutti si rotolano per terra dalla gioia, dopo un attimo di esultanza io mi incollo alla radio e grido: “Non siamo salvi, non siamo salvi”, con i miei amici che mi guardano come si può guardare un matto, visto che siamo stati a 7 minuti dalla retrocessione in serie C1 e quel gol di Fiorini ci ha appena tirati fuori dall’Inferno. Dopo quella partita vissuta da tifoso, la radio non l’ho più portata con me allo stadio, perché mentre lavori ascoltare la radio può essere fonte di grande distrazione, soprattutto lontano dall’Olimpico, in stadi in cui in tribuna stampa non ci sono i televisori che ti consentono di vedere il replay delle azioni.

Ma sento che quel 25 marzo del 2000 è un giorno speciale. Prima di partire per Reggio Calabria, quindi, prendo la radio, cambio le pile, la metto nel giubbotto e parto, vestito con gli stessi abiti che indosso ogni domenica per tutta la stagione, indipendentemente dalla temperatura. Perché la follia da scaramanzia, porta a fare anche questo: a consumare riti senza senso, ma che per ogni tifoso malato sono indispensabili per raggiungere la vittoria. All’Olimpico la cornice che fa da contorno alla partita è straordinaria. Il clima tra le due squadre è teso, perché i giocatori della Lazio non hanno dimenticato le frasi dette da alcuni avversari che alla fine della partita d’andata li hanno paragonati più a delle galline starnazzanti che a delle aquile. Per tutta risposta, Sinisa Mihajlovic affigge un cartello negli spogliatoi con su scritto: A volte le aquile scendono al livello delle galline, ma una gallina non potrà mai volare in alto come un'aquila”.

Oltre 80.000 tifosi sugli spalti (74.076 tra paganti e abbonati), record d’incasso (3.351.460.984 di lire, oltre 1,7 milioni di euro) e coreografie mozzafiato, con la Curva Nord che all’ingresso in campo si trasforma in un’immensa bandiera tricolore formata da migliaia di palloncini bianco, rosso e verdi. Tutto questo, io lo immagino da lontano, nel racconto che mi arriva via radio. Eriksson ha problemi di formazione, perché deve fare contemporaneamente a meno di Nesta, Mihajlovic e Favalli, proprio come è successo un anno prima nella sfida persa contro la Juventus che ci costa lo scudetto, perché consente al Milan di portarsi ad una sola lunghezza dalla Lazio, prima del sorpasso avvenuto alla penultima giornata grazie allo scandaloso arbitraggio di Treossi a Firenze.

A Reggio Calabria, in tribuna stampa, fatico a trovare la frequenza giusta e quando finalmente riesco a sintonizzarmi su “Tutto il calcio minuto per minuto” arriva la mazzata: la Roma è già passata in vantaggio, con un gol di Montella dopo appena due minuti. Il primo istinto, è quello di spegnere immediatamente la radio, invece resto all'ascolto. La Lazio accusa il colpo e per almeno una decina di minuti sembra in balia dell’avversario e incapace di produrre una reazione. È Nedved a caricarsi sulle spalle la squadra, ed è proprio il ceco, sfruttando un assist perfetto di Simone Inzaghi, a realizzare il pareggio con un maligno tocco che finisce in rete grazie anche ad una deviazione di Zago. Il gol cambia completamente il volto della partita. È rabbiosa l’esultanza di Nedved, che passa vicino alla panchina romanista apostrofando gli avversari, a dimostrazione che tra le due squadre sono molti i conti in sospeso. La Roma, spavalda fino al pareggio di Nedved, perde completamente la testa, come dimostrano le veementi proteste dei giocatori giallorossi nei confronti di Messina per la punizione concessa dall’arbitro bergamasco per un atterramento di Veron. Quando in campo torna la calma, la “brujita” sistema con cura il pallone: Veron è deciso e nonostante la distanza, sfruttando anche l’assenza di Mihajlovic, tenta la battuta a rete.

Il tocco magico della “bruijta” non è potente come quello del serbo, ma con il suo destro Juan Sebastian Veron disegna una traiettoria perfetta spedendo il pallone all’incrocio dei pali alla destra di Lupatelli, dove il portiere giallorosso non può proprio arrivare. Un tocco d’artista proprio nella partita più importante, nel momento più delicato della stagione. È meravigliosa l’esultanza di Veron, che corre a braccia larghe imitando il volo dell’aquila, inseguito da tutta la squadra sotto la Tevere. E la “bruijta”  ha lo sguardo di chi si rende conto di aver fatto qualcosa di eccezionale, accompagnato nella sua folle corsa dal boato dell’Olimpico. Un boato che ti arriva per radio e che ti scuote anche a 700 chilometri di distanza. E quel gol, ogni volta che lo rivedi ti provoca brividi che ti scuotono. E per i malati di calcio, questo è il link per rivedere quel derby e, al minuto 28, quel gol di Veron…

https://www.youtube.com/watch?v=ufrLMk2p1g4

La partita diventa durissima. La Roma perde Cafù per infortunio, poi sul finire del primo tempo sullo stadio cala il gelo. Uscendo in presa alta, Marchegiani viene sbilanciato a cade pesantemente a terra di testa, con il collo che si gira in modo innaturale, e con Negro che salva a porta vuota perché l’arbitro neanche fischia e quelli della Roma continuano a giocare. Il portiere perde i sensi e resta immobile sul terreno di gioco, con i compagni che si mettono le mani nei capelli mentre in area accorre tutto lo staff sanitario biancoceleste. Sono minuti concitati, i medici bloccano il collo a Marchegiani che viene caricato sulla barella e trasportato d’urgenza in ospedale per accertamenti. Al suo posto entra Ballotta, ma la Lazio nonostante il vantaggio rientra scossa negli spogliatoi, dove Eriksson deve usare tutte le armi di abile psicologo per tenere i suoi ragazzi tranquilli e concentrati sulla partita.

Nel secondo tempo si assiste ad una partita strana, ricca di nervosismo e poverissima di gioco e di occasioni da gol. La Roma dopo Cafù perde anche Candela e Capello si ritrova con una squadra priva della sua arma migliore, ovvero la spinta sulle fasce. Eriksson si copre, toglie Veron e mette Sensini per dare più energia al centrocampo, perché il peso della battaglia di Stamford Bridge comincia a farsi sentire nelle gambe dei suoi giocatori. Simeone urla e si batte come un leone in campo e al triplice fischio finale di Messina sul prato dell’Olimpico esplode la gioia dei giocatori, che vanno a far festa con i tifosi sotto la Curva Nord. La sconfitta nel derby d’andata è vendicata, il discorso scudetto è riaperto, ma la gioia in casa laziale dura ben poco, perché negli spogliatoi arriva la notizia della morte in un incidente automobilistico di Rosario Aquino, un ragazzo della Primavera che gioca in prestito al Livorno.

Il derby lascia una scia polemica con l’ennesima provocazione lanciata da Francesco Totti, come sempre incapace di accettare una sconfitta nella stracittadina. La Roma con la sconfitta nel derby esce definitivamente dalla corsa allo scudetto e vede compromessa anche la qualificazione alla Champions League. E il capitano rilascia dichiarazioni velenose: “La Lazio? Mi auguro che non vinca niente. Sabato ci penserà la Juventus a chiudere il discorso-scudetto e anche in Champions League sarà durissima per loro”.

Chiaramente, le dichiarazioni di Francesco Totti vengono riportate a caratteri cubitali su tutti i giornali. Sinisa Mihajlovic ritaglia e conserva tutto, poi alla ripresa degli allenamenti fa un collage e attacca tutto sulla porta dello spogliatoio di Formello, per dare ulteriori stimoli ai compagni di squadra nella rincorsa alla Juventus che si concluderà con la conquista del secondo scudetto nel finale più incredibile nella storia del calcio italiano. Quel 14 maggio sono seduto in Tribuna Tevere all’Olimpico, ma quello che succede a Perugia lo vivo con l’orecchio attaccato a quella stessa radiolina usata il giorno di Lazio-Vicenza e quel 25 marzo: magica, come può esserlo solo un oggetto regalato da una madre che non c’è più.




Accadde oggi 30.05

1948 Torino, stadio Filadelfia - Torino-Lazio 4-3
1950 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Glasgow Celtic 0-0
1954 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 0-0
1970 Lazio-Napoli 4-0
1989 Nasce a Opava (Rep. Ceca) Libor Kozak, attaccante
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 4-3

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 29/04/2020
 

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