07 Novembre 2017

Calcio e paese, affondano a braccetto...
di Stefano Greco

Mi sono avvicinato al calcio nella seconda metà degli anni Sessanta, alla fine del boom economico e all’inizio della grande crisi che ha avuto il suo culmine a metà degli anni Settanta, quando non girava veramente una lira. Avevamo la benzina razionata e le domeniche a piedi non erano un’esigenza ambientale per ripulire l’aria come oggi dalle polveri sottili, ma una necessità dettata dal fatto che non c’erano soldi per comprare il petrolio. Finita l’età dell’oro, quell’euforia degli anni Sessanta spazzata via dalla contestazione dell’autunno del 1968 e dalla successiva crisi economica, all’inizio degli anni Settanta l’Italia era un paese economicamente in ginocchio, né più né meno come oggi. Ma la gente sorrideva e se pioveva per giorni interi, con il Tevere che rischiava di superare gli argini, si lavorava lo stesso, le scuole erano aperte e noi ragazzini ci andavamo a piedi e non a nuoto, come succede oggi.

Sì, perché domenica ad ora di pranzo sono dovuto uscire per un appuntamento e c’era un solo punto dove poter attraversare: un passaggio pedonale rialzato, di quelli nuovi messi per impedire a certi automobilisti di usare le strade come se fossero circuiti di Formula Uno, che si è trasformato in una quelle passerelle che mettono a Venezia quando c’è l’acqua alta. Perché tutto il resto era una piscina, con l’acqua che arrivava sopra le caviglie e che rendeva addirittura impossibile raggiungere le macchine parcheggiate. Ecco, oggi basta un’ora scarsa di pioggia per mandare in tilt la Capitale d’Italia, una delle 10 città del mondo con maggior flusso di turisti, un’icona italiana che domenica è affondata, a livello d’immagine, per l’ennesima volta a causa di decenni di “mala gestione”, per colpa di sindaci di qualsiasi colore che hanno in comune solo una cosa: la mancanza di coraggio nel prendere il toro per le corna, nel prendere decisioni anche impopolari ma indispensabili, perché per decenni hanno fatto solo operazioni d’immagine che servivano a prendere voti: quindi, che hanno agito per loro, non per il bene della città. Nessuno escluso, sia chiaro!

Vi chiederete: che cosa c’entra tutto questo con il calcio? C’entra, per il semplice motivo che in un paese che sta lentamente ma inesorabilmente affondando, per quale motivo il calcio dovrebbe restare a galla? Perché dovrebbe rappresentare l’eccezione che conferma la regola, visto che da anni è gestito da gente che pensa solo alla propria immagine e al proprio tornaconto personale e non al bene delle proprie società e di questo giocattolo che rappresenta la terza industria del Paese, che solo attraverso il gioco e le scommesse genera il 3% del Pil nazionale e si pone ai primi posti al mondo come spesa pro-capite? Parliamo di qualcosa come 100 miliardi di euro all’anno, più di una finanziaria. Parliamo di un prodotto che porta 1,2 miliardi di euro nelle casse della Lega di Serie A per la vendita dei diritti tv e che potrebbero diventare 1,3/1,4 grazie al nuovo contratto, ma che sono nulla rispetto ai 3 miliardi di euro che incassa la Premier League.

 Nonostante questo fiume d’oro e nonostante la ripresa degli investimenti operata nell’ultimo mercato, le nostre società stanno vivendo una crisi simile a quella dell’inizio degli anni Settanta, quando le frontiere erano chiuse, quando le nostre squadre in Europa ai massimi livelli prendevano schiaffi in serie (soprattutto tra il 1974 e il 1976) come varcavano i confini nazionali. Anni in cui la Juventus dominava in Italia per assenza di avversarie reali, tranne exploit come quelli della Lazio e del Torino, anni in cui le milanesi erano in crisi, proprio come oggi.

Insomma, mentre il mondo va avanti a grandi passi, noi siamo tornati indietro di più di 40 anni, ma senza il sorriso e la spensieratezza che caratterizzavano quegli anni. Perché erano anni di crisi ma volendo si trovava ancora lavoro; perché c’erano pochi soldi ma ci si poteva permettere di andare allo stadio e staccare un po’ con la realtà dei problemi quotidiani perché i settori popolari avevano prezzi accessibili; perché esistevano i temporali e le bufere (quante partite sospese o rinviate per impraticabilità di campo, addirittura a Roma…) ma nessuno parlava di “bombe d’acqua” per giustificare la paralisi di una città o il rinvio cautelativo di una partita. Basta un temporale per trasformare le strade delle nostre città in fiumi, per allagare stazioni della Metro nuove di zecca in cui la gente è costretta a prendere le scale mobili con l’ombrello per ripararsi dal fiume d’acqua che scende dai soffitti. Una volta ci si rifugiava sotto terra per ripararsi, ora quei luoghi rischiano di diventare trappole per topi, in alcuni casi anche mortali. Ma a Londra, dove piove più di 200 giorni all'anno, perché non annegano quando piove? Perché la metro che pure lì sta sotto terra ed è stata fatta più di un secolo fa non si trasforma in un fiume sotterraneo quando piove?

Questa è la realtà che stiamo vivendo, che tocchiamo con mano tutti i giorni; a Roma come nel resto del paese. Basta una perturbazione più violenta delle altre per mettere in ginocchio l’intero Paese, per provocare frane e inondazioni perché si è costruito troppo, male e, soprattutto, dove non si poteva e non si doveva costruire. E in questo contesto, c’è ancora chi si ostina, con la scusa del calcio, a chiedere o a pretendere di costruire stadi in riva ai fiumi, in terreni con vincoli perché considerati a rischio idro-geologico, spesso usati come zone di esondazione naturale per evitare piene del Tevere. Vale per la Lazio come per la Roma, per Lotito come Pallotta, perché non è una questione di bandiere o di tifo, ma di mala gestione del giocattolo, a 360 gradi.

“A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta al movimento di denaro che genera, bensì al fatto che in ogni piazza, in ogni angolo del mondo, c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco”.

Parole di Zdeneck Zeman del 2004, quando il pallone ha iniziato a sgonfiarsi. Il calcio è diventato un’industria, è cambiato, ma in Italia è gestito da personaggi che non hanno la benché minima visione industriale, salvo qualche rarissima eccezione. La Juventus domina da anni perché nel giro di poche stagioni è passata da 172,6 a 562,7 milioni di euro di fatturato, mentre tutte le altre sono rimaste ferme, se non hanno visto addirittura crollare le entrate, come è successo con Milan e Inter prima del boom di quest’anno. E il tutto, nonostante l’aumento dei proventi generati dalla vendita dei diritti tv. E qui, torniamo le similitudini tra il calcio e il Paese. Perché in Italia non è vero che non ci sono i soldi per fare le cose: i soldi ci sono, ma vengono spesi male, sprecati, usati per arricchire qualcuno e non per migliorare il Paese. Ad esempio per pagare bustarelle e non per realizzare opere, oppure per realizzare opere che non servono a nulla o quasi e si trasformano in pozzi senza fondo dove finiscono miliardi di euro che dovrebbero essere utilizzati per fare altro, come ad esempio mettere in sicurezza fiumi e zona a rischio frana. E poi, magari, vengono abbandonate prima di essere completate, perché i soldi sono finiti. Monumenti allo spreco, come le vele di Calatrava. La cosa assurda, è che abbiamo a disposizione miliardi di euro di fondi comunitari che restano però fermi, inutilizzati, perché a qualcuno fa comodo così. E l’Italia affonda nonostante i comunicati trionfali di qualcuno, oppure le promesse di una ripresa annunciata da anni ma che non si intravede neanche all’orizzonte pur volendo essere ottimisti. E il calcio italiano affonda con il resto del Paese, nonostante i proclami di chi lo guida, perché è gestito dagli stessi imprenditori (o prenditori…) che stanno facendo affondare tutto il resto, capaci solo di restare attaccati alle mammelle dello Stato (leggasi appalti…) per succhiare avidamente quel poco che resta da succhiare.

Negli anni Novanta e nei primi anni del Terzo Millennio, il nostro campionato era il più ambito e raccoglieva le migliori stelle del calcio mondiale. Oggi non siamo più il modello di riferimento e le nostre società faticano ad attrarre campioni: per mancanza di fondi ma anche per lo scarso appeal della Serie A. Nelle ultime settimane abbiamo sentito parlare di un Bayern Monaco in crisi, di fine di un’era con la cacciata di Ancelotti, ma in Baviera è bastata qualche piccola correzione per tornare subito in rotta. Perché? Per il semplice motivo che il Bayern Monaco è un’azienda sana, che funziona, gestita da gente che mette il tifoso al primo posto (infatti ha lo stadio praticamente esaurito in abbonamento) e che riesce pure a far tornare i conti. Il Bayern Monaco è stato valutato 1,3 miliardi di euro e nell’ultima stagione ha chiuso con un fatturato di 640 milioni di euro e un utile di 39 milioni. Meglio della Juventus che ha giocato la finale di Champions League. Il Milan è stato valutato circa 740 milioni di euro, ma ha fatturato 263 milioni di euro e senza la Champions League rischia di chiudere la stagione 2017-2018 con un passivo di 80 milioni di euro. Ovvero circa la liquidità del Bayern Monaco (quasi 100 milioni di euro, più del fatturato complessivo della Lazio…), che solo grazie a quello che versano gli sponsor Deutsche Telekom, Adidas, Allianz e Audi, incassa più di 130 milioni di euro all’anno, ovvero 10 volte quello che fattura la Lazio in sponsorizzazioni dopo aver ritrovato uno sponsor che mancava da quasi due lustri.

Ma la Germania non è solo Bayern Monaco, ma anche Borussia Dortmund, Schalke 04… parliamo di un campionato dove la percentuale di riempimenti degli stadi rispetto alla capienza totale è del 92,8% contro il 54,8% della Serie A. In testa c’è la Premier League con il 94,8% e davanti a noi oltre alla Liga (72,65%) c’è addirittura la Ligue 1 francese con il 64,98%. In Germania fanno 41.514 spettatori di media a partita, in Serie A siamo a 22.164, più vicini alla media della MLS statunitense (18.743 spettatori di media a incontro) che non ai 27.700 della Liga spagnola e tantomeno ai 365.822 della Premier League. Questo, quando all’inizio dei terzo millennio viaggiavamo ad oltre 40.000 spettatori di media a partita. Vale per tutti, anche per la Lazio che nel 2004 ha chiuso la stagione con 940.000 spettatori in 17 partite (55.294 di media…) e lo scorso anno, nonostante la fine dello sciopero, della contestazione e con una squadra che è stata tra le prime quattro per tutta la stagione abbiamo chiuso con questi dati, presi dal bilancio della società al 30.6.2017 approvato ad ottobre…

“Il numero complessivo di spettatori per le 19 partite di campionato disputate in casa è stato di 381.406 presenze contro le 406.343 della passata stagione (-6,14%). Ovvero, 20.074 spettatori a partita”…

Più di 35.000 spettatori a partita persi in 13 anni, numeri fallimentari, come quelli di un fatturato che è addirittura inferiore rispetto a quello del 2004, quando i costi (e su questo siamo sicuramente tutti d’accordo) erano decisamente superiori, insostenibili. Ma mentre tutti crescono come fatturato noi siamo fermi, semmai arretriamo o ci salviamo con le cessioni. Vale per la Lazio come per tanti altri, sia chiaro. Parliamo di bilanci e di numeri, non di risultati, perché da quel punto di vista il “miracolo-Lazio” è sotto gli occhi di tutti, incontestabile dal punto di vista della classifica o dei risultati sul campo.  

Per crescere (e vale per tutto il sistema-calcio in Italia) servirebbe una svolta, servirebbero cambiamenti radicali: invece qui si tira a campare, ci si accontenta di restare a galla. Vale per il calcio come per il Paese, vale per la Nazionale come per la gestione delle nostre città. Perché invece che indignarsi per la città che si allaga e prendersela con il sindaco di turno, oppure per i cassonetti stracolmi o i rifiuti ingombranti (televisori, divani, mobiletti, lavandini, water…) che invadono i marciapiedi, dovremmo essere noi i primi a rispettare le regole e le nostre città. Roma in testa…

È facile puntare il dito, è facile indignarsi o fare della facile ironia sulle nostre città allo sbando, oppure sull’allarme sicurezza o sugli stadi che fanno schifo e sono sempre più vuoti. Ma cosa facciamo noi per cambiare le cose? Che pressioni facciamo ai politici, oppure ai presidenti delle società per ottenere quella svolta necessaria per non affondare? Non facciamo nulla, o quasi. Anzi, se un presidente vuole fare una mega speculazione con la scusa di costruire uno stadio nuovo, diciamo pure che va bene. Oramai contagiati dallo “sticazzismo dilagante”, assistiamo alla fuga degli investitori, prepariamo la fuga dei nostri figli e ci limitiamo ad appelli per riportare la gente negli stadi, pulendoci la coscienza senza mai prendere il toro per le corna, senza mai affrontare realmente il problema. E in attesa che qualcun altro risolva il problema, il paese affonda e affonda anche il calcio italiano. Perché sarebbe impensabile il contrario, sarebbe assurdo pretendere di avere un sistema calcio che va in controtendenza rispetto al resto del paese…




Accadde oggi 21.11

1926 Roma, campo Rondinella - Lazio-Casertana
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Ambrosiana 1-3
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Bologna 8-2
1952 Nasce a Scorzè (VE) Pietro Ghedin
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Pro Patria 2-0
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Monza 2-0
1979 Torino, - Torino-Lazio 0-0
1982 Foggia, stadio Pino Zaccheria – Foggia-Lazio 0-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 4-1
2004 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 2-1
2010 Parma, stadio Ennio Tardini - Parma-Lazio 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/11/2017
 

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