29 Novembre 2017

La bellezza della solitudine...
di Stefano Greco

In tanti mi hanno scritto ieri per chiedermi un pensiero sul premio Lazialità dato a Tare e sulla presenza di Lotito sul palco. Lo ha fatto anche un ragazzo di 30 anni, Marco, un ragazzo che ha subito un trapianto di rene e che avrebbe ben altri problemi di cui preoccuparsi ma che si macera perché non riesce a capire quello che sta succedendo. E leggendo questa mattina il suo messaggio, dopo mesi di silenzio ho deciso di aprirmi, di scrivere quello che sento e che penso. Ho deciso di non scrivere a caldo quest’estate, ho preferito far passare non qualche notte ma mesi per riordinare le idee, per pesare bene le parole, per evitare di scivolare sulla buccia di banana della rabbia emotiva o della polemica. Perché, in questo momento, il mondo Lazio di tutto ha bisogno meno che di polemiche. Perché fare polemica, puntare l’indice o alzare un polverone non servirebbe a nulla, per il semplice motivo che non cambierebbe lo stato delle cose. E io non amo le cose “inutili”. Così come non mi sento in diritto di giudicare le scelte altrui.

Come sarebbe finita dentro di me lo sapevo da sempre, speravo in un piccolo miracolo biancoceleste, ma lo sapevo e forse lo sapevamo tutti che sarebbe finita così. E da un certo punto di vista, è anche giusto che sia andata in questo modo, perché è la vita che va così. Oramai nessuno ha più voglia di andare fino in fondo nelle cose, in pochi hanno voglia di lottare, di soffrire o di fare sacrifici immani pur di difendere le proprie idee o un ideale, quindi se il mondo che ci circonda è così, perché dovrebbe essere diverso il mondo Lazio o il mondo del calcio? Quel mondo in cui per convenienza i nemici diventano amici e viceversa alla velocità della luce. Basta pensare al sodalizio Tavecchio-Lotito, oppure ad Agnelli e Lotito che dopo anni di insulti e liti ora marciano a braccetto per evitare che alla Lega di Serie A arrivi un commissario esterno, qualcuno che turbi gli equilibri o che spezzi la catena di comando.

Questa è la Lazio di oggi, un ambiente che ha cancellato con un colpo di spugna anni di insulti e di minacce, che ha azzerato quel monte di promesse mai mantenute, di proclami e di frottole smentite sempre dalla realtà dei fatti. Per il bene della Lazio, si continua a ripetere. Giusto? Sbagliato? Non sta a me giudicare, perché al contrario di tanti altri non mi atteggio a giudice e non salgo sul palco puntando l’indice, perché ognuno nella vita è arbitro del proprio destino e deve decidere sempre con la propria testa che cosa fare, quale strada imboccare quando si trova davanti ad un bivio. Perché se si sbaglia, è meglio farlo dando retta a se stessi e a quella vocina interna piuttosto che alla voce di qualcun altro.

“Sei rimasto solo”, mi dicono per convincermi a cambiare rotta, a convertirmi o secondo qualcuno a ravvedermi o a pentirmi dei peccati commessi in questi anni. Come se restare solo significasse automaticamente passare dalla parte del torto, essere diversi e stare dalla parte sbagliata solo perché gli altri sono passati dall’altra parte. Scegliendo di diventare laziale, perché come tanti qui a Roma venivo da una famiglia “mista” (nonni materni romanisti, nonni paterni laziali) e quindi potevo scegliere da che parte stare, non ho scelto di essere maggioranza o di seguire il branco. Ho dato retta alla vocina interna e al cuore, quindi davanti al bivio ho imboccato la strada più difficile, perché a 5 anni sarebbe stato molto più comodo e più facile imboccare l’altra, quella più affollata. Perché alle elementari essere tre laziali in una classe di 36 ragazzini non è facile, specie se in quegli anni la Lazio fa l’altalena tra la A e la B. Ma se sei fatto in un certo modo, te ne freghi, difendi la tua scelta e cammini a testa alta, magari con un sorriso di sfida stampato sul volto. Ecco, da un certo punto di vista in questi 50 anni non sono affatto cambiato. Non amo la folla e preferisco da sempre la solitudine o la compagnia di poche persone che posso guardare, sempre, dritto negli occhi.

Sono rimasto solo tante volte in questi anni di alti e bassi, di flussi e riflussi condizionati soprattutto dai risultati. Ma la cosa non mi ha mai creato problemi, perché la mia era una contestazione al personaggio, non ai risultati che otteneva. Per me qualcuno non diventa bello e presentabile se vince o brutto, sporco e cattivo se perde, altrimenti adottando lo stesso metro di giudizio mi sarei dovuto allontanare dalla Lazio in quegli anni Ottanta, bui e interminabili come solo una notte d’inverno al Polo Nord può esserlo. Invece, è stato proprio in quegli anni difficili che il legame con la Lazio si è rafforzato, è stato proprio passando attraverso tutte quelle difficoltà che quel filo invisibile è diventato un vero e proprio cordone ombelicale da cui traevo energia e forza per andare avanti. Ma guardandomi in giro, mi rendo conto di essere meno solo di quanto si possa pensare, perché siamo in tanti a rimpiangere quegli anni e ad essere disposti a barattarli con il presente: nonostante i risultati. Perché la formula “nella buona e nella cattiva sorte”, non vale solo per l’unione tra un uomo e una donna, ma anche e soprattutto per quel matrimonio che un tifoso celebra sposando una squadra, dei colori, un ideale. Quindi, se c’è l’amore e la passione, cosa conta se vinci contro la Juventus oppure contro il Vicenza o il Campobasso?

Ma pensarla in questo modo significa essere fuori moda qui a Roma, oppure essere pericolosi o additati come “gufi” o nemici: insomma, in parole povere, essere il “male della Lazio” solo perché non si cambia idea alla velocità della luce, solo perché non si segue il flusso. Pazienza, vuol dire che resterò da solo sulla riva del fiume, perché non mi convincerete mai ad abbracciare Lotito come un amico o a credere a un cambiamento tale da far pensare addirittura ad una “redenzione”, ad una folgorazione sulla via di Formello invece che di Damasco.

Al contrario di chi non accetta il cambio di rotta di tanti amici o parla addirittura di tradimento di idee o di ideali, io non giudico nessuno, perché non sto nella testa degli altri e non so per quale ragione hanno deciso di fare retromarcia o di invertire all’improvviso di 180° gradi la rotta. Se lo hanno fatto, avranno avuto le loro buone ragioni. Posso non condividere, posso pensarla in modo diverso o addirittura in modo opposto, ma rispetto la scelta. Lo devo fare, perché per pretendere rispetto per le proprie di scelte, bisogna anche rispettare quelle degli altri. Per questo non considero un nemico chi va allo stadio, così come non voglio essere considerato un nemico se, per scelta, decido di restare a casa. E non faccio nessuna battaglia per convincere la gente ad andare o a disertare, perché i tifosi spesso e volentieri non sono esseri razionali, ma nello schierarsi “pro” o “contro” qualcosa o qualcuno, lo fanno più seguendo l’istinto e il cuore che non la ragione. E per questo non hanno bisogno di qualcuno che gli indichi la strada. Scelgono e basta.

Qualcuno ha scelto di tornare allo stadio, di dimenticare tutto o di far finta che quel personaggio non esista. E se ce la fanno, allora fanno bene. C’è chi l’ha fatto perché glielo chiedeva il figlio o la figlia, chi per non rischiare che un figlio o una figlia potessero essere “contagiati” da parenti o amici di fede opposta, chi perché semplicemente non ce la faceva più a stare lontano da quel luogo che per tantissimi di noi più che una seconda è stato quasi una prima casa per una vita. E sarebbe assurdo condannarli per questo. Così come è assurdo condannare chi, al contrario e con grande sofferenza (oppure per comodità, perché sarebbe assurdo negare che c’è anche chi preferisce la comodità di una poltrona alla scomodità di un seggiolino) ha scelto di restare a casa. E non sono pochi, visto che nonostante i grandi risultati, un allenatore laziale nel midollo, una squadra che si fa amare per come gioca e lotta e gli appelli quasi martellanti, lo stadio è mezzo vuoto o quasi. Perché forse 20/25.000 spettatori per il calcio di oggi possono essere considerati normalità, ma visto che si partiva dagli oltre 50.000 (con quasi 42.000 abbonati) prima dell’avvento di questo personaggio, mi sembra evidente che non si possa parlare di una “maggioranza” schierata con la società o di una "sparuta minoranza" che non si è convertita. A meno da non pensare che i restanti 25/30.000 che mancano all’appello non siano morti, oppure che abbiano perso all’improvviso la fede. E non è così.

Per anni Claudio Lotito ha fatto di tutto per frantumare l’ambiente della Lazio, per dividere in mille fazioni e sottofazioni un popolo che ha sempre avuto come marchio di fabbrica l’unità, soprattutto nei momenti difficili, quelli in cui tutto sembra perso e sarebbe più che giustificato abbandonare la nave che affonda. Invece no, noi in quei momenti ci siamo sempre compattati, mettendo da parte invidie, odi e rancori, rispondendo sempre presente alla “chiamata”. Lo ha fatto perché è palese che per lui la Lazio sia solo un  mezzo per esercitare potere e per restare a galla, poco più che un giocattolo. E come tutti i bambini, pur di non cederlo ha accettato il rischio di romperlo quel giocattolo. È quello che ha fatto per anni, ora ha cambiato strategia. Ma, mi dispiace, io non mi fido. Non gli stringo e non gli stringerò mai lamano, neanche idealmente. Forse sbaglio, non lo so, ma non torno indietro, non cancello tutto,non mi resetto solo perché qualcuno mi vuole convincere a farlo.

Sono il solo a pensarla così? Non credo,ma anche se fosse così, pazienza. Perché, come sempre, questa “solitudine” non sarà un freno, ma una spinta in più per andare avanti aspettando quel giorno che, prima o poi, arriverà. Perché tutto passa nella vita, tutto ha un inizio e una fine. Non so quando succederà, ma succederà. E spero di riuscire a vivere abbastanza per vedere l’alba del giorno in cui accadrà…

FORZA LAZIO!




Accadde oggi 12.12

1887 Nasce a Roma Alfredo Torchio
1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Fortitudo
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Torino 6-0
1948 Milano, Stadio di San Siro - Milan-Lazio 3-0
1954 Novara, stadio Comunale - Novara-Lazio 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catania 1-0
1973 Cesena, stadio La Fiorita, Cesena-Lazio 2-1
1982 Reggio Emilia, stadio Mirabello – Reggiana-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 3-1
1995 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 2-0
2000 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 4-1
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-SK Sturm Graz 0-1
2010 Torino, stadio Olimpico - Juventus-Lazio 2-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 1/12/2017
 

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