06 Gennaio 2018

Lode a te, Paolo Di Canio...
di Stefano Greco

La Befana, per molti bambini, è un secondo Natale, una festa attesa e amata, ma al tempo stesso quasi odiata, perché segna la fine delle vacanze e il ritorno a scuola. A noi laziali, la data del 6 gennaio evoca dolci ricordi, perché ci riporta alla mente due derby entrati nella storia, completamente diversi tra loro. Il 9 gennaio del 1998, la Lazio vincendo 4-1 il derby d’andata mette un’ipoteca sulla Coppa Italia, su quel primo trofeo che segna l’inizio dell’era dell’oro. Un giorno di goduria, ma mai come quello del 6 gennaio del 2005…

All’Olimpico quella notte l’atmosfera è elettrica e la tensione si taglia a fette. I romanisti, sulle note di una canzone di Lorella Cuccarini utilizzata quindici anni prima per un coro storico dedicato a Rudi Völler cantano: “Vola, Paolo Di Canio vola/ dal quinto piano vola/ con un coltello in gola/ Paolo Di Canio vola…”. Il coro è pesante, assordante, quando a cantarlo a squarciagola sono in più di 20.000, ma Paolo non è uno che si impressiona tanto facilmente. Lui viene dal Quarticciolo, ha visto, sentito e subito di peggio, quindi si limita a trascinare tutta la squadra a fare il riscaldamento sotto la Curva Nord. Ha atteso troppo questo giorno, se lo è sognato centinaia di volte in quei quindici anni di esilio, in quei 5835 giorni passati da quando quel ragazzino con la maglia numero nove sulle spalle osò, in modo sfacciato, correre verso la Sud con il dito puntato in segno di sfida dopo aver segnato nel derby. È successo e non può succedere di nuovo, dicono i tifosi della Roma, perché quel ragazzino ora è diventato un “vecchio”.

Questa è la parola più usata dai tifosi giallorossi per definire Paolo Di Canio da quando ha rimesso piede a Roma. Vecchio, pronunciato in modo dispregiativo, come è stato fatto al momento dell’arrivo di Klose, a dimostrazione che qualcuno in questa città non impara mai dai propri errori. E, soprattutto, conosce poco la storia. Perché chi ama e la studia, invece, sa bene che la storia talvolta è fatta di situazioni che si ripetono ciclicamente nel tempo. Sempre o quasi uguali. E il calcio non fa eccezione. Era gennaio anche nel 1989, il 15 e non il 6, ma questi sono dettagli.

Allora, come questa volta, la Lazio arriva al derby con le ossa rotte, con una sconfitta per 3-0 da cancellare, con una classifica decisamente precaria e con i favori del pronostico che sono tutti dalla parte della Roma. Qualcuno nei giorni precedenti si è anche allargato, invitando i laziali a portare allo stadio il pallottoliere per tenere il conto dei gol incassati, oppure chiedendo ironicamente quanti nomi dei marcatori può contenere il tabellone dell’Olimpico. Tutti noi che siamo allo stadio abbiamo ascoltato, memorizzato e incassato in silenzio. Lo ha fatto anche Paolo. Convinto di poter scrivere un’altra pagina nell’incredibile storia di questa sfida.

E, dopo circa mezz’ora, Di Canio prende in mano il pennino, il lancio di Liverani è il calamaio pieno d’inchiostro in cui intingere e il tiro al volo che lascia impietrito Pelizzoli è la firma di Paolo. Non può essere, non può succedere di nuovo. Invece, è successo. Ancora Di Canio, ancora sotto la Curva Sud. Paolo si alza la maglia, corre, fa per scavalcare i cartelloni pubblicitari ma si ferma e, davanti ad una Curva Sud impietrita, con l’indice della mano destra si indica il petto dicendo “Io, so stato io… So stato ancora una volta io”. Prima di venir sommerso dall’abbraccio dei compagni.

La Curva Nord sembra un mare in tempesta, con la gente che ondeggia e come spinta da una mano invisibile finisce verso il basso, attaccata alla vetrata. Tutti vorrebbero salire su quel vetro, scavalcare e correre sul prato per stringere Paolo in un abbraccio soffocante. I giocatori della Roma, Totti in testa, sono impietriti alcuni, come Mancini, sono piegati e quando Di Canio a braccia alzate e dando le spalle al “nemico” torna verso il centrocampo, qualcuno prova a dirgli qualcosa, ma Paolo si gira e gli ride in faccia.

La partita diventa una corrida: dieci ammoniti, roba d’altri tempi. Quando a metà ripresa pareggia Cassano, sembra tutto finito. Certo, Paolo ha segnato e gli ha fatto male, ma un gol senza vittoria non ha lo stesso sapore. Ci pensano Cesar e Rocchi a rendere trionfale e storica la notte di Pallocca. La Lazio vince 3-1 e quando Papadopulo al 90’ richiama Di Canio in panchina, inizia lo show. Paolo esce battendosi il pugno sul petto e poi esulta verso la Curva Sud: boato. Dellas gli dice qualcosa e lui imita Chinaglia quando a Monaco di Baviera esce dal campo mandando a quel paese Valcareggi. Ma, prima di uscire, alza il braccio destro al cielo e compone con le dita il 3, quello che nella matematica secondo la scuola pitagorica è considerato il numero perfetto, perché è la sintesi tra l’uno (primo numero dispari) e il due (primo numero pari); ma è anche il numero dei lati del triangolo, la prima figura piana. Anche per i cinesi il tre è il numero perfetto, perché rappresenta la totalità cosmica: cielo, terra, uomo. Ma al tre sono stati attribuiti significati magici e simbolici da tutte le civiltà e in tutte le epoche. Nelle religioni, sono frequenti le triadi divine, dalla Trimurti induista (Brahma, Shiva, Vishnu) alla Trinità del Cristianesimo. Da qui la sua importanza durante il Medioevo, basti pensare alla Divina Commedia, dove il tre e i suoi multipli hanno un valore simbolico: tre cantiche, trentatré canti, nove gironi infernali. Ma dubito che Paolo abbia pensato a tutto questo. Per lui quel 3 rappresenta solo il numero dei gol segnati dalla Lazio quella sera e dei punti portati a casa.

Lo show non è finito. Anzi. Al fischio finale, tutti corrono verso la Curva Nord a festeggiare. E a quel punto sì che scatta la mini invasione. Qualcuno scavalca, abbraccia Paolo che rivolgendosi agli amici in Curva stende il braccio e saluta “romanamente”. Lo fa più volte, poi fa la stessa cosa sotto la Tevere. Quel saluto romano viene immortalato da qualche fotografo e poco dopo l’immagine fa il giro del Mondo. Apriti cielo. In un amen torna fuori la storia del Di Canio fascista che nel suo libro esalta Mussolini.

Il giorno dopo si parla più di quel saluto che del successo della Lazio. E Di Canio non è il ragazzo del Quarticciolo che a distanza di 16 anni ha deciso nuovamente il derby, ma il provocatore fascista che, scimmiottando Chinaglia, ha rischiato di far degenerare il derby; le offese e gli insulti che aveva ricevuto per mesi vengono cancellati con un colpo di bacchetta magica. Quel saluto diventa immediatamente un caso nazionale, con tanto di intervento immediato dell’Ufficio Indagini della Federcalcio, che di solito ha tempi di reazione elefantiaci. Ma non in questo caso:“Sull’episodio sarà anche ascoltato il giocatore ai fini di valutarne l’esatta portata”.

La portata esatta la dà Paolo stesso: “Alla luce delle considerazioni espresse da qualcuno, faccio presente che sono un giocatore professionista e vorrei sottolineare che le mie esultanze non hanno nulla a che vedere con comportamenti politici di alcun tipo”. Ma il discorso non si chiude lì. Anche perché a l’11 dicembre 2005, dopo aver subito insulti per tutta la partita dai tifosi del Livorno che gli urlano fascista e cantano cori contro di lui e slogan su Piazzale Loreto, uscendo Paolo si gira verso il settore ospiti e saluta i tifosi della Lazio con il saluto romano. Altre polemiche, chiuse dall’intervento del presidente della Figc, Franco Carraro: “Spero di poter interpretare il gesto di Di Canio come un eccesso di protagonismo”.

Ma il 17 dicembre, sostituito contro la Juventus, Paolo fa la stessa cosa. E, a quel punto, la Federcalcio lo squalifica e gli infligge una multa di 10.000 euro. Di Canio non ci sta e fa ricorso, scrivendo una lettera ai giudici: “Il saluto romano lo faccio perché è un saluto da camerata a camerati, è rivolto alla mia gente, ai miei amici. Con quel braccio teso non voglio incitare alla violenza, né tantomeno all’odio razziale. È solo un saluto”. I tifosi della Lazio vanno sotto la sede della Federcalcio a protestare, qualcuno mette in bocca a Di Canio una frase “sono fascista, non razzista”, che lui non ha mai pronunciato e la reazione di Paolo è durissima: “Sono pazzi, fuori dal mondo, sono veramente annichilito. Non ho mai detto ‘sono fascista e non razzista’, ho sempre e solo manifestato a tutti che il mio saluto, peraltro fatto spesso a due mani, ha una valenza non politica ma esclusivamente di appartenenza sportiva. Questo è il mio pensiero e basta. Farò ricco il So.Spe, la casa famiglia di suor Paola, con le cause che vincerò contro chi continua a calunniarmi, inventando interviste mai da me rilasciate o autorizzate. Il mio pensiero è unicamente quello riferito dal mio legale, il professor Giuseppe Consolo, che sta iniziando i giudizi a tutela del mio nome e della mia immagine”.

Quella vicenda segna di fatto la fine del matrimonio tra Di Canio e la Lazio. Dopo 60 partite e 14 gol segnati, Paolo saluta la sua gente il 14 maggio del 2006, dopo aver riportato la squadra in Europa. Nonostante un impegno verbale preso con lui, con promessa di fargli chiudere la carriera con la maglia della Lazio, per convincerlo a strappare il contratto con il Charlton, Lotito non rispetta l’accordo e in un’intervista rilasciata alla rivista «Pagine Ebraiche» dice: “Ho trovato che il suo atteggiamento non rispecchiasse i valori in cui credo e che sto cercando di proiettare in tutto l’ambiente calcistico. Così, pur consapevole di inimicarmi una parte della curva, ho preferito non dilatare ulteriormente la sua avventura alla Lazio”.

Il divorzio si consuma tra insulti e polemiche, con la Lazio scossa dalla bufera di Calciopoli e con Paolo che accusa alcuni ex compagni di essere delle spie del presidente: “Per me Lotito e Delio Rossi sono sullo stesso piano: il primo è un tifoso romanista medio e mediocre travestito da laziale; il secondo è un bugiardo, falso e zerbino del presidente. Lotito è uno che dice di essere moralizzatore, ma di cosa? Solo parole, fatti zero. Dice sempre di essere regolare nel pagare i suoi dipendenti. E non è vero. A me, infatti, e non è la prima volta che accade, deve dare ancora due mesi di stipendio. E non sono l’unico a stare in questa situazione. A me, poi, che sento la Lazio dentro la pelle, dà fastidio che l’immagine della squadra che ho nel cuore, dopo il processo di Calciopoli sia quella di una società che ruba. Ha tentato di stare al tavolo con i potenti, ma non ha raccolto nulla, facendo anche una pessima figura e ora sta litigando con i suoi stessi avvocati che lo consigliano di non andare al Tar. Sono fuori dalla Lazio perché ho sempre detto quello che pensavo e ho pagato sulla mia pelle, ma ne sono orgoglioso perché io sono uomo”.




Accadde oggi 19.12

1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-U.S. Romana 2-1
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 4-0
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Modena 5-1
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 4-1
1982 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 2-2
1993 Lecce, stadio Via del Mare - Lecce-Lazio 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Piacenza 2-0
2002 Empoli, stadio Carlo Castellani - Empoli-Lazio 1-2
2004 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 3-0
2007 Roma, Stadio Olimpico, Lazio-Napoli 2-1
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Udinese 3-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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