06 Febbraio 2018

Aveva ragione Lotito: non è mago Merlino
di Stefano Greco

Roma è la città degli eccessi, del tifo umorale che passa in un amen dalla lotta per lo scudetto al fallimento totale, della gente che alla velocità della luce brucia idoli esaltati fino ad un attimo prima. Insomma, dall’altare alla polvere (e viceversa) a seconda del risultato di un paio di partite. Roma città è così, i tifosi della Roma e della Lazio (sempre più simili, purtroppo…) pure, quindi anche la comunicazione romana si adegua. Oggi, quindi, sarà un fuoco di fila, con il plotone d’esecuzione schierato per fucilare Inzaghi per aver sbagliato formazione iniziale e cambi, per abbattere Felipe Anderson e Nani, oppure il povero Patric che si è perso per strada Laxalt in occasione del gol finale. Unirsi al coro e sistemarsi in fila con gli altri del plotone d’esecuzione con il fucile carico è facile, ma non fa per me. Io le cose preferisco dirle prima che dopo, preferisco dar retta a quella vocina interiore, figlia dell’esperienza (di vita e soprattutto di Lazio), che ieri mi aveva portato a scrivere un articolo che, purtroppo, si è rivelato profetico. Perché non c'è niente da fare... Purtroppo, ogni vecchio laziale che come me ne ha viste tante ha sviluppato una sorta di sesto senso che lo porta a vedere anche quello che deve ancora succedere... .

Le cose all’apparenza facili, quelle che scorrendo i numeri sembrano sulla carta quasi scontate, in realtà sono le più difficili da fare e alla fine sono quelle che fanno realmente la differenza, quelle che trasformano i progetti in opere e i sogni in realtà. Guardando la classifica, fissando lo sguardo sui punti conquistati, sui gol segnati o su quelli subiti, tra Lazio e Genoa sulla carta non c’è partita. Basta un solo dato per capire che differenza c’è, a livello di numeri, tra le due squadre: il Genoa in 22 partite ha segnato 16 gol, 4 in meno di quelli realizzati dal solo Ciro Immobile che guarda tutti dall’alto in basso dalla cima della classifica dei bomber del campionato, il 28% dei gol segnati nello stesso numero di partita da quella macchina da gol costruita da Simone Inzaghi. Ma nel calcio, a volte, i numeri contano poco o nulla. Anzi, in qualche occasione guardare solo i numeri o affidarsi alle statistiche può essere pericoloso, quasi deleterio. Per questo, ogni laziale di vecchia data teme questa partita più di un derby, più di una sfida contro una grande del campionato, più di un gatto nero che ti attraversa la strada prima di un appuntamento importante. Perché anche se non sei scaramantico al punto da farti rovinare la vita da sciocche superstizioni, in certe occasioni vale la regola del “non è vero ma ci credo”… E basta pensare a quello che è successo sabato sera all’Inter a San Siro per toccare ferro, per non correre il rischio di sottovalutare né il Genoa né quel “gatto nero” di Ballardini, uno che solo a nominarlo riporta alla mente il periodo più brutto nella storia recente della Lazio. E se a tutto questo aggiungiamo anche l’assenza di Milinkovic Savic e Lulic, il quadro è completo. Dire queste cose, non significa né piangere né mettere le mani avanti, ma solo essere realisti e conoscere bene la storia della Lazio. Perché per noi, non c’è mai niente di facile o di scontato e certi avversari sono, appunto, dei veri e proprio “gatti neri”.

Per questo, ieri sera mentre mio figlio nel finale invitava la squadra ad andare all’assalto per conquistare i tre punti, io vicino a lui (e già da prima del gol annullato a Laxalt) pregavo affinché si riuscisse a portare a casa quel punticino che, a danno fatto, ora varrebbe oro. Non è successo, è arrivata la seconda sconfitta consecutiva, quindi oggi è il giorno del diluvio, delle certezze che lasciano spazio ai dubbi, dei sogni che vanno in frantumi e, soprattutto, dei processi. Con un imputato principale: Simone Inzaghi. Perché è sempre così, ovunque. Il primo a pagare in caso di sconfitta o di fallimento, è sempre l’allenatore…

Sì, Simone ieri sera ha sbagliato probabilmente la formazione iniziale, forse anche i cambi, di sicuro a non coprirsi nel finale pur di non correggere il suo modulo ma, soprattutto, ieri Inzaghi ha dimostrato che aveva ragione Lotito: non è mago Merlino. Non riesce sempre con le sue magie a mascherare certi difetti strutturali, ad aumentare il volume di quella coperta troppo corta che va bene finché la temperatura è accettabile, ma che non riesce più a scaldarti come si deve e tutto il corpo se arriva il gelo. Si sapeva che giocando ogni tre giorni dopo la sosta (e tutte partite importanti) questa squadra avrebbe pagato in qualche modo il conto. Non è tanto un problema di numeri, quanto di qualità. È chiaro che nessuna squadra al mondo ha in organico due Milinkovic Savic, due Parolo, due Leiva e due Lulic, ad esempio, ma se tu dietro a quei tre hai Murgia o Di Gennaro e in panchina Miceli e Pedro Neto, devi fare appunto una magia o un miracolo per mantenere inalterati gli equilibri se due di quelli mancano contemporaneamente e altri due alla fine dell’incontro calano perché sono costretti a tirare la carretta, sempre e comunque, dall’inizio della stagione. Questa è la realtà, anche se capisco che è molto più facile prendersela con Simone Inzaghi, accusarlo di aver sbagliato formazione, modulo e cambi. Che in parte può anche essere vero, ma liquidare tutto così significa mettere la testa sotto la sabbia per non vedere la realtà.

Liberi di farlo, ma non mi unisco né al coro né al plotone d’esecuzione. Così non mi unisco a chi oggi butta l’acqua sporca con il bambinello dentro considerando, sull’onda emotiva di un paio di sconfitte, la stagione andata. E che avrebbero dovuto fare allora Roma e Inter che di domeniche storte ne hanno imbroccate 6-7 di fila e non gli è andata peggio solo perché sulla loro strada nell’ultimo weekend hanno trovato il Crotone e il Verona? La qualificazione alla Champions League è sempre lì e centrarla sarebbe un impresa clamorosa, non un qualcosa di dovuto o addirittura di scontato. Il vero problema, è che in queste settimane ho letto e sentito cose assurde, come quella che senza quei torti subiti (reali, documentati, palesi…) questa squadra avrebbe lottato per vincere lo scudetto. Discorsi da romanisti fatti da uno che è romanista nell’animo e di nascita, anche se poi ha indossato altri panni. Finché li fa lui certi discorsi, soprattutto in campagna elettorale, ci può anche stare, fa parte del gioco. Ma che gli vada dietro gran parte dell’ambiente, no. Perché noi laziali siamo sempre stati diversi, abbiamo sempre fatto di questa nostra diversità dalla massa un vanto, ma qualcuno sta perdendo questa identità.

Per questo oggi non mi unisco al coro dei fucilatori di Inzaghi o della squadra. Felipe Anderson in testa. È sempre stato questo Felipe Anderson, pretendere che diventi un altro o che Simone Inzaghi riesca a trasformarlo da rospo in principe con un colpo di bacchetta magica, è sbagliato. Perché lui, oramai è palese, non è Mago Merlino. E, tantomeno, Padre Pio…




Accadde oggi 18.08

1968 Grosseto, Stadio comunale - Grosseto-Lazio 0-8
1982 Coppa Italia I turno, girone 3, gara 1 - Roma, stadio Flaminio - Lazio- Perugia 3-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cagliari 0-0 (5-4 d.c.r.)
2000 Goteborg, - Gaiss-Lazio 0-4
2002 Udine, stadio Friuli - Triangolare del Friuli
2003 Rieti - Torneo dei Tre Continenti

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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