10 Novembre 2017

Storie di derby. La prima vittoria a Testaccio
di Stefano Greco

Forse non basterebbe neanche un libro per raccontare le mille storie e le migliaia di aneddoti legati al derby, a questi quasi 90 anni di sfide che a Roma hanno un sapore tutto speciale, perché riescono a far entrare nella leggenda non solo i campioni, ma anche personaggi sconosciuti o quasi che grazie ad un gol segnato in una stracittadina si sono conquistati il  loro piccolo posto nella storia. Basta pensare in tempi più o meno recenti a gente come Nicoli o Bertoni, che non ha lasciato traccia o quasi del suo passaggio alla Lazio se non per quel gol segnato nel derby, oppure a Fabrizio Di Mauro, ex romanista con una sola stagione da laziale e appena 21 presenze, ma ricordato per quel gol segnato alla “sua” Roma nel derby del 24 ottobre del 1993. O a Guerino Gottardi, l’uomo che con quel gol a tempo scaduto in Coppa Italia e all’apparenza inutile (la Lazio era già qualificata grazie al 4-1 dell’andata) ha scrittola storia, perché senza quella rete non ci sarebbe mai stato quel 4su4 nella stessa stagione che è UNICO nella storia del derby.

Uno di questi personaggi, saliti alla ribalta grazie ad un derby di quasi 70 anni fa è un onesto gregario, Alessandro Ferri, detto “sandrino”, uno dei tanti prodotti dell’inesauribile vivaio laziale. È il mese di gennaio del 1939, anno nefasto per l’Europa che si avvia a passi spediti verso la Seconda Guerra Mondiale. Dopo quasi 10 anni di stracittadine, la Lazio ha conquistato solo una vittoria in 18 derby disputati (più sei pareggi) e, soprattutto, non è mai riuscita a violare il campo di Testaccio, la “tana” dei lupi. Ci è andata vicina nel 1930, nel secondo derby finito 1-1 con la Roma salvata nel finale da Volk, ma poi da allora ha collezionato solo sconfitte. Alessandro Ferri ha 17 anni, gioca da sempre nelle giovanili della Lazio ed è uno dei ragazzini di quella nidiata della squadra Pulcini che salì alle cronache italiane pareggiando 1-1 al Prater di Vienna contro gli allora imbattibili austriaci del Wacker, davanti a 40.000 spettatori.

Sandrino Ferri gioca nelle giovanili della Lazio, ogni tanto si allena con la prima squadra, ma l’esordio sembra lontano. La Lazio in quella stagione viaggia a centro classifica, staccata di 5 lunghezze dalla coppia capolista formata a Liguria e Bologna,  condizionata nella sua marcia dalle 5 sconfitte rimediate nelle prime 6 trasferte di campionato. E l’ultima “trasferta” del girone d’andata, alla penultima giornata, è un derby delicatissimo da giocare a Testaccio, in quella “tana dei lupi” in cui in 10 anni non è mai riuscita a vincere.

 Nei giorni che precedono la stracittadina, come tutti i suoi coetanei laziali e romanisti, il diciottenne “Sandrino” si danna l’anima per riuscire a mettere le mani su uno dei preziosi biglietti per la sfida di Testaccio. Ma nonostante le promesse dei dirigenti, Ferri non riesce ad entrare in possesso di uno di quei tagliandi oramai introvabili, perché i 25.000 posti a disposizione sono esauriti da giorni. Con la sfacciataggine tipica dei “pischelli” romani e che contraddistinguerà tutta la sua carriera, il 14 gennaio, giorno di vigilia della partita, “Sandrino” decide di tentare il tutto per tutto e va a bussare direttamente alla porta di “papà” Zenobi per implorarlo di trovargli un biglietto per il derby. Il “presidentone” (come era chiamato Zenobi dai tifosi della Lazio, per la sua mole fisica e per le sue manie di grandezza) lo riceve, lo fa parlare e poi sorridendo risponde: “Caro sandrino, il biglietto non te do perché non ti serve, visto che Viola ha deciso che domani tu giochi con la prima squadra. La partita la vivrai da dentro il campo, insieme ai tuoi compagni di squadra”.

Ferri, quando esce dalla sede della Lazio è infuriato, pensa di essere vittima di uno scherzo, è convinto che quella di Zenobi è solo una scusa usata dal presidente per non dargli quello che aveva chiesto. Quello che Ferri non sa e che in casa Lazio tutti hanno cercato di tenere nascosto, è che un’epidemia influenzale ha decimato la squadra. Il dottor Bani in quei giorni ha provato a fare miracoli, è riuscito in qualche modo a rimettere in piedi Ramella e Faotto, ma con Milano non c’è nulla da fare. Serve un centrocampista e a quel punto piuttosto che far giocare qualcuno fuori ruolo, l’allenatore Viola decide di puntare su Ferri, su quel diciottenne ragazzino delle giovanili che nelle partitelle con la prima squadra  dà sempre l’anima. Perché quella domenica per uscire indenni da Testaccio ha bisogno di gente disposta a lottare con il coltello tra i denti. Ma per non caricare troppo quel ragazzino di 17 anni che ancora non ha esordito in serie A, Viola decide di aspettare l’ultimo momento per annunciare la lista dei convocati. Domenica mattina, quindi, poco prima di partire per Testaccio, Viola convoca “Sandrino” e gli annuncia che tocca a lui sostituire Milano e che farà il suo esordio con la maglia biancoceleste al fianco di Silvio Piola, Ramella e Blason, sistemandosi a centrocampo, proprio nella partita delle partite. E come in tutte le favole che si rispettino, anche quella di Alessandro Ferri ha un lieto fine. La Lazio, che come detto prima naviga in un anonimo centro classifica e che in dieci anni non ha mai vinto nella “tana dei lupi”, quel giorno vince 2-0 a Testaccio giocando una partita perfetta, preparata nei minimi dettagli dall’allenatore Viola.

Il tecnico biancoceleste, chiede a Silvio Piola di snaturarsi, di giocare non al centro dell’attacco, ma più arretrato, in modo da portare fuori dall’area il suo marcatore per creare varchi e servire palloni a Capri, Camolese e Zacconi che hanno il compito di gettarsi a turno nell’area romanista. E la tattica funziona. Dopo appena tre minuti di gioco, Piola arretra, la difesa romanista lo segue, si apre e il centravanti serve un assist perfetto a Zacconi che entra in area e in splendida solitudine non ha problemi a battere Masetti con un diagonale secco e preciso. Sul campo di Testaccio scende un silenzio tombale, rotto solo dal boato del migliaio di tifosi laziali presenti sugli spalti e che non credono ai loro occhi. La Lazio decimata dall’influenza e quasi sempre sconfitta in trasferta in quella stagione è in vantaggio. Il sogno della prima vittoria nella “tana dei lupi”, diventa realtà al 39’ del primo tempo: Zacconi mette al centro dell’area un cross teso sul quale Masetti si avventa con sicurezza, ma il pallone reso viscido dalla pioggia e dal fango gli scivola inaspettatamente dalle mani: si accende una mischia furibonda e tra decine di piedi spunta quello di Busani che da due passi deposita in rete il pallone del 2-0, finendo sullo slancio addirittura dentro la porta.

Sotto choc, la Roma non riesce a reagire. La Lazio si chiude a difesa della porta e Blason non deve fare neanche gli straordinari per mantenere imbattuta, per la prima volta nella storia, la porta laziale sul campo di Testaccio. La Lazio, così, smentendo tutti i pronostici della vigilia, conquista il secondo successo della sua storia nel derby e batte per la prima volta la Roma nella sua tana inviolabile, raggiungendo la Roma al quinto posto in classifica. In quella partita, accade un episodio particolare, ricordato così il giorno dopo sui giornali.

“Ovunque, c’era folla. Un tale, ben avvolto in un giornale, si era portato nei Distinti un grosso gatto nero, scaramanzia certa perla sua squadra. La bestia è rimasta tranquilla al suo posto per un po’, quindi agli urli del gol è sfuggita al proprietario, guizzando e saltellando nella marea del pubblico. È finita negli spogliatoi dei laziali, che l’hanno presa portandola nel loro stadio, dove ora ha stabilito la sua nuova residenza. È il gatto che ricorda la vittoria più bella della Lazio, nell’annata in corso”.

Nell’esultanza a fine partita, il giovane “Sandrino” Ferri è uno dei più scatenati e, senza accorgersene, nella foga urta l’allenatore Viola, che perde la dentiera suscitando l’ilarità generale. Ma la scena più bella alla fine di quella partita la regala Fulvio Bernardini. L’ex bandiera della Lazio, diventato capitano della Roma, quel giorno ha giocato il suo ultimo derby. Quando l’arbitro fischia, da grande signore qual è, Bernardini va a stringere la mano a Silvio Piola e poi a tutti gli avversari. Si ferma soprattutto da “Sandrino” Ferri: gli stringe la mano e lo abbraccia in un ideale cambio delle consegne tra un grande campione della Lazio del passato e un giovane emergente che all’esordio in serie A si è già conquistato un posto nella storia. Già, perché grazie a quella vittoria sul campo di Testaccio in casa laziale nasce la “stella” di Alessandro Ferri, che in quel derby indossa per la prima volta quella maglia biancoceleste che sarà sua per otto stagioni consecutive.




Accadde oggi 21.11

1926 Roma, campo Rondinella - Lazio-Casertana
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Ambrosiana 1-3
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Bologna 8-2
1952 Nasce a Scorzè (VE) Pietro Ghedin
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Pro Patria 2-0
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Monza 2-0
1979 Torino, - Torino-Lazio 0-0
1982 Foggia, stadio Pino Zaccheria – Foggia-Lazio 0-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 4-1
2004 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 2-1
2010 Parma, stadio Ennio Tardini - Parma-Lazio 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/11/2017
 

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