10 Gennaio 2018

Quella strana coppia di gemelli del gol...
di Stefano Greco

Quelli della mia generazione, parlo di quelli cresciuti negli anni Settanta a pane e pallone, se pronunci la parola “gemelli del gol” volano subito con la mente a Pulici e Graziani, a quella coppia gol che a metà degli anni Settanta ha regalato al Torino l’ultimo scudetto della sua storia. Pulici e Graziani erano due attaccanti veri, due in grado di andare in doppia cifra ogni stagione senza problemi. Un po’ come hanno fatto per qualche anno in casa nostra Chinaglia e Garlaschelli.

Ma con il passare degli anni, il calcio è cambiato. Era zemaniana a parte, con quel tridente Boksic-Casiraghi-Signori che oggi farebbe vincere lo scudetto a passo di carica a qualsiasi squadra italiana, le coppie-gol in casa Lazio sono state sempre o quasi formate da un fantasista e un attaccante vero: da uno abile a partire da dietro, bravo a segnare ma anche e soprattutto a servire assist e una punta centrale. La prima coppia del genere che ricordo, è quella formata da Giordano e D’Amico. Bruno è stato uno dei primi “falsi nueve” del calcio italiano, molto simile nelle movenze a Johan Crujiff, al punto che in un’intervista fatta a Italia ’90 l’ex profeta del gol, all’epoca allenatore del Barcellona, parlando dei tanti eredi che gli hanno affibbiato indicò proprio Bruno Giordano come l’unico degno di reggere il confronto. Vincenzo D’Amico, agiva alle spalle di Giordano, danzava su quel prato verde con il pallone tra i piedi e ogni volta che toccava la sfera potevi aspettarti qualsiasi cosa: da una giocata in grado di lasciarti a bocca aperta, ad una palla regalata banalmente agli avversari alla ricerca del numero che ti faceva uscire insulti di ogni genere. È il destino dei fantasisti, camminare in equilibrio su quel filo sospesi tra applausi e fischi, tra luci e ombre, tra polvere e altare. Dopo Giordano-D’Amico ci sono voluti quasi 20 anni per rivedere una coppia simile, quella formata da Veron e Crespo, che si muovevano in campo al ritmo del tango argentino, con giocate che per gli amanti del calcio avevano un qualcosa di sensuale. Perché il gioco di Veron era erotismo calcistico allo stato puro. Quel gol alla Juventus, con il lancio millimetrico di Veron e la bordata di Crespo, è magia.

Dopo aver nominato mostri calcistici come Giordano, D’Amico, Veron e Crespo, parlare di un’altra coppia-gol in biancoceleste con quelle caratteristiche sembra quasi un sacrilegio, una bestemmia calcistica. Invece, non è così. Perché Luis Alberto e Immobile, senza voler fare per forza di cose paragoni, ricordano quelle coppie-gol. Per caratteristiche fisiche e tecniche, sono sicuramente più simili a D’Amico e Giordano. Tanta roba: oggi si dice così, 40 anni fa non mi ricordo che cosa dicevamo vedendo giocare D’Amico e Giordano, so solo che era una gioia per gli occhi vederli giocare insieme, duettare ai limiti dell’area, litigare per chi doveva battere un calcio di punizione al limite per poi fondersi in un abbraccio dopo ogni gol. E ne hanno segnati tanti in coppia, proprio come Luis Alberto e Immobile.

Domenica, vedendo e rivedendo quella prodezza di Luis Alberto sul campo di Ferrara, ogni laziale over 50 dopo quel gol ha pensato per un attimo a Vincenzo D’Amico, ha accostato quella danza dello spagnolo alle movenze di Vincenzino: finta, contro finta, il giocatore che va da una parte e Luis Alberto dall’altra, poi il tocco morbido, la pennellata finale per gonfiare la rete e rendere completa l’opera. Gliene ho visti fare tanti di gol così a Vincenzino, così come ha fatto tanti assist per Bruno specie nella stagione in cui Giordano ha vinto il titolo dei cannonieri. Era una Lazio giovane e fatta in casa, con pochi soldi quella di Giordano e D’Amico, proprio come questa di Luis Alberto e Immobile. E oggi come allora, in panchina c’era un laziale vero, uno arrivato dal Nord ma che si era innamorato a prima vista di Roma, tanto da trasformarla nella sua nuova casa. Nel 1979 in panchina c’era Bob Lovati, quello che aveva alzato il primo trofeo nella storia della Lazio e che una volta appesi gli scarpini al chiodo ha fatto di tutto pur di restare in questa società: dal vice di Maestrelli all’osservatore, dal direttore tecnico all’allenatore passando in un giorno dalla scrivania alla panchina per salvare la Lazio dal baratro. Oggi, su quella stessa panchina c’è Simone Inzaghi, un altro padano, un altro che ha vinto in campo (e tanto…) come giocatore e che per restare nel mondo Lazio è partito dal gradino più basso, facendo tutta la trafila dagli Allievi fino alla prima squadra. Anche lui approdato alla guida della Lazio in piena emergenza: prima per tentare di salvare l’annata dopo il licenziamento di Pioli e poi l’estate successiva quando richiamato di corsa da Salerno gli hanno affidato una Lazio che non poteva partire per il ritiro perché dopo il NO di Bielsa e una serie di rifiuti non c’era un allenatore disposto ad allenare quella squadra. Inzaghi lo ha fatto, ha chiesto e preteso Immobile dopo l’addio di Klose e poi ha visto in Luis Alberto un qualcosa che nessuno aveva visto. Neanche chi lo aveva acquistato per consegnarli la fascia e l’eredità di Candreva. Inzaghi lo ha aspettato Luis Alberto, lo ha aiutato a restare a galla quando ha rischiato di annegare tra dubbi e paure, lo ha ricostruito e gli ha cucito addosso un ruolo nuovo, lasciando libero di fare calcio come sa fare. E dalle ceneri della partenza di Keita e dell’infortunio di Felipe Anderson, è nata questa strana coppia, impensabile, non pronosticabile. Quasi 4000 minuti di calcio spettacolo, di giocate incredibili, di sorrisi e abbracci. Senza invidie, anzi, con l’assist visto come un gol segnato in due: 20 ne ha segnati immobile, 6 Luis Alberto (solo in campionato…), con l’ex oggetto misterioso diventato oggetto del desiderio di tanti, con l’ex brutto anatroccolo diventato uno splendido cigno che dispensa assist: ben 8 solo in campionato e solo nel girone d’andata.

E poi è arrivata Ferrara: il poker di Ciro unito alla rete di Luis Alberto, quella danza con il pallone tra i piedi da mettere in loop in un video per rivederla all’infinito, in modo da assaporare ogni frame dell’immagine di quel gesto tecnico. Non lo so se Luis Alberto può diventare per la Lazio un nuovo D’Amico, perché calcisticamente stiamo parlando di tanta, tantissima roba: e non solo dal punto di vista tecnico. Perché Vincenzo è stato un simbolo in cui si sono riconosciute almeno 2/3 generazioni di laziali, una bandiera oltre che un artista. Ma Luis Alberto lo ricorda molto, come Immobile ricorda Giordano, perché Ciro come Bruno sa segnare in tutti i modi: di tocco, d’astuzia, di potenza e anche di testa, nonostante il fisico tutt’altro che gladiatorio. L’unica cosa certa, è che Vincenzo e Bruno in coppia non sono riusciti a vincere nulla, purtroppo. Immobile e Luis Alberto, invece, un trofeo lo hanno già portato a casa. E questa, di questi tempi e con un budget risicato come negli anni di Vincenzino e di Bruno, è già tanta roba per questa strana coppia di gemelli del gol…




Accadde oggi 18.01

1924 Nasce a Trieste Antonio Sessa
1925 Roma, campo Rondinella - Lazio-Fortitudo 4-0
1931 Trieste, campo Montebello - Triestina-Lazio 2-1
1936 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Roma 2-1
1942 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1948 Roma, stadio Nazionale – Lazio-Alessandria 1-0
1953 Roma, stadio Torino - Lazio-Triestina 4-1
1959 Torino, stadio Comunale - Juventus-Lazio 6-1
1970 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 1-0
1976 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-2
1977 Muore a Roma Luciano Re Cecconi
1998 Firenze, stadio Artemio Franchi - Fiorentina-Lazio 1-3
2006 Messina, stadio San Filippo - Messina-Lazio 1-1
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 29/12/2017
 

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