01 Dicembre 2017

Auguri Luciano, auguri "angelo biondo"...
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

“Quel Re davanti al mio cognome, è proprio un regalo del Re. Vittorio Emanuele II° passò per Busto Arsizio e per Nerviano e gradì la buona cucina, l’accoglienza ricevuta. Allora volle beneficiare la gente delle nostre campagna lombarde con un dono simbolico ma indelebile. Così, i Cecconi diventarono pomposamente Re Cecconi, i David Re David, in base al riconoscimento stampato. Il regalo di Vittorio Emanuele II°, trasmesso di generazione in generazione, l’ho accolto con orgoglio. E’ una ricchezza che il mondo non potrà mai portarmi via. Ho il cognome ornato. E suona bene”.

Quel Re davanti al cognome non glielo porta via nessuno, quel sorriso che riempiva il cuore, glielo hanno portato via il 18 gennaio. Oggi Luciano Re Cecconi avrebbe svoltato l’ultima curva prima del traguardo dei 70 anni, ma la sua corsa si è interrotta da tempo, addirittura da 40 anni, in quella fredda serata di gennaio del 1977, poco più di un mese dopo la morte del suo “Maestro”, in una notte che è ancora un mistero.

L’Italia è da sempre il paese dei misteri, degli omicidi irrisolti, delle stragi senza nome e degli assassini senza volto. Lo è a tutti i livelli, con famiglie costrette a inseguire per anni o per decenni una verità che, spesso e volentieri, rimane per mille motivi occultata, nascosta in qualche cassetto. Non fa eccezione, la morte di Luciano Re Cecconi, di quell’angelo biondo che il 18 gennaio del 1977, al Fleming, in una serata di pioggia che doveva essere di festa (aveva appena ricevuto l’ok per il ritorno in campo dopo un lungo infortunio) ma che invece si è trasformata in tragedia, si è visto stroncare le ali ed è precipitato.

Per anni, siamo andati avanti con la storiella dello “scherzo finito in tragedia”, con quel racconto di Luciano Re Cecconi che in compagnia di Ghedin e di un amico di Tabocchini entra nella gioielleria del Fleming e nascosto dietro a dei clienti dice: “Fermi tutti, questa è una rapina”. Sentita quella frase, Tabocchini estrae l’arma e, senza guardare, spara centrando in pieno petto Luciano Re Cecconi che muore poco dopo in ospedale, perché quel proiettile gli ha leso in modo letale l’aorta. Per anni, Ghedin è rimasto in silenzio, per anni altri compagni di squadra di Re Cecconi hanno storto la bocca davanti alla storiella dello scherzo finito in tragedia, credibile in una città come Roma che in quell’epoca era una sorta di Far West, quasi il set di un film (quelli che gli americani chiamavano spaghetti-western perché prodotti in Italia) di Sergio Leone.

Quelli della seconda metà degli anni Settanta, infatti, sono anni terribili. Sono anni in cui a Roma si spara sul serio e anche per strada. Sono gli anni della Roma violenta raccontata in tanti film, gli anni delle rapine nelle ville, delle irruzioni da parte di bande armate nei ristoranti con tutti i clienti presi in ostaggio e spogliati di ogni bene. A volte spogliati del tutto, come capitato a molte signore della Roma bene che per salvare un anello, un bracciale o un orologio di valore si infilavano i gioielli nella biancheria intima. Sono anche gli anni delle rapine in banca e nelle gioiellerie, anni in cui è pericoloso girare armati ma anche solo scherzare. E quando ripenso a quegli anni, la mente vola subito a quella maledetta sera del 18 gennaio del 1977: il giorno in cui Luciano Re Cecconi, uscito euforico dall’allenamento a Tor di Quinto perché ha recuperato a tempo da record dall’operazione al ginocchio, decide di andare al Fleming insieme a Pietro Ghedin e a un amico comune. Qui nasce la leggenda dello scherzo, ma in realtà si tratta di altro, di una delle tante storie maledette di questa società. È quella che in molti in seguito hanno chiamato “la maledizione dello scudetto”, perché come ho ricordato qualche giorno fa in un articolo nel giro di pochi anni muoiono quasi tutti gli uomini della panchina (Maestrelli, Ziaco e Gigi Bezzi), scompare in modo tragico Luciano Re Cecconi, poi tocca a Polentes e a Mario Frustalupi che muore in un incidente d’auto. Infine tocca a Giorgio Chinaglia. Ma la morte di Cecco è diversa, perché è una morta violenta e contornata da un alone di mistero, da verità nascoste dagli stessi protagonisti. Ma nessuno scava in quel momento, perché la scomparsa di Luciano Re Cecconi è un colpo per tutti: perché l’angelo biondo ha solo 28 anni appena compiuti, perché in casa laziale nessuno ha ancora elaborato il lutto per la morte di Tommaso Maestrelli, che si è spento un mese e mezzo prima di Cecconetzer.

Ho ancora tanti amici tra i protagonisti di quello scudetto e nessuno o quasi ha mai voluto parlare della morte di Cecco. Quando si tocca l’argomento, cambiano espressione e sviano il discorso. L’unico che si è aperto un po’, ma solo fino ad un certo punto, è stato Vincenzo D’Amico, quando abbiamo ricostruito la sua storia per raccontarla in “Maledetto nove”. E questo è quello che mi ha raccontato…

 “Io e Cecco non eravamo mai stati molto amici, ma quell’anno ci facemmo male lo stesso giorno: il 24 ottobre del 1976, in una delle prime partite di campionato contro il Bologna. Lui si ruppe il menisco dopo pochi minuti, io mi infortunai proprio al novantesimo segnando il gol del 3-0. Per dodici giorni siamo stati nella stessa stanza alla clinica Paideia, lui reduce dall’operazione al ginocchio e io per uno strappo molto profondo al retto femorale, una cosa dolorosa e problematica. E in quel periodo ci siamo molto avvicinati, anche le nostre mogli hanno iniziato a frequentarsi, quindi io ancora di più – e non solo come compagno di squadra ma come amico – quella vicenda l’ho vissuta male, molto male… Mio figlio grande si chiama Matteo, ma di secondo nome fa Luciano e non c’è bisogno di spiegare il perché di quella scelta presa di comune accordo con mia moglie. Qualcuno ha parlato di sparatorie , ma quella in cui è morto Luciano non è stata una sparatoria, una delle tante che entravano nelle cronache di quei giorni e tantomeno un gioco come quello che facevamo tra noi in ritiro. Quello è stato un omicidio. E la chiudo qui, perché ci sarebbe tanto altro da dire su quella vicenda mai del tutto chiarita. Quindi preferisco fermarmi qui”.

Vincenzo D’Amico si ferma ad un passo dalla verità, da quel qualcosa che in molti sanno ma che non vogliono svelare. Ma che è abbastanza chiaro leggendo i verbali della prima deposizione di Bruno Tabocchini, l’omicida. “Re Cecconi non ha fatto nulla che mi potesse far pensare ad una rapina”, dichiara il gioielliere nella prima ricostruzione fatta a caldo. Poi, però, qualcuno comincia a far girare la storia della goliardata, dello scherzo finito male. E Tabocchini cambia versione, con la moglie del gioielliere e l’amico testimone che confermano questa nuova versione, quella che ci è stata propinata per quasi 40 anni. Andando a scavare, si scopre che non è così. Ma anche che Bruno Tabocchini nei mesi precedenti aveva già sparato per ben due volte: ad un rapinatore entrato in un negozio e contro uno scippatore che aveva aggredito la moglie. Insomma, Tabocchini aveva il grilletto facile. E lo dimostra anche il fatto che la pistola non la teneva in un cassetto o sotto il bancone, ma addirittura nella fondina dei pantaloni. Proprio come i pistoleri dei western-spaghetti.

L’unico che sa alla perfezione come sono andate le cose, è Pietro Ghedin, che da anni vive e lavora a Malta, dove allena la nazionale di calcio maltese. In tanti in questi decenni hanno provato ad avvicinarlo e a chiedergli la sua versione su quell’episodio, ma come sente il nome Re Cecconi, Pietro Ghedin abbassa lo sguardo e si chiude in un mutismo quasi assoluto. Una mezza verità, l’ha raccontata di recente in un’intervista solo a “La Gazzetta di Malta”.

“Non c’è stato nessuno scherzo? L’ho già detto al processo, perché ripeterlo? Da quasi 40 anni c’è la rincorsa a farmi l’intervista, cercando di provocarmi. È stata una tragica fatalità, un uomo è morto, poteva capitare a me”.

 Niente scherzo. Lo dice a mezza bocca Ghedin, lo fa capire tra le righe Vincenzo D’Amico e ora lo dice apertamente anche Gigi Martini, l’amico inseparabile di Luciano Re Cecconi che quella tragica notte del 18 gennaio del 1977 ospitò a casa sua Pietro Ghedin.

“Basta con la storia della finta rapina, non c’è stato nessuno scherzo. Ghedin mi ha spiegato l’accaduto: è entrato per ultimo, occhi bassi per non inciampare sul gradino. Quando li ha rialzati ha visto la pistola e si è tolto le mani dalla tasca in segno di resa. Ghedin non ha sentito nessuna frase pronunciata da Re Cecconi, me lo ha giurato. Meglio far passare due calciatori per stupidi che parlare di tragica fatalità. E mi disgusta questa cosa, calpestare la memoria di un uomo che mai avrebbe commesso uno scherzo simile, così stupido”.

Insomma, per più di 40 anni siamo andati avanti con la storia dello scherzo, dell’ennesima goliardata fatta da qualcuno di quel gruppo di pazzi scatenati, finita però in tragedia. E visti i precedenti di quel gruppo dello scudetto, di gente che faceva scherzi in continuazione e che in albergo sparava alle lampadine in camera pur di non alzarsi per spegnere la luce e arrivava anche a sparare ai compagni spediti a sistemare i bersagli del tiro a segno (Badiani ne sa qualcosa) fatto nei campi dietro l’albergo che li ospitava il sabato in ritiro, la storiella ha retto. Fin dall’inizio. Ma a quanto pare la verità è un’altra: Luciano Re Cecconi è stato ucciso sì per errore, ma non a causa di uno scherzo, ma perché Bruno Tabocchini aveva la pistola facile. Quello che ci si chiede è perché si sia aspettato tanto per raccontare la verità. Perché per più di quattro decenni si è preferito far passare Luciano Re Cecconi per uno sciocco che aveva fatto lo scherzo sbagliato alla persona sbagliata invece di raccontare una verità figlia di quegli anni di piombo e di follia collettiva, di un periodo in cui a Roma si sparava ovunque e troppo. Anni in cui si moriva per sbaglio o perché ci si trovava nel punto sbagliato e nel momento sbagliato. È successo a tanti ragazzi, è successo anche a Luciano Re Cecconi, quell’angelo biondo che aveva conquistato il cuore di tutti quelli che lo avevano visto volare leggere su un campo di calcio, con quella chioma così chiara da sembrare quasi bianca che non poteva non restare impressa nella mente. E nel cuore. Auguri Luciano, auguri angelo biondo…




Accadde oggi 12.12

1887 Nasce a Roma Alfredo Torchio
1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Fortitudo
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Torino 6-0
1948 Milano, Stadio di San Siro - Milan-Lazio 3-0
1954 Novara, stadio Comunale - Novara-Lazio 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catania 1-0
1973 Cesena, stadio La Fiorita, Cesena-Lazio 2-1
1982 Reggio Emilia, stadio Mirabello – Reggiana-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 3-1
1995 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 2-0
2000 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 4-1
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-SK Sturm Graz 0-1
2010 Torino, stadio Olimpico - Juventus-Lazio 2-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 1/12/2017
 

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