10 Marzo 2018

La "strega" che ha incantato il mondo Lazio
di Stefano Greco

Se chiudi gli occhi e ti affidi alla memoria, lo vedi ancora mentre danza in campo come un ballerino che si muove al ritmo di un tango coinvolgente, sensuale, ammaliante. Uno di quei giocatori in grado di rapirti lo sguardo e il cuore con tocchi felpati, assist millimetrici, giocate tanto improvvise quanto imprevedibili e impensabili per gli avversari che rimangono per qualche istante fermi sul posto prima di riuscire a capire come ha fatto a sparire, ad evitare un fallo o una marcatura asfissiante. Ma non è sempre così in campo, perché come tutti i grandi artisti è uno senza misure, un tutto o niente, e nelle sue giornate storte e lo capisci al primo sguardo, già durante il riscaldamento, che cosa ti puoi aspettare da lui in quella partita.

“Sai, quando scendo in campo lo so dal primo tocco se quel giorno il pallone mi è amico o no. È difficile da spiegare, ma basta un piccolo tocco per capire. Se sento che mi è amico, allora so che posso fare qualunque cosa, rischiare qualunque tipo di giocata. Ma se sento che è nemico, posso anche alzare la mano e chiedere il cambio dopo dieci minuti”…

Queste sono le parole che mi ha detto Juan Sebastiàn Veròn in occasione della prima intervista che gli ho fatto per TMC nell’autunno del 1999. Un faccia a faccia di quasi un’ora a Formello nel quale mi ha conquistato dopo pochi minuti. Nonostante la scuola abbandonata a soli 18 anni per dedicarsi al calcio e seguire le orme paterne, Juan Sebastiàn Veròn è un uomo di un’intelligenza e di una cultura fuori dal comune, l’esatto opposto dello stereotipo del calciatore che in conferenza stampa snocciola frasi banali tipo: “non è importante la mia prestazione ma il bene della squadra perché siamo un bel gruppo”,  oppure “per me quello che decide il mister va bene, pur di scendere in campo giocherei anche in porta” e via discorrendo. Con Juan Sebastiàn Veròn, che gira orgoglioso con l’immagine del “Che” tatuata sul braccio, invece si può discutere di tutto: di storia, di filosofia, di politica. E quando parla non è mai banale.

Figlio di Juan Ràmon Veròn, giocatore simbolo dell’Estudiantes che ha vinto la Coppa Intercontinentale del 1968 (proprio grazie ad un suo gol segnato in casa del Manchester United), il giovane Juan Sebastiàn non accusa mai il peso di essere un predestinato, di avere stampato sulle spalle un cognome difficile da portare, come invece è successo a tanti figli d’arte. Juan Ràmon Veròn, in Argentina è per tutti da sempre la “bruja”, la strega. Suo figlio Juan Sebastiàn, quindi, diventa per tutti subito la “brujita”, la piccola strega. E come ho scritto all’inizio è una strega che ammalia, che ti rapisce lo sguardo fin da quando comincia a tirare i primi calci ad un pallone: chiaramente, nelle giovanili dell’Estudiantes, la squadra di famiglia in cui ha giocato, vinto e di cui ora è il presidente. Nato il 9 marzo del 1975, a soli 18 anni fa l’esordio in prima squadra giocando 22 partite e segnando 2 reti. Numeri che gli valgono l’immediata chiamata del Boca Juniors, la squadra del cuore del più grande fuoriclasse di tutti i tempi del calcio argentino e forse anche di quello mondiale: Diego Armando Maradona.

Nel 1996, dopo appena 13 partite giocate e 3 gol segnati con la maglia del Boca, fa il suo esordio in Nazionale contro la Polonia. In Italia, il primo a credere nelle doti della “brujita” è Eriksson. Il tecnico svedese lo vede esordire nel campionato di Clausura del 1996 con la maglia del Boca e gli bastano appena 17 partite (con 4 reti) per capire che quel ragazzo è un fuoriclasse: lo porta in Italia e gli affida la regia della sua Sampdoria e il ragazzo di La Plata lo ripaga immediatamente. A 21 anni appena compiuti riesce ad imporsi subito nel campionato italiano, in un torneo in cui prima di lui hanno faticato ad inserirsi anche fuoriclasse del calibro di Falcao, Platinì e lo stesso Maradona. Veròn, invece, con quel suo modo di giocare è perfetto per il nostro campionato: un giocatore completo, in grado di abbinare ad una classe e una visione di gioco fuori dal comune, anche doti agonistiche da mediano di fatica. A Roma, Veròn doveva arrivare nell’estate del 1997, insieme ad Eriksson. Arriva invece due anni più tardi, dopo una stagione in chiaroscuro a Parma, dove delude un po’ in campionato ma dove è protagonista assoluto del trionfo in Coppa Uefa. Per giunta l’ultimo di una squadra italiana in quella competizione che oggi si chiama Europa League. Nella Capitale, arriva con attaccata addosso l’etichetta di “terzo figlio sampdoriano” di Eriksson, dopo Roberto Mancini e Sinisa Mihajlović, i due generali ai quali il tecnico svedese ha affidato la guida dell’armata che gli ha messo a disposizione Sergio Cragnotti. Con il suo modo di giocare sempre a testa alta, con quella sua abilità nel servire sul piede del compagno un assist con un lancio di 40-50 metri, Veròn mi ricorda subito un altro fuoriclasse che a Roma ha spopolato anni prima, ma sull’altra sponda del Tevere: Paulo Roberto Falcao.

Vederlo muoversi sul campo è un piacere per ogni amante del calcio. È il prototipo del centrocampista moderno, del regista del terzo millennio: uno in grado di lanciare a rete un compagno anche senza guardarlo e poi, magari, subito dopo di fare 60 metri di corsa per ripiegare in difesa e inseguire fino al limite dell’area un avversario lanciato a rete, togliergli la palla in scivolata e rilanciare immediatamente l’azione offensiva. È , come lo definisce Eriksson, un “tuttocampista”. E, con il suo arrivo in pochi mesi cambia il volto della Lazio dando personalità al centrocampo, a quel reparto che forse è stato il vero Tallone d’Achille della squadra che ha gettato al vento lo scudetto del 1999. È decisivo fin dalla prima giornata di campionato, ma Juan Sebastiàn Veròn conquista definitivamente anche i pochi tifosi della Lazio che ancora sono scettici sul suo effettivo valore in una splendida domenica di novembre, con l’Olimpico baciato da un sole che fa pensare più alla primavera o alla tarda estate piuttosto che all’inverno oramai alle porte. Avversario della Lazio quel 7 novembre del 1999 è il Verona allenato da un futuro ct azzurro, Cesare Prandelli. Un Verona che in quella stagione è autore di imprese importanti (al Bentegodi batte sia la Lazio che la Juventus) ma che quel giorno viene letteralmente travolto dal ciclone-Veròn. Dopo aver fallito una settimana prima la prova della verità a San Siro nel big-match con l’Inter e aver assaporato la panchina a Kiev in Champions League, la “brujita” scende in campo all’Olimpico con la voglia di dimostrare che il pallone in quella giornata gli è amico come mai è successo da quando è sbarcato nella Capitale: e fa passare una domenica da incubo al Verona e al malcapitato Sebastian Frey. 

Il Juan Sebastiàn show, inizia al 18’ del primo tempo. La Lazio conquista un calcio d’angolo all’altezza della Tribuna Tevere, lato Curva Sud. Di solito, Veròn e Mihajlovic si dividono i compiti: l’argentino tira i calci d’angolo sul lato destro della porta avversaria, mentre il serbo è padrone di quelli che si battono sulla sinistra del portiere, per sfruttare il suo sinistro a giro. Veròn sistema la palla all’angolo di quel quarto di luna bianco e fin dalla rincorsa si capisce che sta tramando qualcosa. Invece di guardare il piazzamento dei compagni in area, infatti, lui guarda solo la palla, prende una rincorsa inusuale e quando colpisce in pallone si piega in avanti: la sfera parte altissima, fa una stranissima parabola e finisce direttamente la sua corsa sotto l’incrocio dei pali dalla parte opposta. L’Olimpico esplode e i giocatori della Lazio corrono ad abbracciare l’autore di quell’incredibile colpo di biliardo. Un caso? Assolutamente no. Quattro minuti dopo, Juan Sebastiàn Veròn si ripresenta sotto la Tribuna Tevere e, sempre dalla stessa bandierina, disegna una traiettoria identica, solo che questa volta il pallone scende ancora di più e finisce preciso sulla testa di Marcelo Salas che da meno di un metro non deve far altro che toccare di testa per battere per la seconda volta Frey. Finita? Neanche per sogno. Dopo aver incantato nei successivi 20 minuti l’Olimpico con tocchi di prima e lanci millimetrici, proprio all’ultimo minuto del primo tempo Juan Sebastian Veròn si propone sulla fascia sinistra, salta un uomo, fa una mezza giravolta all’indietro, si porta la palla sul destro e disegna un’altra parabola spettacolare, consentendo a Paolo Negro di realizzare con irrisoria facilità di testa il gol del 3-0. Nel primo tempo, quindi, colleziona un gol da cineteca (il quinto in otto giornate di campionato) e due assist. Quanto basta per meritare in pieno quella standing ovation che gli tributano i 50.000 dell’Olimpico che si alzano in piedi e si spellano le mani per 2 minuti quando a 20 minuti dal termine Veròn esce per un problema al ginocchio.

http://www.youtube.com/watch?v=WyBu5GuN8T4

In quella stagione, nonostante gli impegni con la nazionale per le qualificazioni ai Mondiali del 2002 e quei voli transoceanici sfiancanti, Veròn è il vero valore aggiunto della Lazio. In ogni vittoria importante, c’è il suo zampino. E quando non segna, confeziona assist fantastici per qualche compagno, soprattutto per il capitano della sua Nazionale, Diego Pablo Simeone.

La settimana più bella di quella stagione Veròn la vive a cavallo tra il 25 marzo e il 1° aprile. Nel derby giocato di sabato, oltre a prendere per mano la squadra dopo il gol del vantaggio romanista segnato in apertura da Montella, segna un gol fantastico su punizione disegnando una traiettoria perfetta. È il gol che regala alla Lazio un successo atteso da due anni e che, grazie alla sconfitta della Juventus a S.Siro, rilancia la squadra nella corsa verso lo scudetto. Vinto il derby parte subito per l’Argentina per rispondere alla chiamata della Nazionale. La settimana successiva, nonostante le fatiche del viaggio transoceanico e l’imbarazzo al suo ritorno a Roma nel trovare i Carabinieri ad aspettarlo sulla porta di casa a causa dell’esplosione del caso-passaporti (lui viene coinvolto per la falsificazione della documentazione sulla sua nazionalità italiana, ma viene assolto sia dalla giustizia sportiva che da quella ordinaria), a Torino è il protagonista assoluto della sfida-scudetto con la Juventus. Raggiunge la squadra in ritiro poche ore prima della partita, Eriksson non sa se mandarlo in campo, ma lui insiste e gioca: divinamente. Suo è l’assist per il gol di Diego Pablo Simeone, quello che viene unanimemente considerato come il gol-scudetto. La Lazio vince il titolo nel più incredibile dei modi, Veròn gioca addirittura 47 partite in quella stagione e segna 10 reti. Tante per un centrocampista. Alla festa scudetto, con i capelli dipinti di un improbabile biondo platino, è uno dei più scatenati. A soli 25 anni, con i 4 trofei conquistati in appena 13 mesi (Supercoppa d’Europa, scudetto, Coppa Italia, Supercoppa italiana), ha già vinto praticamente tutto quello che c’è da vincere.

La stagione successiva il suo rendimento cala leggermente, poi in un incontro Cile-Argentina un intervento omicida dell’ex romanista Pizarro gli procura una infrazione alla tibia. Gioca nonostante il dolore, ma dopo un paio di partite è costretto a fermarsi e a farsi ingessare la gamba. Senza di lui la Lazio crolla e quando rientra non c’è più il suo maestro Eriksson in panchina, ma Dino Zoff. Veròn guida comunque la rimonta della squadra, gioca una partita eccezionale contro la Juventus impreziosita da un assist fantastico (passaggio al volo di 50 metri con il pallone che arriva morbido e telecomandato sui piedi del compagno) per il gol di Crespo. Segna anche lui, ma dopo ogni gol non c’è più gioia, ma solo rabbia, a causa di qualche critica ingenerosa e addirittura qualche fischio che gli arriva nelle giornate in cui il pallone non gli è amico. A fine stagione, dopo appena due anni di Lazio caratterizzati da 4 trofei che portano il suo marchio, Juan Sebastiàn Veròn viene ceduto a sorpresa al Manchester United per 75 miliardi di lire. Così, dopo appena 79 partite giocate e 14 reti segnate si chiude l’avventura di quello che considero il più grande centrocampista di tutti i tempi della Lazio. Una cessione che lascia i tifosi orfani di quella “brujita” che li ha stregati fin dal primo momento con i suoi colpi magici. Un addio che ancora oggi non è stato del tutto digerito, come se non addirittura più di quello di Alessandro Nesta.

E chi, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna di avergli visto indossare quella maglia biancoceleste con il numero 23 sulle spalle, oggi può dire con orgoglio: “Io ho visto giocare Juan Sebastiàn Veròn nella Lazio”.




Accadde oggi 19.12

1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-U.S. Romana 2-1
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 4-0
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Modena 5-1
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 4-1
1982 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 2-2
1993 Lecce, stadio Via del Mare - Lecce-Lazio 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Piacenza 2-0
2002 Empoli, stadio Carlo Castellani - Empoli-Lazio 1-2
2004 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 3-0
2007 Roma, Stadio Olimpico, Lazio-Napoli 2-1
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Udinese 3-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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