11 Novembre 2017

NEL RICORDO DI GABRIELE SANDRI, CITTADINO ITALIANO. MAI PIÙ 11 NOVEMBRE
di Stefano Greco

“NEL RICORDO DI GABRIELE SANDRI, CITTADINO ITALIANO. MAI PIÙ 11 NOVEMBRE”.

Quella pietra posata su prato dell’area di servizio di Badia al Pino, in questi 10 anni è diventata luogo di pellegrinaggio, tappa di riflessione per i tifosi di qualunque squadra, quelli che ogni anno macinano migliaia di chilometri per stare vicini alla loro squadra, per seguire quella passione che l’11 novembre del 2007 è costata la vita a Gabriele Sandri. “Gabbo”, suo malgrado, è diventato un simbolo, quasi un martire di questo calcio del terzo millennio svuotato di valori e di passione. Il suo nome riecheggia nelle curve di tutto il mondo, compare sugli spalti, quasi scolpito, sugli striscioni che spuntano nelle curve a qualsiasi latitudine, come dimostra l’omaggio che gli hanno reso domenica scorsa i tifosi del Borussia-Dortmund, in occasione della sfida con il Bayern Monaco. O come avevano fatto pochi giorni prima i tifosi del Nizza, di ritorno dalla trasferta di Roma.

Sono passati dieci anni da quel maledetto 11 novembre, poco meno dal giorno in cui sono andato a tributare l’ultimo saluto a quel ragazzo che non conoscevo nella chiesa messa a disposizione dal Comune di Roma dove era stata allestita la camera ardente. E a distanza di 10 anni, non ho neanche bisogno di chiudere gli occhi per rivedere le immagini, per riprovare le sensazioni che mi hanno scosso profondamente quel giorno, in quei minuti passati in fila in silenziosa attesa, in un silenzio quasi irreale...

Un genitore non dovrebbe mai dover seppellire un figlio o una figlia. È una cosa innaturale, oltre che estremamente ingiusta. Per questo non potrò mai dimenticare quell’immagine di Giorgio Sandri che non si staccava dalla bara e che accarezzava la testa di Gabriele sussurrando “Angelo mio, angelo mio...”. Un sussurro che a distanza di 10 anni è ancora un boato nella mia mente di padre che, per qualche istante, si immagina lì, seduto al posto di quell'uomo piegato dal dolore, ad accarezzare per l'ultima volta la testa fredda di un figlio che non rivedrà mai più. Quel giorno non ho avuto il coraggio di incrociare lo sguardo di Giorgio Sandri, tantomeno quello della madre di Gabriele che stringeva la mano del figlio come si fa ad un ragazzo che soffre per consolarlo, per dargli forza facendogli sentire che la mamma è lì vicino a lui. Ricordo Cristiano, seduto, vicino all'avvocato di famiglia e agli amici, con lo sguardo perso nel vuoto. Ricordo che ci guardava in faccia quando sfilavamo, ma non ci vedeva, perché la sua mente era lontana, dispersa chissà dove, magari intenta a frugare nell'album dei ricordi.

Non dimenticherò mai l'abbraccio dato quel ad un amico con il quale avevo avuto qualche discussione, frutto di incomprensioni, di malintesi, di modi diversi di vedere la vita. Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto senza dirci nulla. Intorno, tanta gente, mai così silenziosa. Anche il traffico, solitamente caotico in quel tratto di Roma che va da piazza Venezia a Bocca della Verità, era stranamente silenzioso quel giorno. Ricordo lo sguardo di tanti amici d'infanzia con i quali ho condiviso centinaia di trasferte e mille battaglie calcistiche dentro e fuori gli stadi di tutta Italia. Non ci siamo detti nulla, ma con lo sguardo ci dicevamo tutti la stessa cosa: POTEVA TOCCARE A NOI... Davanti a quella bara, ho pensato che presidi e professori avrebbero dovuto far sfilare quel giorno tutti i ragazzi dei licei di Roma, in modo da mettere i ragazzi davanti alla realtà dolorosa della morte, di quella fine che per loro è spesso e volentieri un concetto astratto. Perché bisogna immergersi nel dolore per evitare di provocare nuovo dolore. Chi quel giorno è passato davanti a quella bara, a quei due genitori piegati dal dolore e a quel fratello distrutto, svuotato, probabilmente non ha più pensato neanche per un solo momento di prendere un’arma o di scatenare una battaglia in cui potrebbe anche perdere la vita un Gabriele di un’altra squadra, oppure un ragazzo con la divisa addosso.

E forse non è un caso se da quel giorno in poi a Roma non è successo più nulla di grave, tranne in occasione dei due derby del 2012. Forse in tanti hanno capito che era arrivato il momento di dire basta, di smettere di pensare che il sangue debba essere lavato con altro sangue, in una spirale di violenza e di vendetta senza fine. Sono andato a troppi funerali dagli Anni di piombo a oggi. Ho visto morire troppi amici e, soprattutto, ho visto troppi genitori seppellire figli che si erano appena affacciati alla vita o che comunque avevano davanti a loro tanta strada da fare. È successo in nome della politica e anche del “Dio pallone”. Ma in ogni caso, ripensandoci oggi a 55 anni, è stato comunque folle!

Ci sono voluti 1555 giorni per avere Giustizia, ma alla fine lo slogan GIUSTIZIA PER GABRIELE è diventato realtà, scritto nero su bianco in calce ad una sentenza definitiva che ha condannato Spaccarotella per omicidio. Solo a nominarli, 1555 giorni fanno impressione. Provate a pensare ad un bambino di 1555 giorni, a quante cose sono cambiate da quel primo vagito a quando supera il traguardo dei 4 anni. In quei 1555 giorni è raccolto un universo di sensazioni e di emozioni di un genitore che vede crescere suo figlio: passo dopo passo, esperienza dopo esperienza, scoperta dopo scoperta. Ora, prendete tutte queste belle cose e trasformatele in negativo; prendete i colori e trasformateli in bianco e nero o, in certi casi, solo in nero senza neanche un puntino di bianco. Una volta che lo avrete fatto, avrete il quadro della vita di Giorgio Sandri, di sua moglie, di Cristiano, di tutti i familiari e gli amici di Gabriele durante quei maledetti 1555 giorni.

Tanto è dovuto passare da quel maledetto 11 novembre per avere Giustizia, tanto hanno dovuto aspettare Giorgio, Cristiano, Daniela e tutti quelli che hanno voluto bene a Gabriele quando era ancora in vita e che dopo 10 anni sono ancora legati da un filo indissolubile a questa incredibile famiglia. Loro, ma anche noi che a Gabriele non l’abbiamo mai conosciuto da vivo ma che ci siamo affezionati lui considerandolo chi una sorta di figlio adottivo e chi un fratello. Tutti abbiamo dovuto aspettare 1555 giorni prima di vedere la parola fine in calce a questa vicenda, “La mia è una battaglia di principio. Non andiamo in cerca di un anno in più o in meno di carcere per Spaccarotella, perché non è l’entità della condanna che ci cambia la vita o che ci colma il vuoto lasciato dalla morte di Gabriele. Noi vogliamo solo che sia riconosciuta in via definitiva la volontarietà dell’atto omicida. Senza attenuanti di nessun genere. Perché Spaccarotella ha sparato per uccidere, con la consapevolezza che con quel suo gesto poteva uccidere qualcuno. Come purtroppo è stato”.

Questo ha ripetuto sempre Giorgio Sandri per 1555 giorni. Queste sono le parole che mi tornano in mente oggi, a distanza di 10 anni da quell’11 novembre. Questo mi viene in mente vedendo per l’ennesima volta la foto di un Gabriele Sandri che non c’è più, ma che cresce negli occhi e nel sorriso di un altro Gabriele Sandri nato dopo quella tragedia, a dimostrazione che la vita scorre, inesorabile. È il segno che tutto passa, anche se il ricordo di chi non c’è più resta nel cuore e nella memoria di chi gli ha voluto bene e che ha avuto la fortuna di incrociare nella sua vita un Gabriele Sandri.

Chissà cosa proverà oggi Luigi Spaccarotella, seduto in cella, oppure chiuso da qualche parte in quella Misericordia vicino al carcere di Santa Maria Capua Vetere in cui ha trovato lavoro dopo 1927 giorni dalla sentenza definitiva di condanna per l’omicidio volontario di Gabriele Sandri (condanna a 9 anni e 4 mesi, il testo integrale della sentenza lo trovate nel PDF allegato), ora che vive in regime di semi libertà. Chissà se proverà quel rimorso e quel senso di colpa che non ha mai mostrato in questi 10 anni, in questi 3653 giorni in cui non ha mai chiesto scusa ufficialmente alla famiglia Sandri. E anche se lo facesse oggi, sarebbe troppo tardi.

Cosa prova Giorgio Sandri, lo so. Lo sappiamo tutti perché si è sfogato qualche giorno fa, dopo che è uscita la notizia sul regime di semi libertà di cui gode l’assassino di suo figlio.

“Anche se sapevo già tutto, perché giravano già un po’ di voci, vedere articoli su Spaccarotella che lavora e già esce dal carcere mi ha molto amareggiato, soprattutto perché è uscito fuori tutto a ridosso dell'anniversario della morte di Gabriele. In questi 10 anni non ci ha mai chiesto scusa, ed è questo quello che fa più male. Neanche i suoi genitori hanno voluto incontrarci, speravo che mia moglie e sua madre, da mamma a mamma, potessero farlo, ma non è stato così. È vero che lui ha scelto il rito abbreviato, ma fa male sapere che per la legge italiana la vita di mio figlio vale appena cinque anni di carcere. L'unica cosa che ci conforta è che la Cassazione abbia riconosciuto l'omicidio volontario. Se si facesse vivo oggi? Ora non voglio più incontrarlo. Chiedere scusa adesso è un po’ tardivo: o ci si pente subito, oppure se lo si fa a distanza di 10 anni non è e non può essere è un vero pentimento”.

La rabbia di Giorgio, è la rabbia di tutti noi: per questo preferisco fermarmi qui, altrimenti potrei scrivere per ore, usando i tasti del computer per tirare fuori le sensazioni di un padre che si è immedesimato in un altro padre e correrei il rischio di usare termini forti, sassate più che parole. Quindi, chiudo qui, con un abbraccio a Giorgio, a Daniela, a Cristiano e a tutti gli amici che continuano a soffrire in silenzio. E con un bacio ideale al piccolo Gabriele, che ha riportato un barlume di luce e un sorriso in quella famiglia straordinaria che ha dato una lezione a tutti per la compostezza con cui ha affrontato quella tragedia e il successivo calvario giudiziario durato 1555 giorni e in questi 10 anni di calvario. 

Scarica l'allegato PDF



Accadde oggi 21.11

1926 Roma, campo Rondinella - Lazio-Casertana
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Ambrosiana 1-3
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Bologna 8-2
1952 Nasce a Scorzè (VE) Pietro Ghedin
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Pro Patria 2-0
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Monza 2-0
1979 Torino, - Torino-Lazio 0-0
1982 Foggia, stadio Pino Zaccheria – Foggia-Lazio 0-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 4-1
2004 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 2-1
2010 Parma, stadio Ennio Tardini - Parma-Lazio 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/11/2017
 

301.804 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,145
Variazione del +0,44%