11 Ottobre 2017

Il viaggio e quelle trasferte d'altri tempi...
di Stefano Greco

Quella dell’11 ottobre 1981 è una data che a quasi tutti i laziali dice poco o niente, perché quel giorno si gioca un Brescia-Lazio tutt’altro che indimenticabile in una stagione tutta da dimenticare. Ma quel Brescia-Lazio è la scusa per parlare del viaggio, dell’avventura, delle trasferte di quell’epoca e dell’amicizia, ma anche di fratellanza, coraggio, incoscienza e follia che in quegli anni di piombo si univano formando un mix in molti casi esplosivo. E a volte ti chiedi che cosa ti passava per la testa, come hai fatto a uscirne indenne o quasi, ma sai che torneresti indietro subito pur di rivivere le sensazioni provate in quei viaggi avventurosi. Perché, d’altra parte, il viaggio altro non è che la metafora della vita.

Per questo ho amato fin dalle prime righe Il signore degli anelli, perché racconta la storia di un viaggio fatto da un gruppo di amici attratti dal fascino irresistibile dell’avventura e dell’ignoto. Un viaggio in cui il protagonista si aggrega ad un gruppo di sconosciuti perché ad unirli è lo stesso scopo, lo stesso ideale e la voglia di vivere una grande avventura. E gente che non si conosce e che mai si è vista prima, grazie a quel viaggio diventa gruppo, compagnia, un manipolo di fratelli uniti al punto da essere disposti a dare la vita gli uni per gli altri in tutte le battaglie che sono costretti ad affrontare.

Conosco la metà di voi soltanto a metà e nutro per meno della metà di voi metà dell’affetto che meritate”. In questa frase che John Ronald Reuel Tolkien fa pronunciare a Bilbo Baggins, ho trovato tanta verità. Perché da ragazzo, quelle sensazioni le ho provate viaggiando in lungo e in largo per l’Italia, spesso e volentieri in compagnia di pochi e a volte di sconosciuti. Perché il vero regno di ogni tifoso, non è lo stadio di casa, ma la curva o il settore ospiti dello stadio dove gioca quel giorno in trasferta la tua squadra. Ed è il viaggio, quasi sempre, la cosa che ti resta più impressa a distanza di anni, di decenni. Il tragitto, a volte avventuroso e tortuoso, fatto per arrivare a destinazione; i volti dei compagni di viaggio; le avventure collegate a quelle migliaia di chilometri che hai percorso in nome di un ideale, solo per esserci. Anche la paura per l’ignoto. Perché andare all’Olimpico è routine, perché quello stadio è casa e la via che conduci lì dentro è conosciuta, senza insidie e senza sorprese. Mentre ogni trasferta, è una vera e propria avventura.

Ho perso il conto di quante partite ho visto in vita mia, di quanti chilometri ho percorso, di quanti soldi ho speso per andare al seguito della Lazio, in Italia e in Europa, nella buona ma soprattutto nella cattiva sorte. Ma le ricordo tutte, perché molte di quelle avventure hanno segnato in un certo senso la mia vita. Perché mi hanno insegnato il valore dell’amicizia, della fratellanza, l’importanza del dividere quel poco che si ha con gli altri. L’arte di sapersi arrangiare, di trovare a volte dentro di me quel qualcosa che neanche sapevo di avere: coraggio in testa. Ma quei viaggi mi hanno insegnato anche a riconoscere i veri amici da quelli che ti stanno intorno per interesse e per convenienza, perché solo lontano da casa vedi il vero volto delle persone che hai intorno.

All’inizio degli anni Ottanta, i palcoscenici in cui recita la Lazio non sono più quelli dei grandi teatri calcistici di Milano, Napoli e Firenze. Ma piccoli teatrini di provincia, di città che hanno nomi conosciuti se non solo anche e soprattutto grazie al calcio. In quei piccoli stadi, quindi, anche in 100, sembri un piccolo esercito, soprattutto se hai portato con te tanti striscioni in grado di tappezzare l’intera gradinata. Proprio come succede l’11 ottobre del 1981 a Brescia, in una di quelle trasferte impossibili da dimenticare anche a più di 35 anni di distanza.

Dopo la promozione sfumata all’ultima giornata la stagione precedente, la Lazio è partita male in campionato, quindi non c’è entusiasmo e non si riesce neanche ad organizzare un pullman: e il treno, costa troppo. Ci ritroviamo come ogni giovedì pomeriggio a via Simone de Saint Bon e con Marco Gazzarrini decidiamo di andare comunque. “Anche perché vengono alcuni amici del Toro”, mi dice, “quindi non possiamo dargli buca. Anche se in pochi ma buoni, dobbiamo andare”. E mi convince subito. L’avventura della compagnia inizia il sabato sera. Niente piazza Euclide, niente discoteca o feste con gli amici. Mi vesto da battaglia con camperos, jeans, giubbotto con la pelliccia, cappellino di lana, occhiali scuri e guanti. Prendo il vespone e parto. In tasca, come sempre, pochi soldi: quelli per il biglietto e per l’autostrada, più qualche migliaio di lire per mangiare. E l’attrezzatura per rimediare la benzina che serve: un tubo di gomma e una tanica per fare il “succhio”. L’appuntamento è a via Simone de Saint Bon, verso le dieci di sera, per prendere gli striscioni in sede. La macchina la mette Marco Gazzarrini, che è il più grande della compagnia, quindi anche il capo indiscusso. Il piano è quello di fare un succhio subito a Roma per rimediare la benzina per fare i primi 200 chilometri, poi di arrivare a Firenze dopo mezzanotte, uscire dall’autostrada e cercare qualche via buia per fare il pieno. E così facciamo. Di solito, puntiamo le macchine di grossa cilindrata, perché sono quelle che hanno il serbatoio più capiente. Troviamo una Mercedes che è perfetta, anche perché il proprietario l’ha parcheggiata sotto un lampione spento, quindi, completamente al buio. In due si mettono a fare da pali, Marco resta al volante, io vado a fare il “succhio” con tubo e due taniche di benzina. Apro lo sportellino posteriore, svito il tappo, inserisco il tubo fino in fondo e aspiro forte: ma il serbatoio è talmente pieno che non faccio a tempo a staccare il tubo che mi ritrovo con la bocca piena di benzina. Quasi svengo, ma riesco a infilare il tubo nella tanica da venticinque litri che si riempie in un amen, come la seconda. Ricordo le facce degli altri, che sembrano quelle di un gruppo di amici che ha appena fatto 12 al Totocalcio. Abbiamo la benzina per arrivare a Brescia e abbastanza per tornare indietro, ma io sto malissimo. Dopo qualche chilometro chiedo a Marco di accostare e vomito, ma quel sapore non va via. Però mi addormento.

Viaggiamo tutta la notte, andando piano, per consumare di meno ma anche per non rischiare di arrivare troppo presto a Brescia, perché girare in pochi in quella città non è consigliabile. Ci aspettano e lo sappiamo, perché anche se non c’è internet certi tam-tam viaggiano lo stesso e arrivano velocemente a destinazione. Loro sono appena retrocessi e noi siamo reduci da una promozione svanita all’ultima giornata: e sia il Brescia che la Lazio hanno iniziato malissimo la nuova stagione. Quindi, l’ambiente è ancora più elettrico. A Brescia abbiamo appuntamento alla stazione con un altro gruppo di amici che arrivano in macchina da Roma e con 3-4 ultras granata che arrivano in treno da Torino. Non esiste un gemellaggio, ma è nata un’amicizia grazie alla vicenda dello striscione dedicato a Radice, che si è rinforzata in occasione delle due finali giocate e perse dal Torino contro la Roma negli ultimi due anni e che si rafforza ancora di più alla fine di quella stagione, quando saliamo a Torino per la finale di Coppa Italia con l’Inter. Un’altra trasferta avventurosa, con la notte passata a dormire nello stanzone di un club, con gli striscioni che fanno da materassi e da cuscini.

Arrivati a Brescia, non abbiamo abbastanza soldi per permetterci di mangiare qualcosa in qualche osteria, ma in macchina con noi c’è un ragazzo che ha il padre che fa il ferroviere e ha dietro la tessera. Andiamo quindi a mangiare alla mensa dei ferrovieri della stazione, con una sola tessera e spacciandoci tutti per figli di macchinisti, capi treno e controllori. Appena arrivano i quattro da Torino andiamo a fare la conta: siamo in tutto 15, divisi in tre macchine. Viaggiamo verso lo stadio e parcheggiamo in una via vicino al Rigamonti, alle spalle del settore ospiti. Incontriamo anche Gianni Elsner e il gruppo di amici con cui viaggia di solito, quindi quando entriamo in Curva siamo una trentina, ma con 6-7 striscioni con cui tappezziamo metà settore, così in televisione la curva sembra quasi tutta nostra. Dietro di noi, si sistemano alcuni agenti della Digos, chiaramente in borghese. Quando entrano in campo le squadre, appena Marco Gazzarrini accende una torcia, da dietro le prendono e lo portano via, senza dargli neanche il tempo di fiatare. Proviamo a reagire, ma ci ritroviamo circondati da una ventina di agenti di polizia in assetto da guerra. Io, dopo Gazzarrini, sono il più “alto in grado” del gruppo, quindi vado a parlare con un ispettore che mi assicura che Marco è stato portato in questura solo per accertamenti e che sarà rilasciato alla fine della partita.

Durante l’incontro, la situazione è abbastanza tranquilla, anche se i cori, alcuni striscioni e certi movimenti dall’altra parte ci fanno capire che il peggio arriverà alla fine della partita. A dieci minuti dal termine, scoppia il putiferio: Speggiorin viene falciato in area e l’arbitro, proprio sotto di noi, indica il dischetto del rigore. Per noi! Si accende una mezza rissa in campo, che costa un cartellino rosso a Vagheggi, quindi restiamo in dieci. Ma Viola segna l’1-0 per la Lazio e la curva dall’altra parte inizia a svuotarsi. Ci prepariamo al peggio, ma la polizia impedisce ai bresciani di entrare nel nostro settore e, quindi, qualsiasi possibilità di contatto. Finita la partita, fuori ritroviamo Marco, sorridente perché la Lazio ha vinto ma incazzato: “Mi so fatto più di 1100 chilometri per non sentire neanche la partita alla radio, con un paio di poliziotti romani e romanisti che gufavano e mi dicevano che perdevamo 3-0”. La situazione sembra tranquilla, quindi andiamo abbastanza rilassati verso le macchine. A bordo abbiamo materiale in abbondanza per difenderci e apriamo il portabagagli giusto in tempo, perché dal fondo della via si materializzano all’improvviso circa 300 bresciani, tra cui metalmeccanici e autonomi. Sono brutti, grossi, ma soprattutto sono tanti. Insieme a noi, c’è Francesco Benigni, uno dei miei amici di avventure (di stadio) di quegli anni, uno folle al punto da sfidare da solo un’intera curva veronese sventolando un bandierone della Lazio al Bentegodi. Uno che non ho mai frequentato fuori dal calcio ma con cui sono andato ovunque, perché è uno di quelli che vorresti avere sempre vicino in certi momenti. Ha il mito dei parà e si è arruolato giovanissimo. Ho perso le sue tracce da anni, qualcuno mi aveva anche detto che era addirittura morto, ma proprio grazie a questo libro ho scoperto che è vivo e vegeto ed è diventato maresciallo istruttore della Folgore. Quando vedo quel gruppo che avanza, penso: “Siamo fatti, fregati”. Non faccio neanche a tempo a ragionare, che Francesco si sfila la cinta, sradica un palo di legno di quelli messi a sostegno degli alberi appena piantati per farli crescere dritti e dice: “Carichiamo!”. Carichiamo??? Noi siamo 15 e loro venti volte di più, penso, ma quando mi giro per dissuaderlo, Francesco è già partito, urlando “Odino, odino”… Un pazzo, ma noi più pazzi di lui perché lo seguiamo e partiamo all’assalto, urlando con tutto il fiato che abbiamo nei polmoni per darci coraggio. Tra i bresciani, quelli delle prime file restano fermi, ma gli altri scappano, rendendo meno impari la lotta.

Non lo so quanto è durata, ma so che ne siamo usciti lividi ma vivi e che, a ripensarci, sembravano veramente la Compagnia dell’anellocon Francesco Benigni nei panni di Aragorn; o meglio il gruppo di nani guidato da Thorin Scudodiquercia della saga di Lo Hobbit. Anche se scrivendo, quel momento lo accosto di più alla celebre frase pronunciata da Gimli, il nano membro della Compagnia dell’anello, quando, prima di scendere in battaglia contro un nemico decisamente superiore in numero e armamento, dice:“Certezza di morte. Scarse possibilità di successo. Che cosa aspettiamo?”. Alla fine, non ricordo neanche come e perché, ma tutto finisce e all’improvviso ci ritroviamo a parlare con i “nemici”, con il rispetto che c’è tra due eserciti di coraggiosi alla fine di una battaglia. Non abbiamo certo vinto, ma ne siamo usciti vivi e solo grazie al coraggio e alla follia di Francesco Benigni. È solo una delle tante avventure di quegli anni folli ma fantastici, ma a distanza di tanti anni conservo un piacevole ricordo di quella trasferta di Brescia, di una delle poche domeniche felici di quell’annata disastrosa e, soprattutto, dei viaggi di quegli anni al seguito della Lazio. Anche se erano anni di Serie B, di viaggi avventurosi verso piccole città sperdute, domeniche passati in stadi in cui gli spalti erano panche di legno montate su tubi Innocenti o settori formati da una dozzina di gradini di cemento, in cui ci radunavamo per fare gruppo ed eravamo sempre gli stessi. Dove non c’era traccia di quelli che oggi si ergono a giudici assegnando o togliendo patenti di Lazialità...




Accadde oggi 19.10

1919 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 3-1
1930 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-1
1941 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Inter 1-0
1952 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 1-2
1958 Ferrara, stadio Comunale - Spal-Lazio 0-3
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 5-1
1975 Perugia, stadio Pian di Massiano - Perugia-Lazio 2-0
1999 Maribor, Stadion Ljudski Vrt - NK Maribor-Lazio 0-4
2003 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 1-0
2008 Bologna, Stadio Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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