09 Gennaio 2018

Gioie, dolori, emozioni: semplicemente Lazio!
di Stefano Greco

La luce rossa delle torce che squarcia il buio della notte, il fumo, i cori che salgono alti in cielo come ad accompagnare i fuochi d’artificio che illuminano dall’alto piazza della Libertà. Un quadro bellissimo, che non può non provocare un brivido e la pelle d’oca a chi ha dentro di se la Lazio, anche se per tanti motivi (su cui è inutile soffermarsi per l’ennesima volta…) quella passione in alcuni casi è soffocata, vissuta solo a metà o comunque male, in modo non totale e quindi sofferto. Quest’anno come tutti gli anni, tutti insieme e uniti da un’unica passione: anche se vissuta in modo diverso e a volte conflittuale.

Centodiciotto è un numero che fa impressione anche solo a scriverlo quando si parla di anni, figuriamoci pensando a cosa c’è racchiuso dentro quei 118 anni di storia: uomini, imprese, emozioni, successi e delusioni, trofei, cadute e tradimenti. Come si fa a racchiudere in due o tre paginette di articolo qualcosa come 118 anni di storia? Come si possono condensare in poche righe più di 50 anni di emozioni vissute dal vivo, oppure incollati ad una radiolina pregando per un piccolo miracolo sportivo e immaginando quello che succedeva a centinaia di chilometri di distanza? Come si possono raccontare immagini da brivido scolpite nella mente, legate ad un gol, ad un trofeo alzato, ma anche a semplici gesti che ti rimangono impressi nella memoria senza un perché? Non si può, perché si rischia sempre di lasciare fuori qualcosa o qualcuno. Non si può anche perché le emozioni sono soggettive, un qualcosa di privato, a volte difficile da spiegare e ancora di più da catalogare o da mettere in fila stilando una sorta di classifica dei brividi provati.

Allora, l’unica soluzione è provare a chiudere gli occhi, come si faceva da bambini, quando se non stavi allo stadio potevi solo immaginare quello che succedeva, guidato in quel sogno da voci amiche come quelle di Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Ezio Luzzi, personaggi sconosciuti alle nuove generazioni ma che per noi erano un punto di riferimento in quell’epoca di radiocronache e di immagini in bianco e nero. Ascoltavi la radio e i brividi arrivavano quando, all’improvviso, sentivi il radiocronista di turno che interrompeva il collega: arrivava prima il boato e poi l’annuncio di chi aveva segnato. E se la Lazio giocava in trasferta, ti si gonfiava il cuore di speranza se i rumori in sottofondo erano soffocati, mentre restavi per qualche istante impietrito se arrivava un boato. Come si fa a raccontare cosa si provava in quegli istanti a chi oggi può vedere una partita in diretta su un iPad o sul cellulare grazie a SKYGO, mentre noi a volte dovevamo aspettare Domenica Sprint dopo le otto di sera per vedere un servizio vero sulla partita giocata dalla Lazio? Ma questo non significa che le emozioni di oggi siano meno vere e meno forti di quelle che provavamo noi allora, perché anche a 55 anni ti ritrovi ad esultare ancora per un gol segnato, oppure a imprecare per uno sbagliato, per un gol o per un torto subito come in occasione di quel Lazio-Torino dell11 dicembre. Anche se per mille motivi non lo fai più con il trasporto di una volta.

Nel giorno in cui la Lazio festeggia i 118 anni di vita, non riesco e forse non voglio neanche fare una classifica delle emozioni. Ci ho provato, ma ho scritto, strappato e riscritto quella lista una decina di volte, finché ho deciso che l’unico modo per raccontare queste emozioni è quello di legarsi a dei flash, a dei frammenti conficcati nella memoria.

E allora ecco che riaffiora nelle nebbie dei ricordi da bambino il ricordo del verde del prato e del bianco quasi accecante del marmo del vecchio Olimpico, i colori accesi e quasi accecanti di quel 12 febbraio del 1967, il giorno in cui le immagini in bianco e nero viste in tv si sono colorate per la prima volta, perché vissute dal vivo e in diretta in uno stadio. Avevo 5 anni, mi avevano appena insegnato a leggere e ricordo quell’enorme tabellone dello Stadio Olimpico con le lucette dorate che formavano i nomi di Morrone e Maggioni, delle due firme in calce a quella vittoria con il Lecco. Esordio vincente in una stagione difficile, finita con la retrocessione in Serie B maturata proprio all’ultima giornata e vissuta via radio, con tanto di lacrimoni al fischio finale. Ricordo i racconti del mio pro zio Aldo Fraschetti, compagno di squadra di Fulvio Bernardini e protagonista di quella Lazio sconfitta nella finale scudetto del 1923 dal grande Genoa. Dall’archivio della memoria riaffiora il ricordo dei racconti di mio nonno Tullio (amico del generale Vaccaro), membro di quel Consiglio Direttivo che nel 1927 si oppose alla fusione che portò alla nascita della Roma, entrando in collisione con il Federale Foschi. Ricordo la mia prima volta a Tor di Quinto, la carezza di Tommaso Maestrelli e il sorriso di Giorgio Chinaglia. Mi tornano in mente le lacrime nella prima trasferta della mia vita a Napoli e la disperazione per quello scudetto perso all’ultimo respiro il 20 maggio del 1973. Chiudo gli occhi e risento il boato dell’Olimpico per quel gol di Re Cecconi al Milan del 30 dicembre del 1973, secondo per intensità e durata solo a quello del gol di Fiorini al Vicenza del 21 giugno 1987. Date che non hai bisogno di cercare su un almanacco, perché sono impresse nella memoria e tatuate sul cuore, come e più di quelle dei grandi successi o delle grandi emozioni che ti ha regalato la vita fuori dal calcio, prime fra tutte quelle della nascita dei tuoi figli.

Ad occhi chiusi riaffiorano le immagini che mi fanno rivivere le emozioni di quel 12 maggio del 1974, iniziato marinando la messa per andare a leggere di nascosto sul terrazzo condominiale del palazzo tutto il Corriere dello Sport di quel giorno. Scorrendo il film della memoria rivivo l’attesa per la partita, quell’adesivo con lo scudetto regalato da uno sponsor strappato alla fine del primo tempo perché portava male, poi l’abbraccio con tutta la famiglia riunita quel giorno in Tribuna Tevere per un trionfo atteso da una vita. Una vita non facile quella di noi laziali, fatta di alti e bassi, di gioie e di cadute dolorose, ma soprattutto di emozioni figlie della sofferenza. E di tante lacrime. Quelle versate al funerale di Tommaso Maestrelli, quelle che non riuscivo a fermare quella maledetta sera in cui arrivò con una telefonata a casa la notizia della morte di Luciano Re Cecconi: quell’angelo biondo che mi aveva catturato il cuore, anche più di quanto era riuscito a fare Giorgio Chinaglia, il mio mito. Mi torna in mente il giorno della retrocessione a tavolino dell’estate del 1980, con la rabbia per il tradimento da parte di quelli che fino a quel momento avevo considerato degli eroi senza macchia e senza paura. Ma neanche quel tradimento è riuscito a spezzare il filo. È bastata la promozione di due anni dopo firmata Giordano e la gioia per il ritorno di Chinaglia per spazzare via tutto, senza sapere che dietro l’angolo c’era l’ennesima delusione e l’ennesimo tradimento.

Mi tornano in mente i frammenti di quell’estate del 1986 e di quella stagione ’86-’87, una delle più belle della nostra vita e che ho raccontato ne “La Banda del meno nove”, il libro a cui (insieme a Faccetta biancoceleste) sono sentimentalmente più legato tra i sette che ho scritto e in cui c’è sempre la Lazio di mezzo. E poi, l’era dell’oro…

Ma anche il quel periodo, i ricordi di gioie e dolori si mischiano in uno strano gioco del destino. Con la Lazio che dopo quasi un quarto di secolo sta per alzare nuovamente al cielo un trofeo, nel giro di pochi giorni ho vissuto le emozioni private più forti che può provare un essere umano: la notizia della nascita del primo figlio e il giorno dopo quella, come una sentenza che ti arriva all’improvviso, che mia madre non avrebbe mai stretto tra le braccia mia figlia. Con quelle sensazioni ho vissuto il trionfo in Coppa Italia con il Milan e quella trasferta di Parigi, per la prima di tre finali europee. Seduto in tribuna al Parco dei Principi, prima dell’inizio dell’incontro, guardando il campo e soprattutto gli spalti gremiti da quasi 20.00 laziali sono scoppiato a piangere: un pianto disperato, interminabile, con gli amici di una vita vicino che con un abbraccio hanno provato ad aiutarmi a scacciare i brutti pensieri e che si sono stretti intorno a me in silenzio come per proteggermi, per isolarmi  da tutto il resto e farmi scaricare in pace rabbia e tensione, gioia e dolore. Per questo quella finale persa per me è un ricordo ancora più prezioso di quella vinta un anno dopo a Birmingham, altra trasferta indimenticabile come quella di Montecarlo.

Indimenticabili quanto il dolore provato per quel furto subito il 15 maggio del 1999 a Firenze, per quello scudetto scippato, per quel sogno andato in frantumi dopo un’attesa di 25 anni. Ricordo che sono rimasto in silenzio per un giorno intero, solo con i miei pensieri. Ci ho messo tre giorni per riprendermi dalla botta e non è bastato neanche l’incredibile epilogo della stagione successiva per chiudere quella ferita che a distanza di quasi 19 anni è ancora aperta.

Chiudendo gli occhi, vedo flash di gol ma soprattutto volti, non per forza legati a personaggi o a momenti che hanno fatto la storia. Per questo i primi ad affiorare, di volti, sono quelli degli amici che non ci sono più: di quelli con cui ho diviso tante domeniche allo stadio o in trasferta, fratelli non di sangue ma di vita e di fede come Francesco Bilotta, Giulio Levi, Goffredo Lucarelli, Tonino Di Vizio, Adriano Basaglia e a tutti gli amici volati via troppo presto e che ora ci guardano dall’alto seduti sugli spalti della Curva Paradiso… Volti a cui si aggiungono quelli di Bob e del "Maestro", di Lenzini, Gian Chiarion Casoni e di Sandro Petrucci, amico di famiglia e maestro di giornalismo oltre che grande laziale. Poi arrivano anche i volti dei giocatori, legati ad episodi particolari: Stam che prende per il collo e terrorizza Parente e Gregucci in lacrime a Napoli alla fine di Lazio-Campobasso; poi  le giocate di D’Amico e di Veron, le prodezze di Giordano, i gol di tacco di Mancini, l’unico gol del “gringo” Clerici arrivato alla fine di un Lazio-Inter sotto il diluvio in una domenica in cui la porta nerazzurra sembrava stregata e quello di Nesta nella finale con il Milan; ricordo la testa fasciata e insanguinata di Vieri e il dito di Chinaglia verso la Sud, con lo stesso gesto ripetuto per due volte da Paolo Di Canio, ma anche le tre dita alzate di Simeone verso i tifosi a Torino dopo la vittoria con la Juventus che ha cambiato il corso di una stagione e forse della storia della Lazio; ricordo Cragnotti portato in trionfo il giorno della festa scudetto, ma anche il suo volto tirato il giorno in cui è uscito dalla sede di Via Valenziani e dalla storia della Lazio, con la gente che lo insultava, lanciava bottiglie e prendeva a calci la macchina alla vigilia del compleanno suo e della Lazio, a gennaio del 2003. Perché questa è la storia della Lazio: polvere e altare, gioie e dolori, amore e odio, tutto e il contrario di tutto.

Ma se devo scegliere, per forza, il mio momento di Lazio da mettere in cima a tutto, non scelgo il ricordo di un trionfo, ma quello di un giorno di sofferenza: l’Olimpico stracolmo nel primo giorno d’estate del 1987 e il gol di Fiorini a Lazio-Vicenza. Perché anche se sono tante le immagini che, riviste, ti provocano dei brividi, quella ti strappa la pelle, come la forza e l’intensità del boato che accompagnò quel gol. E la chiudo qui, altrimenti potrei andare avanti per ore o per giorni, tra brividi e qualche lacrima che inevitabilmente scende quando riaffiorano i ricordi. Anche oggi, nonostante le tante, le troppe ferite del presente.

AUGURI LAZIO MIA




Accadde oggi 18.01

1924 Nasce a Trieste Antonio Sessa
1925 Roma, campo Rondinella - Lazio-Fortitudo 4-0
1931 Trieste, campo Montebello - Triestina-Lazio 2-1
1936 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Roma 2-1
1942 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1948 Roma, stadio Nazionale – Lazio-Alessandria 1-0
1953 Roma, stadio Torino - Lazio-Triestina 4-1
1959 Torino, stadio Comunale - Juventus-Lazio 6-1
1970 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 1-0
1976 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-2
1977 Muore a Roma Luciano Re Cecconi
1998 Firenze, stadio Artemio Franchi - Fiorentina-Lazio 1-3
2006 Messina, stadio San Filippo - Messina-Lazio 1-1
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 29/12/2017
 

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