14 Novembre 2017

TUTTI A CASA, per ripartire da zero!
di Stefano Greco

TUTTI A CASA è un urlo di rabbia, una frase simbolo del qualunquismo e al tempo stesso dell’impotenza della gente che, sapendo di non contare nulla, si sfoga invocando la caduta delle teste quando le cose vanno male. Succede con la politica, succede nel mondo del calcio. Ma mai come questa volta, TUTTI A CASA è un urlo che accompagna l’uscita di scena dell’Italia dal mondiale per la seconda volta nella storia, la prima dopo 60 anni di presenze consecutive. Ma quell’urlo TUTTI A CASA non è solo uno sfogo dettato dalla rabbia o dall’amarezza, è un imperativo, perché solo azzerando tutto possiamo sperare di ripartire ricostruendo da zero, dalle macerie di questa gestione, il calcio italiano.

Nell’era-Conte ho scritte più di una volta che quella Nazionale stava mascherando i veri problemi del calcio italiano, che la bravura dell’allenatore e l’orgoglio di un gruppo di vecchie glorie con quell’Europeo aveva gettato fumo negli occhi alla gente, dando una visione errata della reale situazione del calcio italiano. Quel bel cammino in Francia, è stato deleterio come e più di quel Mondiale vinto nel 2006, quando grazie a quella Coppa del Mondo alzata al cielo di Berlino fu dimenticato tutto e fu buttata al vento un’occasione storica per fare veramente pulizia e ripartire da zero o quasi. Invece, per salvare il “sistema” fu cacciato Moggi ma furono salvati tutti quelli che con Moggi facevano affari e che ancora lo chiamano per chiedere consigli o per farsi aiutare. Nel 2014, dopo quel tonfo nel Mondiale brasiliano, avevo scritto che gente come Abete, Beretta e Lotito doveva essere spazzata via, sostituita da veri manager in grado di prendere decisioni innovative, importanti e magari anche impopolari per rilanciare il calcio italiano. In realtà, quel Mondiale ci ha liberato solo della presenza di Abete, uno che ha sempre avuto paura anche della propria ombra e che per il suo non saper decidere nulla sembrava il protagonista di una vecchia pubblicità della Sambuca Molinari. In realtà, il dopo-Abete ha dimostrato che in questo calcio il presidente federale da anni (forse dai tempi di Matarrese) “non può decidere nulla”, perché da lustri è ostaggio della Lega Calcio di Serie A e quindi dei Beretta, dei Galliani e dei Lotito. Quelli che se ne fregano dei conflitti d’interesse, quelli che a parole pretendono il rispetto ferreo delle regole, ma poi al tempo stesso pretendono l’interpretazione di regole e regolamenti quando da condannati dovrebbero essere estromessi dal mondo del calcio. Vale per Lotito, ma anche per i vari Preziosi e compagnia cantante. Ci siamo liberati di Cellino per qualche anno, ma è uscito dalla porta per poi rientrare dalla finestra. È solo un esempio, come fare il nome di Tavecchio e Ventura oggi è come indicare solo la punta di quell’iceberg che da anni sta affondando il calcio italiano,  ostaggio di gente come Lotito che magari viene additata come esempio da seguire: non come gente da cacciare come farebbe qualsiasi sistema degno di questo nome.

Ma il nostro è un sistema fallimentare, con gente che parla di etica e di morale ma che la applica a corrente alternata, senza coerenza. Un sistema che perdona un presidente federale che se ne esce con una frase razzista (che gli ha portato una squalifica di 6 mesi da Uefa e FIFA) ma che ora prende le distanze da Lotito per quattro adesivi e due cori dei suoi tifosi, dopo che per anni ha consentito a Lotito di gestire tutto, anche quel presidente federale che oggi gli si è rivoltato contro come un burattino che si è liberato di quei fili con cui veniva manovrato da anni dal suo burattinaio. Per questo non basta cacciare Tavecchio e Ventura per risolvere il problema, come non basta chiedere la testa di Ulivieri e l’azzeramento dei vertici federali se al posto loro si pensa di mettere altri che sono come loro o peggio di loro, perché se tu al vecchio rappresentato da Abete presenti come il nuovo che avanza Tavecchio e tutto il suo codazzo, non puoi che finire come è finita l’Italia pallonara, sbattuta fuori da una nazionale svedese che faticherebbe a conquistare la salvezza in Serie A. Anche in questa serie A.

Sia chiaro. Ieri non ho gufato l’Italia, perché non si può odiare un qualcosa che si ama. Così come non ho mai gufato la Lazio, perché quando alla base c’è comunque amore per dei colori il problema non si risolve gufando. Si può gufare la Roma (e quello riesce bene da sempre…) ma non la Lazio e quindi neanche la Nazionale. Come non puoi augurare del male e odiare fino in fondo una persona che hai amato. Puoi provare rancore e rabbia nel vedere come è cambiata, ma non odio. Per questo la Nazionale anche ieri sera l’ho guardata con distacco, come mi sono distaccato da tempo dalla Lazio.

Detto questo, per evitare di perdere un’occasione storica per dare una svolta, bisogna ripartire da gente nuova, fare scelte radicali e drastiche, azzerare tutto per ripartire. Non pensando alla qualificazione agli Europei del 2020 o ai Mondiali del 2022, ma programmando oggi i prossimi vent’anni, provando a guardare al di la del naso, pensando veramente al bene del calcio italiano e non alla conquista del potere e delle poltrone. Come ha fatto ad esempio quella Germania che noi saccheggiavamo quando eravamo ricchi e convinti che sarebbe durata per sempre l’età dell’oro, ma che ora ci guarda dall’alto in basso. Loro hanno un campionato a 18 squadre, hanno investito realmente e non a chiacchiere sui settori giovanili, loro hanno rifatto tutti gli stadi, non solo quelli in cui si è giocato il mondiale. Ed ora hanno la media spettatori più alta d’Europa, hanno una squadra fissa in semifinale o in finale di Champions da anni e una nazionale Campione del Mondo in carica e che, bene o male, arriva sempre almeno in semifinale in ogni competizione.

Noi abbiamo solo gente incapace di prendere qualsiasi decisione, gente che pensa solo al denaro e alla gestione del potere: facendo equilibrismi  per accontentare tutti, finendo per scontentare tutti e per rendere assolutamente non credibile il sistema. Soprattutto agli occhi della gente, dei tifosi, ovvero di chi finanzia l’intero sistema. Si chiede rispetto delle regole e poi le regole vengono interpretate o stravolte a seconda di chi le viola. Si chiede alla gente di dare il buon esempio e di abbassare i toni, quando a urlare, a litigare e a barare sono per primi i presidenti. Si chiede pulizia, quando il calcio è governato da condannati o prescritti che pretendono pure di dare lezioni di etica.

Per questo non si può ripartire da gente che sta già dentro il sistema. A giugno del 2014, dopo le dimissioni di Abete, scrivevo che non poteva essere una soluzione l’elezione di Tavecchio al posto del presidente federale dimissionario e che faceva venire i brividi l’idea che nel nuovo governo della Figc, quello che nei programmi elettorali doveva segnare una svolta nel sistema calcio in Italia, potesse sedere ancora uno come Lotito, magari come vice presidente. Perché dopo Abete e Prandelli, i primi a dover dare le dimissioni (se avessero avuto un minimo di dignità) dovevano essere proprio Beretta e Lotito, ovvero quelli che per anni hanno guidato quella Lega Calcio di Serie A che fornisce i giocatori alla Nazionale e che ha portato il calcio italiano ai livelli più bassi dalla grande crisi del dopo guerra a oggi.

Grazie all’incapacità di gente come Beretta e Lotito, che per anni in Lega si preoccupa solo dei soldi e di come spartire la torta dei diritti tv, ci ritroviamo con un calcio italiano ridotto così: con le due leghe maggiori commissariate per l’incapacità da parte dei club di mettere il sistema in mano a dei veri manager, con gli stadi vecchi e sempre più deserti, senza grandi campioni e senza giovani alle spalle in grado di diventare futuri campioni. Ma solo con ragazzini strapagati che strappato il primo contratto a sei zeri pensano già di essere arrivati. Nel 2014 a pagare per tutti fu Balotelli, ora che Buffon, De Rossi, Barzagli e Chiellini lasciano di loro sponte, chi sarà immolato per appagare la voglia di giustizialismo?

La mancata qualificazione ai Mondiali di Russia 2018 ha sancito il fallimento e la fine di un mondo, di un calcio italiano che ha trasformato uno sport amato dalla gente in un’attività finanziaria speculativa. Le squadre di calcio non rappresentano più la comunità locale ma sono aziende quotate in borsa, così come i giocatori si trasformano in azionisti che, più che rincorrere il pallone, si preoccupano di rincorrere i milioni di euro che gli garantiscono i club e gli sponsor. Perché con prime squadre in cui giocano non più di 3/4 italiani (in alcuni club, neanche uno negli 11 della domenica) e con settori giovanili stracolmi di stranieri, non esiste più un modello italiano e di conseguenza non c’è più identificazione da parte della gente, dei tifosi. Se si vuole ripartire veramente, è da lì, dal basso e dai settori giovanili che si deve ripartire, anche costringendo i club a fare sacrifici e investimenti pesanti sui giovani italiani. Perché stavolta non basta dare una ritinteggiata alle pareti come si è fatto maldestramente 3 anni e mezzo fa dando l’illusione di aver cambiato tutto. Questa volta bisogna abbattere il palazzo e ricostruire da zero.

Perché i Mondiali del 1982 li abbiamo vinti grazie al lavoro fatto sui settori giovanili quando la Federazione ha deciso di chiudere le frontiere e quel lavoro ha partorito gente come Scirea, Bruno Conti, Tardelli, Paolo Rossi, Baresi. Ragazzi che hanno trovato spazio per poter crescere e che non si sono trovati la strada sbarrata da stranieri scarsi presi a due soldi con la speranza di rivederli a 10 volte quello che sono costati per fare business. Perché si può fare la stessa cosa con gli italiani, come dimostra da anni il settore giovanile dell’Atalanta, uno dei pochi che continua a lavorare sul territorio, sui nostri giovani, come si faceva in passato investendo nel settore giovanile per costruire in casa i Maldini, i Nesta, i Totti e via discorrendo. E quando i grandi club non se li costruivano in casa, acquistavano i giovani da società che fungevano da serbatoio per i grandi club e che si autofinanziavano costruendo i campioni del futuro per poi rivenderli. E anche allora, come oggi, uno degli esempi più eclatanti era l’Atalanta. Così, i soldi prodotti dal sistema calcio, restavano nel sistema, rimanevano in Italia. Oggi, invece, fiumi di denaro escono dal sistema calcio italiano e finiscono all’estero per comprare giovani strapagati che vengono parcheggiati nelle squadre Primavera. Anche se fossero fenomeni, la scelta sarebbe comunque criticabile perché questi ragazzi vanno a togliere spazio ai nostri giovani, ma sarebbe almeno economicamente vantaggiosa per i club. Il problema, invece, è che ci sono club che vanno a spendere 3-4 milioni di euro per un ragazzo che non approda neanche in prima squadra. In casa Lazio, il caso-Barreto è emblematico, ma è ancora più emblematico il caso dei due portoghesi prelevati quest’estate dal Braga e di cui si sono perse le tracce. Quei soldi, invece che restare in Italia per finanziare settori giovanili in cui costruire i giovani italiani del futuro, sono finiti all’estero per acquistare ragazzi che spariscono ben presto di scena. Come spariscono quei soldi che transitano nelle casse di piccoli club stranieri per prendere poi altre vie, spesso e volentieri quelle di società con sede in qualche paradiso fiscale. Oppure finiscono direttamente nelle case di affaristi e finanziarie che acquistano per pochi soldi ragazzini di 14, 15, 16 anni, per poi rivenderli all’estero creando questo giro di denaro “sporco”. E questo lo sanno tutti, ma nessuno fa nulla, perché i primi a trarre profitto da questo sistema sono i presidenti, quelli che fanno parte di quella Lega di Serie A che da anni finisce per condizionare le scelte del presidente della Figc e quindi ad impedire qualsiasi progetto di rinnovamento.

Se non si spezza questo filo, quindi, non si riparte. E i provvedimenti di facciata, non servono a nulla. Dopo l’avventura fallimentare del 2010 in Sudafrica, la decisione del Consiglio Federale per risollevare le sorti del calcio italiano fu quella di ridurre da 3 a 2 il numero degli extracomunitari tesserabili. Risultato, negli ultimi 7 anni il numero dei giocatori stranieri presenti nelle squadre Primavera è più che raddoppiato. Un esempio? Nella stagione 2009-2010 nella rosa della Lazio Primavera c’era un solo straniero, Cavanda. Gli altri erano nati tutti a Roma e provincia o comunque nella regione, eccezion fatta per Coppola che arrivava da Aversa. Nella rosa della Primavera della stagione 2013-2014 gli stranieri erano saliti a 8, in questa sono addirittura 15. E questo nonostante Tavecchio ripetesse che non si doveva più prendere un “opti pobà che prima mangiava le banane e ora gioca titolare nella Lazio”. Perché a chiacchiere qui sono tutti bravi, tutti innovatori (anche gente di 70 e passa anni), ma da anni invece che andare avanti si va indietro.

https://www.youtube.com/watch?v=VZuS-aQ98Po

Per questo serve gente nuova, con idee nuove, in grado di varare un vero piano di ricostruzione e di rilancio del calcio italiano, magari imponendo anche misure drastiche. Anche se il CONI e Malagò non sono certo immuni da colpe per quello che è successo, serve un commissario straordinario nominato dal CONI per ristrutturare completamente la Federcalcio e il sistema calcio in Italia. Ma deve un manager, non un affarista o un membro che fa già parte di un sistema che ha fallito. Provate a guardare quello che ha fatto Andrea Abodi in Serie B, rivalutando un campionato oramai morto ma che ha raddoppiato quasi le entrate, ha ridotto le spese introducendo il “tetto salariale” e senza penalizzare lo spettacolo, anzi. La B è tornata ad essere un ottimo serbatoio e a produrre spettacolo, facendo crescere anche le presenze negli stadi. Ma Abodi era “pericoloso” per qualcuno, per questo appena 8 mesi fa è stato impallinato per lasciare Tavecchio al suo posto. Sotto la regia di Lotito, ma con il voto anche dei grandi club come la Juventus che per interesse hanno seppellito l’ascia di guerra e i propositi di cambiamento del sistema, visto che con questo sistema la Juventus domina incontrastata da anni. Per questo non bastano le dimissioni di ventura e Tavecchio, che ieri non hanno avuto neanche le palle di imitare Abete e Prandelli dopo il tonfo dell’Italia ai Mondiali del 2014. Qui serve un vero Tsunami, uno di quelli che non lasciano in piedi nulla e che ti offrono così la possibilità di ricostruire da zero. Senza vittime, sia chiaro, anche se certa gente forse solo da morta mollerebbe le poltrone a cui resta aggrappata. Perché in Italia è così da sempre, nello sport come nella politica. E lo dimostra il fatto che in vista delle elezioni politiche si parli ancora di Berlusconi come di possibile candidato premier per rilanciare il Paese…




Accadde oggi 21.11

1926 Roma, campo Rondinella - Lazio-Casertana
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Ambrosiana 1-3
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Bologna 8-2
1952 Nasce a Scorzè (VE) Pietro Ghedin
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Pro Patria 2-0
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Monza 2-0
1979 Torino, - Torino-Lazio 0-0
1982 Foggia, stadio Pino Zaccheria – Foggia-Lazio 0-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 4-1
2004 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 2-1
2010 Parma, stadio Ennio Tardini - Parma-Lazio 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/11/2017
 

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