02 Dicembre 2017

Quel pellegrinaggio al busto di Maestrelli...
di Stefano Greco

Dicembre è di solito un mese freddo e buio a Roma, ma da 40 anni a questa parte il 2 del mese a viale di Tor di Quinto c’è un pellegrinaggio silenzioso. Mentre il traffico impazza in quel lunghissimo viale che porta fuori Roma, parenti, ex allievi con i capelli ingrigiti dal tempo, amici di una vita e semplici tifosi con un fiore in mano sfilano con la testa bassa, pensierosi, fino all’ingresso di quella che oramai è una caserma dei Carabinieri ma che per decenni è stata la casa della Lazio. Di tante Lazio che si sono susseguite nel tempo con alterne fortune, ma quando si parla del vecchio campo di Tor di Quinto la mente vola subito alle battaglie tra Chinaglia e Pulici da una parte e Re Cecconi e Martini dall’altra, tra quei due clan perennemente in guerra tenuti magicamente insieme da quell’uomo straordinario che risponde al nome di Tommaso Maestrelli che,per noi laziali, è e resterà per sempre solo e semplicemente “il Maestro”…

Tutte quelle persone che sfilano in un pellegrinaggio silenzioso, ogni 2 dicembre, giorno dell’anniversario della morte del “Maestro”, si fermano alla guardiola e chiedono al piantone di turno di poter entrare per andare a deporre un fiore o anche solo per fermarsi a meditare un paio di minuti davanti al busto di Tommaso Maestrelli.

Il volto del “Maestro” è sempre rivolto verso il campo. Fu messo lì ad aprile del 1977 per ricordare quello che è stato il più grande allenatore di tutti i tempi della Lazio. E se qualcuno avesse qualche dubbio sul fatto che sia stato il più grande, non esiste alcun dubbio sul fatto che sia stato sicuramente il più amato dalla gente nei 117 anni di storia di questa società. Perché Maestrelli è Maestrelli, è uno dei pochi che era già leggenda quando ancora era in vita. Quel volto del “Maestro” rivolto verso il campo doveva essere al tempo stesso un monito per tutti ma anche un messaggio rassicurante per i suoi allievi che quel 2 dicembre del 1976 avevano perso chi un secondo padre, chi una guida che con il suo sorriso e una pacca sulla spalla riusciva a trovare sempre le parole giuste per risolvere qualsiasi problema.

Da 40 anni a questa parte, per me questo del 2 dicembre è un appuntamento fisso, uno di quelli che non devi neanche segnare sull’agenda perché questa è una data impossibile dimenticare. Tra i tanti pellegrinaggi fatti in questi 4 decenni, quello più doloroso è stato quello del 2 dicembre del 2011, perché ha coinciso con l’ultimo saluto a Maurizio, l’ennesimo figlio di quella grande famiglia strappato alla vita e all’affetto di tutti in modo prematuro e quasi brutale. Io che per il troppo strazio in 19 anni non sono riuscito ad entrare neanche una volta al Cimitero del Verano per andare a portare un fiore alla tomba di mia madre, non so descrivere bene quello che si prova in quel piccolo angolo verde, separato dal caos del traffico romano solo da un’inferriata e alcune siepi. L’unica parola che mi viene in mente è “pace”. Fissi quel volto modellato nel bronzo e l’animo diventa subito leggero, perché in un amen torni con la mente agli anni della gioventù, rivedi come d’incanto le immagini di quella folla oceanica che il 4 dicembre del 1976 invase in modo composto e silenzioso Ponte Milvio, paralizzando l’intera zona, per andare a rendere l’ultimo omaggio al “Maestro”. Se chiudi gli occhi ti sembra di risentire le voci dei giocatori di allora, gli incitamenti o gli insulti che piovevano sul campo da quelle tribune in tubi Innocenti e tavole di legno, ti sembra di risentire il rumore del pallone scagliato verso la porta e in rumore che faceva quando invece di gonfiare la rete sbatteva su quella recinzione metallica. Poi, riapri gli occhi con la speranza di rivedere quelle immagini e di rivivere quelle sensazioni, ma ti accorgi che è tutto diverso. Le tribune sono sparite, anche il viale d’accesso agli spogliatoi è diverso. Ma anche se nulla è più come prima, anche se sai di stare dentro una caserma dei Carabinieri e non in quel campo di allenamento dove hai passato intere mattinate e pomeriggi guardando i tuoi idoli e sognando ad occhi aperti, ti senti comunque a casa.

Ci sono andato anche oggi, presto, nonostante il freddo e l’aria decisamente frizzante. Avevo pensato di realizzare qualcosa di speciale quest’anno per ricordare il “Maestro” e anche Maurizio, un piccolo evento di beneficienza, ma per tanti motivi non è stato possibile. Come sempre, mi sono fermato davanti a quel busto e la mente ha iniziato a volare, leggera, sulle ali dei ricordi. Allora ho chiuso gli occhi e mi sono sforzato di ricordare, di rivedere come in un film a colori (anche se allora per noi le immagini era ancora solo in bianco e nero) Massimo e Maurizio che scorrazzavano in campo, insieme a Guido Bezzi e al figlio di Pelé, il custode del centro sportivo. Ho risentito la voce di Vincenzino che nascosto dietro ad una siepe, fingendosi un tifoso, urlava a Bob Lovati: "A mister, fai giocà D'Amico domenica... Lo dico pel bene tuo, fa giocà Vincenzino se vuoi salvà la panchina". Ho provato a risentire il vocione di Giorgione che insultava il compagno di squadra che non gli aveva passato la palla per fargli fare “go”, come diceva lui, troncando quella L finale. Ho sorriso ripensando a quei cori che piovevano dagli spalti sul povero Renzo Garlaschelli, da sempre il più bersagliato da quei tifosi che incuranti del tempo e dell’orario di allenamento passavano le loro giornate lì a Tor di Quinto. Un giorno, il “Garla”, dopo l’ennesima contestazione e l’ennesima pioggia di insulti, disse ai compagni con quel suo inconfondibile accento lombardo romanizzato: “Aho, ‘tacci loro. So dieci anni che sto qui e questi non hanno mai saltato neanche un allenamento. So indistruttibili, mai na febbre o un’influenza. So bionici”… E tutti i compagni a ridere come matti.

Si potrebbe scrivere un libro sulle storie di quel campo, su quello che ha fatto su quel terreno a gobba d’asino Tommaso Maestrelli come allenatore e su quello che ha visto da quella posizione privilegiata dal 1977 a quando la Lazio non ha abbandonato Tor di Quinto per trasferirsi a Formello. Storie di ragazzi che sono diventati campioni, storie di ragazzi che avevano il dna dei campioni ma che per mille motivi diversi invece si sono persi, forse perché non hanno avuto la fortuna di avere un Tommaso Maestrelli come guida o come “Maestro”: di calcio e, soprattutto, di vita.

Quasi non l’ho sentito il freddo oggi in questo quarantesimo pellegrinaggio, ma oggi più che mai ho capito che Felice Pulici ha ragione e io ho torto. Per anni ho discusso con lui, per anni ho sempre pensato e sostenuto in ogni discussione che quel busto dovrebbe trovare un posto nel centro sportivo di Formello, magari nel campo principale, in modo da consentire al “Maestro” di poter continuare a guardare quelli che sono comunque i suoi ragazzi, solo per il fatto che indossano una divisa della Lazio. Felice Pulici, invece, si è sempre opposto a questa mia idea e oggi ho capito, definitivamente, che ha ragione lui. Il busto sta dove deve stare, perché quella è sempre stata e sarà sempre la sua casa, anche se su quel campo oramai sgambettano ragazzini e calciatori improvvisati, non più giocatori professionisti con la divisa della Lazio e l’unico sapore di Lazio in quel luogo è rappresentato proprio da quel busto di Tommaso Maestrelli e dai ricordi che aleggiano e aleggeranno per sempre in quel posto che ha un non so che di magico.

E come sempre, anche oggi ho alzato gli occhi verso al cielo e ho sorriso. Sì, ho sorriso perché ho avuto la fortuna di vivere quei tempi, perché ho avuto la fortuna di conoscere tanti dei calciatori di quell’epoca e un personaggio incredibile come Tommaso Maestrelli. Ma anche perché ho avuto come amici i “gemelli”. E ho mandato un bacio verso il cielo: a Mau, a Tommaso, a Giorgio, a Cecco, a Frusta, a Bob e a tutti quelli che non ci sono più ma che continuano ad essere presenti in quel luogo magico perché vivono per sempre nella memoria di chi va a portare un fiore o solo a fare un saluto al “Maestro”, sfiorando con le dita quel volto inciso nel bronzo con quello sguardo di Tommaso impossibile da dimenticare.




Accadde oggi 12.12

1887 Nasce a Roma Alfredo Torchio
1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Fortitudo
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Torino 6-0
1948 Milano, Stadio di San Siro - Milan-Lazio 3-0
1954 Novara, stadio Comunale - Novara-Lazio 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catania 1-0
1973 Cesena, stadio La Fiorita, Cesena-Lazio 2-1
1982 Reggio Emilia, stadio Mirabello – Reggiana-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 3-1
1995 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 2-0
2000 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 4-1
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-SK Sturm Graz 0-1
2010 Torino, stadio Olimpico - Juventus-Lazio 2-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 1/12/2017
 

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Variazione del -2,71%