05 Marzo 2018

La morte di Astori e lo stop al calcio
di Stefano Greco

“Muor giovane colui che al Cielo è caro”, scriveva il commediografo greco Menandro, frase che poi con il passare del tempo è diventata muore giovane chi è caro agli dei”, pronunciata quasi come consolazione per una dipartita prematura, improvvisa, per provare a dare una risposta a un quesito che, purtroppo, risposta non ha.

La morte di un ragazzo, soprattutto di un atleta, fa sempre impressione e ha l’effetto di un colpo al mento che arriva improvviso e oltre che stordito ti lascia attonito, senza parole, con quel perché che aleggia e rimane sospeso, proprio come una frase chiusa con un punto interrogativo. Negli ultimi anni, specie nel mondo del calcio, abbiamo assistito a scene strazianti come la tragedia di Morosini, oppure a quella di Puertas. La morte in campo, la morte in diretta, lo choc a cui fanno seguito inchieste alla ricerca di qualche responsabile, perché nell’immaginario collettivo un atleta controllato regolarmente non può morire per infarto. Invece, purtroppo, succede. Le chiamano morti bianche, perché questo è il nome comune della sindrome della morte improvvisa del lattante, inspiegabile. La morte bianca è quell’incidente mortale che si verifica sul lavoro, in assenza di una mano formalmente responsabile dell'accaduto. Perché per Astori la prima diagnosi è questa: morte improvvisa, serena ha raccontato chi lo ha trovato disteso sul letto con il volto rilassato. Ma il fatto di sapere che quel ragazzo sempre sorridente non abbia sofferto non è una consolazione, così come non basterà parlare di morte bianca per archiviare tutto e per spegnere sul nascere dubbi e polemiche. Toccherà ai medici che faranno l’autopsia stabilire con certezza le cause della morte tanto improvvisa quanto assurda di Davide Astori, capitano della Fiorentina e ex giocatore della Nazionale.

Per questo lutto, il calcio italiano ieri si è fermato, con una decisione rapida quanto sacrosanta presa dal Presidente del CONI (nonché commissario della Lega di Serie A) Giovanni Malagò e del segretario Generale (nonché Commissario della Federcalcio) Roberto Fabbricini. Una decisione non ipocrita, ma sacrosanta, perché ci sono momenti in cui lo spettacolo si deve fermare: senza cedere alla pressione delle televisioni, senza preoccuparsi delle scommesse (eredi del vecchio Totocalcio che finanziano tutto lo sport italiano) o della regolarità del campionato, senza dover per forza di cose guardare il calendario per vedere se c’è una data libera per recuperare questa giornata, perché il dolore viene prima di qualsiasi cosa. Quante volte abbiamo criticato chi gestisce il calcio per scelte ipocrite o completamente sballate, per quei due pesi e due misure adottati ad esempio per la morte di Raciti o per quella di Vincenzo Paparelli e di Gabriele Sandri. Davanti ad un evento del genere, è giusto fermare tutto, non fosse altro per una questione di rispetto e per riflettere, anche se nel nome del business tutti noi siamo cresciuto con lo slogan “lo spettacolo continua” che ci rimbombava nelle orecchie tutte le volte che si verificava una tragedia e iniziava il balletto tra chi voleva andare avanti e chi si voleva fermare. Questa volta, per fortuna, la musica non è neanche partita, Malagò e Fabbricini hanno fermato tutto e tutti senza pensarci due volte: il modo migliore per dare un segno di discontinuità con il passato e per iniziare la riforma di quel sistema calcio che in Italia fa acqua da tutte le parti.

Secondo gli antichi greci, chi moriva senza sepoltura era costretto a vagare per sempre in un crepuscolo incerto tra il buio e la luce, inquieto per il morto e inquietante per i vivi. Con il tempo, però, anche la pietra delle tombe può sgretolarsi, ma non le parole, per questo inventarono la poesia degli eroi, in modo da rendere impossibile la frantumazione del ricordo perché, dicevano, “chi entra nel canto per le sue gesta sul campo sarà ricordato per sempre”. Davide Astori non è morto sul campo come Morosini o Puerta, ma è morto giovane come Achille (eroe che ispirò l’opera di Menandro), guerriero ed eroe leggendario che preferì morire giovane ma ricordato, piuttosto che vecchio e dimenticato. Non credo affatto che questo fosse il sogno di Davide Astori, perché aveva tutta una vita davanti e una figlia di due anni da crescere e da veder diventare donna. Ma questo era il suo destino, quello che c’era segnato a fianco al suo nome in quel libro invisibile in cui c’è nero su bianco tutto il nostro percorso, specie la durata del tragitto.

Sarà ricordato per sempre questo ragazzo, per il suo sorriso, la sua schiettezza, la sua durezza in campo unita ad una correttezza che tutti gli riconoscevano. Per noi Astori era quello del grande tradimento da parte dei dirigenti del Cagliari (così ci hanno raccontato), del rifiuto alla Lazio per andare alla Roma. Questa è l’etichetta che si è portato addosso per anni qui nella Capitale ma che è stata strappata, cancellata ieri in un amen dalla notizia della sua morte prematura e inspiegabile. Perché la morte di Davide Astori ha scosso le nostre fondamenta, ci ha fatto vacillare, ci ha fatto ragionare per l’ennesima volta su quanto tutto quello che ci circonda sia assolutamente futile, aleatorio. Ci ha fatto resettare tutto facendoci ripartire quasi da zero, cancellando in un amen l’incazzatura per quello che era successo sabato sera, perché ci ha sbattuto in faccia una realtà che ci rifiutiamo di accettare, ovvero che prima o poi nella vita tutto finisce, perché nulla è eterno. Tantomeno lo siamo noi o quegli eroi del calcio che eleggiamo quasi a dei, pretendendo spesso che facciano miracoli dimenticando che, pur se miliardari strapagati, in fin dei conti sono solo dei ragazzi: in alcuni casi addirittura più giovani di quei figli che coccoliamo, proteggiamo e giustifichiamo, anche in modo esagerato.

Per questo, il modo migliore per affrontare questa vicenda è quello di camminare sulla strada che conduce al silenzio e alla riflessione. Ovvero, quella via imboccata ieri senza pensarci due volte da chi ha deciso di fermare tutto. Finalmente…




Accadde oggi 19.09

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Genova 1893 2-1
1942 Napoli, Vomero - Napoli-Lazio 1-2
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Juventus 0-4
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-3
1964 Nasce a Roma Antonio Sciarpa
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Ternana 2-0
1973 Roma, stadio Olimpico - Lazio- FC Sion 3-0
1977 Nasce a Venezia Tommaso Rocchi
1981 Terni, stadio Libero Liberati - Lazio-Spal 1-2
1982 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-0
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 3-0
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC Nantes Atlantique 1-3
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-AC Skoda Xanthi 4-0
2004 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Reggina 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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