05 Dicembre 2017

5 dicembre 1976, una favola laziale...
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

Quella del 5 dicembre del 1976, è una data che non è segnata neanche sull'almanacco del giorno delle cose da ricordare di quella splendida enciclopedia laziale che risponde al nome di LazioWiki. Ma per chi come me quel giorno era presente sugli spalti di San Siro in occasione di Inter-Lazio, quella è una data indimenticabile per le emozioni provate dal momento della partenza a Roma fino al triplice fischio finale dell'arbitro Bergamo.

Per raccontare questa storia e per capire meglio la grandezza di quello che è successo quel giorno a Milano, bisogna presentare il panorama di quel periodo. Negli anni Settanta, quando ancora non eravamo gemellati con l’Inter, andare in trasferta a San Siro per noi era come andare in guerra. Era così un po’ ovunque, sia chiaro, ma a Milano i rischi erano maggiori, perché le tifoserie di Inter e Milan avevano già dei gruppi organizzati. Chi come me era solo un giovane tifoso, un pischello sconosciuto, poteva anche mimetizzarsi facilmente tra la folla e farla franca: a patto però di non aprire bocca per non essere tradito dall’accento romano. Neanche se ti chiedevano l’ora, perché quello era il tranello maggiormente usato per farti tradire. Per Goffredo Lucarelli, universalmente conosciuto come “il tassinaro”, era invece impossibile o quasi passare inosservato: perché era romano in tutto, anche nell’abbigliamento e nel portamento: e poi, lo conoscevano tutti.

Un paio d’anni prima, a San Siro le cose si mettono non male, ma malissimo. Goffredo si rende conto che non ha via di scampo, ma in quel momento scatta la scintilla del genio e cosa fa? Si infila nell’infermeria dello stadio, indossa un camice da infermiere che trova appeso da qualche parte e convince gli infermieri veri a portarlo con loro fuori da San Siro a bordo di un’ambulanza. Ecco, solo ad immaginarla questa scena, ti torna il sorriso e ti rendi conto che era impossibile non amarlo un personaggio del genere, pur con tutti i difetti che aveva e che erano pari ai pregi.

Per quella trasferta del 5 dicembre, l’appuntamento è a piazzale Clodio, a mezzanotte del sabato, partenza verso l’una, ma con calma. Tutta la notte in viaggio, per arrivare a Milano intorno alle 11, visto che la partita inizia alle 14.30 e i cancelli aprono proprio verso quell’ora.

Proprio quel sabato mattina, Roma si era bloccata per l’ultimo saluto a Tommaso Maestrelli. Migliaia di persone avevano invaso Ponte Milvio, occupando tutta la piazza dal sagrato della chiesa fino al ponte. Anche la squadra aveva ritardato la partenza per Milano per essere presente al completo e bastava vedere i volti di quei ragazzi per capire che quella a San Siro contro l’Inter sarebbe stata una partita speciale, unica. La vecchia guardia con in testa Pulici, Martini e Wilson, Re Cecconi (fuori per infortunio), ma anche i giovani allievi come D’Amico, Manfredonia e Giordano avevano la faccia stravolta mentre portavano a spalla la bara del loro “Maestro” fuori dalla chiesa, mentre quella folla oceanica applaudiva e si apriva per far passare il carro funebre. Tutti avevano la morte nel cuore, tutti noi sentivamo di aver perso per sempre un personaggio unico. E sull’emozione di quei giorni, in tanti decisero di aggregarsi all’ultimo momento e di salire con noi a Milano. Tre pullman solo di ragazzi, senza contare quelli organizzati dai club.

Ricordo tutto come fosse ieri di quel viaggio malinconico con la morte nel cuore: ricordo il silenzio che regnava sovrano all’interno del pullman, lo stadio gremito in una splendida e gelida giornata di sole, l’ingresso in campo delle squadre con i giocatori della Lazio che in fila indiana camminano a testa bassa, con la maglia bianca e quella fascetta nera sul braccio. Poi, il silenzio totale dello stadio al fischio dell’arbitro, con le squadre già schierate.

Un silenzio totale, tombale, squarciato solo dalle note de “Il silenzio”, suonato da un trombettiere improvvisato e dall'applauso che nasce timido su quelle note e che poi diventa un boato da parte di un pubblico nemico", cosa rarissima se non unica in quel periodo. Note, quelle di quel trombettiere che, mai come quel giorno, vanno dritte al cuore. Wilson a testa bassa, Felice Pulici che, come e più di tanti altri, non riesce a trattenere le lacrime. A distanza di 41 anni provo i brividi ricordando quel momento, mi viene la pelle d’oca chiudendo gli occhi rivedendo quelle immagini scolpite nella mente e riesco a stento a trattenere le lacrime. La squadra nel primo tempo prova a reagire sul campo da quel colpo che ha messo ko tutto il mondo Lazio, ma appare come svuotata. La testa di tutti è altrove, Felice para tutto come la settimana prima nel derby, ma non riesce a parare l’impossibile, ovvero quel tiro di Marini che va a morire sotto l’incrocio dei pali alla sua sinistra. E quel gol del vantaggio dell’Inter, segnato a metà del secondo tempo, sembra la fine di tutto, un epilogo quasi scontato.

Ma nelle giornate speciali, con la Lazio non c’è mai nulla di scontato e quando sembra tutto finito, arriva inaspettato come un dono dal cielo il gol del pareggio. A poco più di dieci minuti dal termine, Manfredonia esce palla al piede dalla difesa, poi poco dopo la linea di centrocampo lancia di sinistro un pallone in profondità su cui si getta Giordano che tagliando come il burro la difesa dell’Inter si inserisce al centro e prima di essere raggiunto dai difensori avversari appena entrato in area batte di destro Bordon in disperata uscita spedendo con un mezzo pallonetto in pallone in rete sul palo opposto.

https://www.youtube.com/watch?v=Y9Ltoj0jV6c

Su San Siro cala un silenzio tombale, rotto da boato di quel piccolo spicchio biancoceleste collocato a centrocampo sul secondo anello che esplode mentre Giordano esulta e dopo un attimo di esitazione mentre Bruno, in lacrime, viene circondato da tutti i compagni in un abbraccio speciale, anche la gente di fede interista applaude. Nella vita, certe cose non accadono per caso e quindi non è e non può essere un caso se a segnare è proprio Bruno Giordano, l’ultimo dei tanti figli del “Maestro”, quel ragazzino sfrontato a cui in un momento tragico nella storia della Lazio Tommaso Maestrelli ha affidato la più pesante delle eredità: quella di indossare la maglia numero 9 di Giorgio Chinaglia, del figlio prediletto del “Maestro” fuggito negli Stati Uniti con la squadra in lotta per la salvezza.




Accadde oggi 12.12

1887 Nasce a Roma Alfredo Torchio
1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Fortitudo
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Torino 6-0
1948 Milano, Stadio di San Siro - Milan-Lazio 3-0
1954 Novara, stadio Comunale - Novara-Lazio 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catania 1-0
1973 Cesena, stadio La Fiorita, Cesena-Lazio 2-1
1982 Reggio Emilia, stadio Mirabello – Reggiana-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 3-1
1995 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 2-0
2000 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 4-1
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-SK Sturm Graz 0-1
2010 Torino, stadio Olimpico - Juventus-Lazio 2-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 1/12/2017
 

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