30 Novembre 2017

Quel derby del "Raggio di Luna" rubato...
di Stefano Greco

Provate ad immaginare Giorgio Chinaglia o Beppe Signori che, dopo aver esultato per un gol nel derby sotto la Curva Nord, ad un certo punto della loro carriera passano alla Roma e corrono sotto la Curva Sud per festeggiare una rete realizzata contro la loro ex squadra. Fantascienza!

Provate ora a immaginare a parti inverse Völler o Batistuta che, dopo essere diventati uomini derby della Roma, si tolgono la maglia giallorossa, indossano quella biancoceleste e segnano in una stracittadina alla loro ex squadra. Utopia, anche in quello che oggi è comunemente chiamato calcio moderno: quello senza bandiere, quello in cui si cambia maglia con la stessa disinvoltura con cui una prostituta passa di cliente in cliente. E l’accostamento tra le prostitute e certi calciatori di oggi, da parte di uno come me che è innamorato di un calcio in via d’estinzione (o già estinto…), non è affatto casuale.

Insomma, non può succedere che una bandiera della Lazio passi alla Roma o viceversa, soprattutto se si tratta di un attaccante o di un centravanti, perché a Roma chi segna un gol in un derby entra direttamente nella storia, anche se non ha lasciato, o quasi, traccia del suo passaggio nella Lazio o nella Roma. Mi vengono in mente i nomi di Zucchini, Bertoni e Nicoli da una parte, oppure di Antonelli, Di Carlo e Giovannelli dall’altra, gente che se non avesse segnato un gol nel derby non verrebbe ricordata da nessuno o quasi, forse neanche dai tifosi più accaniti. Perché in questa città il derby è da sempre qualcosa di sacro e di inviolabile, che divide e che non può unire. Perciò non può essere condiviso. Quindi, non può esistere un goleador per due bandiere, ricordato come eroe di una stracittadina su entrambe le sponde del Tevere. Non può succedere… Invece, è successo.

Infatti, c’è un solo giocatore nella storia del derby che è stato considerato una bandiera e che ha segnato prima con la maglia della Lazio e poi ripetutamente con quella della Roma in una stracittadina. Il suo nome è Arne Bengt Selmosson, soprannominato “Raggio di Luna”, per via della sua biondissima capigliatura e della carnagione chiara. Tratti tipici degli svedesi.

Quella che vi sto per raccontare, quindi, non è una storia fantastica uscita dalla fervida immaginazione di uno scrittore, ma è il racconto vero e particolareggiato di un tradimento consumato alle spalle dei tifosi della Lazio. Non tanto da parte del giocatore, che all’epoca dei fatti non stava neanche a Roma ma in Svezia, a riposare dopo le fatiche di un mondiale perso con la sua nazionale nella finalissima contro il Brasile dell’astro nascente Edson Arantes do Nascimento, universalmente conosciuto solo ed esclusivamente con il nome di Pelé. No, affatto, perché Selmosson era un personaggio mite, uno di quelli incapaci di fare del male e quindi anche di tradire. Quello andato in scena in quella caldissima estate del 1958 a Roma, è un tradimento consumato da alcuni dirigenti laziali in accordo con quelli romanisti dell’epoca, tra cui spicca il nome di un certo Vincenzo Malagò, padre di Giovanni, attuale presidente del Coni.

Il 10 luglio del 1958, in un noto ristorante di via Borgognona, nel centro di Roma, si incontrano in gran segreto le due delegazioni per discutere i dettagli del trasferimento di Selmosson. Mortari, Ercoli e Guida per la Lazio e Startari, Ciampini e Malagò per la Roma, si accordano sulla cifra e modalità di pagamento: “Raggio di Luna” passa ai cugini per 135 milioni di lire, con un ingaggio da 1 milione di lire al mese garantito all’attaccante svedese. La Roma si impegna a versare 30 milioni in contanti, 15 milioni entro il 10 agosto e altri 90 milioni con cambiali da 5 milioni di lire l’una per 18 mesi, a partire dal 31 agosto. Sotto il contratto c’è la firma di Vincenzo Malagò per la Roma e quella di Mortari per conto di Siliato per la Lazio. Quell’incontro, che nelle intenzioni dei protagonisti doveva restare segreto per evitare problemi di ordine pubblico, visto che due giorni dopo è in programma il derby di ritorno di Coppa Italia, finisce invece con dovizia di particolari su tutti i giornali. E a Roma scoppia la rivoluzione. Per due giorni consecutivi la celere è costretta a intervenire sotto la sede della Lazio di Via Frattina per disperdere i tifosi e per salvare dall’assedio i dirigenti laziali.

Il 12 luglio, all’Olimpico va in scena il derby di Coppa Italia e sugli spalti succede di tutto. Rendina, uno dei soci più influenti, con un gesto di disprezzo comincia a tirare monetine verso la tribuna dove sono seduti i dirigenti della Lazio. Per tutta risposta il vicepresidente della Lazio chiama gli agenti e fa allontanare di forza il socio. L’episodio non passa però inosservato e migliaia di tifosi cominciano a intonare cori contro Siliato. Nessuno, all’Olimpico, fa caso a quello che succede in campo e neppure all’1-1 finale fissato dai gol brasiliani di Tozzi e Da Costa. Per tutta la notte i tifosi laziali urlano la loro rabbia nelle vie della città per quello che considerano il furto di quel Raggio di Luna che aveva illuminato per tre anni la Lazio.

Migliaia di tifosi scendono in piazza minacciando di boicottare la campagna abbonamenti e con loro ci sono tantissimi bambini che stringono in mano quel poster con l’immagine di Selmosson, uno dei primi della storia a colori, che un settimanale sportivo aveva messo in vendita proprio una settimana prima dell’annuncio della cessione di Raggio di Luna alla Roma e che era andato letteralmente a ruba: esaurito in meno di ventiquattr’ore.

Sono proprio i bambini il simbolo di quelle giornate, perché Selmosson è tra i calciatori più attivi nel presenziare ai corsi giovanili di addestramento al calcio promossi dalla Federazione all’Acqua Acetosa. E tra le poche foto in circolazione del biondo attaccante svedese, una delle più belle è senza dubbio quella in cui si vede Raggio di Luna circondato da una decina di bambini.

Con il passare delle settimane e dei mesi, la contestazione diminuisce di intensità, anche se il fuoco non si spegne mai del tutto. E il 30 novembre arriva il giorno tanto temuto, quello del derby, il primo con Selmosson che indossa la maglia della Roma.

L’attesa per la stracittadina è enorme, anche se Roma e Lazio viaggiano lontane dalle prime piazze. Ma quel giorno, all’Olimpico si presentano in 75.000, portando nelle casse della Lazio qualcosa come 40 milioni di lire, poco meno di un terzo della cifra incassata dalla società biancoceleste per cedere la sua bandiera ai rivali. Come detto, in trent’anni di derby nessuno ha mai segnato un gol nella stracittadina sia con la maglia della Lazio che con quella della Roma. Ma l’illusione che quel record possa reggere dura poco, pochissimo. Dopo appena nove minuti, Ghiggia ruba palla, serve Selmosson che scatta e solo davanti a Lovati lascia partire un diagonale di sinistro. Il pallone sbatte sulla faccia interna del palo e finisce in rete. Lovati è a terra, Lo Buono, Janich e Pozzan si guardano in giro sconsolati e con le mani nei capelli, mentre l’Olimpico giallorosso esplode.

Tutti guardano Selmosson, per studiare la sua reazione dopo mesi di polemiche. “Raggio di Luna” è imperturbabile e, dopo aver visto il pallone rotolare in rete, si gira e va a capo chino verso il centro del campo, senza accennare il minimo gesto di esultanza, con i compagni che si tengono a distanza. Non si è mai vista una cosa del genere su un campo di calcio in Italia, specie in un derby. Ma con quel gesto, Selmosson conquista tutti, ricevendo l’applauso sia dei tifosi della Roma che di quelli della Lazio.

Finisce 3-1 per la Roma quel derby e Selmosson segnerà anche nella partita di ritorno, firmando il secondo gol del 3-0 della Roma. E per girare ulteriormente il coltello nella piaga, Raggio di Luna segna anche nel derby d’andata della stagione successiva, ma non in quelli della stagione 1960-1961, che si chiude con la Lazio ultima in classifica e condannata alla prima retrocessione della sua storia: dieci anni esatti dopo la retrocessione in Serie B della Roma.

Selmosson, in quella Roma che in campionato va avanti tra alti e bassi, segna 30 gol in 87 partite, viaggiando alla stessa media della sua avventura laziale. Nel 1961 vince la Coppa delle Fiere nella finalissima dell’11 ottobre all’Olimpico contro il Birmingham City. Mentre i compagni fanno il giro di campo con il trofeo in mano, “Raggio di Luna” se ne sta quasi in disparte, perché ha già preso la sua decisione: lasciare la Capitale per tornare a Udine. Se ne va, regalando a tutti prima di salire sull’aereo una frase in perfetto romanesco che non lascia dubbi su quello che ha passato recitando il ruolo dell’involontario protagonista del più grande tradimento mai consumato nel calcio capitolino: “Me ne vado prima che la caciara tra romanisti e laziali mi rintroni del tutto…”.




Accadde oggi 12.12

1887 Nasce a Roma Alfredo Torchio
1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Fortitudo
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Torino 6-0
1948 Milano, Stadio di San Siro - Milan-Lazio 3-0
1954 Novara, stadio Comunale - Novara-Lazio 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catania 1-0
1973 Cesena, stadio La Fiorita, Cesena-Lazio 2-1
1982 Reggio Emilia, stadio Mirabello – Reggiana-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 3-1
1995 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 2-0
2000 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 4-1
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-SK Sturm Graz 0-1
2010 Torino, stadio Olimpico - Juventus-Lazio 2-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 1/12/2017
 

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