07 Ottobre 2017

Auguri "Maestro", per sempre...
di Stefano Greco

Di Tommaso Maestrelli, che oggi avrebbe compiuto 95 anni, si è scritto e ho scritto di tutto e di più, perché è stato l’allenatore per eccellenza di questi 117 anni di Lazio. Nessuno può e potrà mai reggere il confronto con il “Maestro”, perché lui è stato unico, speciale. Come lo è stata la sua squadra, quella banda di pazzi che ha costruito con l’aiuto e l’intuito di Lenzini e Sbardella ma che solo lui poteva tenere unita. Oggi, quindi, non voglio ripercorre la carriera di Tommaso Maestrelli, ma voglio ricordare quell’anno magico e quel gruppo di cui il “Maestro” era il capo silenzioso ma anche il leader indiscusso, più di Giorgio Chinaglia. E lo voglio fare riproponendo quel magnifico racconto fatto 5 anni fa da Simona Ercolani e i suoi ragazzi in una puntata speciale di “Sfide” dedicata a Tommaso e ai suoi ragazzi. Vi avverto, questo film-racconto oltre ad essere un tuffo nel passato e un’immersione in un mondo che non c’è più (non solo quello calcistico o legato al mondo Lazio…) è un colpo al cuore. Perché ti lascia un magone figlio del rimpianto se quegli anni li hai vissuti intensamente, ma non può lasciare insensibile neanche chi i racconti di quella squadra folle e al tempo stessa straordinaria li ha avuti in eredità da un nonno o da un padre. I racconti delle imprese o delle bravate di uomini che giocavano a calcio con la stessa spregiudicatezza e fantasia con cui affrontavano la vita, guidati e a volte tenuti al guinzaglio da un “Maestro”, sia di calcio che di vita.

Sì, quella puntata di “Sfide” è stata veramente un colpo al cuore, perché Simona Ercolani con la sua sapienza nel raccontare storie di sport e di calcio mi ha regalato una perla da custodire gelosamente in quel forziere chiamato cuore. Così come Alex Zanardi, con la sua semplicità e la sua umanità, ha impreziosito un racconto da brividi, settanta minuti di  emozioni fortissime che in molti momenti hanno tracimato in lacrime che scendono lente e silenziose, ma irrefrenabili, ogni volta che me lo rivedo questo film-racconto che parte da Giorgio, dal calciatore simbolo di quel gruppo, idolo incontrastato e contestato di generazioni e generazioni di laziali per quello che ha fatto dentro e fuori dal rettangolo di gioco.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-230e0efd-bee4-49dc-94cd-dd43528c9804.html

In questo racconto ci sono luci e ombre di una vita straordinaria, quella dell’idolo d’infanzia di generazioni di laziali che si sono identificati in quel gigante, di gente che ha preso forza per alzare la testa dai suoi gesti, da quel dito puntato verso la Sud il giorno del derby, di quel 31 marzo che lui iniziò entrando negli spogliatoi della Roma prima della partita dicendo agli avversari “Vi aspetto in campo”, per regolare vecchi conti in sospeso. Una giornata finita con Long John che rifiutando la scorta della Polizia alla fine di quel derby vinto 2-1 in rimonta proprio grazie ad un suo gol sotto la Sud, uscì schernendo i tifosi della Roma, mentre in campo volava di tutto e la gente tentava di entrare sul terreno di gioco per vendicare quell’affronto. Quel 31 marzo segnò in un certo senso la fine di un’epoca, la fine del rapporto tra Chinaglia e la Lazio, perché da quel giorno in poi per Long John fu impossibile vivere a Roma. La moglie Connie scappata nel New Jersey dopo le offese e le minacce ricevute ogni volta che usciva per strada, Giorgio ospitato a casa Maestrelli e scortato ovunque dai compagni. Giorgio che insultato al cinema aspetta che si spengano le luci e poi stende con un pugno il tifoso della Roma che l’ha sfidato dandogli del “gobbo di merda”. Giorgio che tornando come dopo ogni partita a casa di Maestrelli quel famoso 31 marzo, sapendo dei danni fatti dai tifosi della Roma nel palazzo in cui abita il “Maestro” si arma di pistola e chiede a Oddi di accompagnarlo a regolare i conti, dicendo: “Tanto lo so chi è stato, andiamo a prenderli quei bastardi”,  con Oddi che sbianca e riesce a stento a farlo ragionare.

Palloni e pistole, questa è stata la storia incredibile di una squadra che Tommaso Maestrelli si è caricato sulle spalle come fa ogni grande uomo quando mette su famiglia. E il “Maestro” di famiglie ne aveva due: la sua e la Lazio. Tutte e due importanti, tutte e due che avevano come fondamenta i suoi insegnamenti, la sua pazienza, la sua saggezza e, soprattutto, la sua grande umanità.

La vita del “Maestro” e le imprese di Giorgio Chinaglia, sono state la colonna sonora della mia vita, le cartoline in bianco e nero della mia infanzia. Dal ricordo di quel 20 maggio del 1973 a Napoli, quando in crisi di pianto per la delusione per quello scudetto perso all’ultima giornata, per gli insulti e gli sputi ricevuti, fu lui a consolarmi e a scuotermi: “Non devi piangere, non gli devi dare quella soddisfazione, ci vendicheremo”. Cosìmi disse negli spogliatoi alla fine di quel Napoli-Lazio in cui perdemmo lo scudetto, in quel giorno indimenticabile che fa male come una ferita mai del tutto cicatrizzata iniziato con un assalto al nostro pullman e finito con una rissa pazzesca negli spogliatoi. Sì, perché quella era una squadra che viveva di pistole e palloni, ma anche di risse clamorose. I due clan si menavano negli spogliatoi di Tor di Quinto, rigorosamente separati, poi ritrovavano all’improvviso l’unione e diventavano quasi un monolite quando un avversario osava attaccare un compagno o qualcuno osava fare uno sgarbo alla squadra e quindi alla Lazio.

Si passava dalle partitelle del venerdì a Tor di Quinto che spesso e volentieri si trasformavano in vere e proprie corride, con migliaia di tifosi accalcati su quelle tribune costruite con tubi di ferro e panche di legno ad osservare divertiti e al tempo stesso preoccupati lo show dei due clan che si affrontavano in campo, alle risse come quella in occasione di Lazio-Ipswich, in cui non si salvò nessuno: dall’arbitro preso a calci e spintoni dopo il rigore inesistente assegnato agli inglesi (e dopo averne negato uno clamoroso per una parata sulla linea di un difensore dell’Ipswich sul 2-0 per noi) che mise fine ai sogni di rimonta (stavamo 2-0 e all’andata avevamo perso 4-0), alla caccia all’uomo che si scatenò poi negli spogliatoi. “Li abbiamo presi tutti a pugni dopo che uno di loro disse Italian bastard”.

Questa era la Lazio di Giorgio Chinaglia e di Tommaso Maestrelli, quella dei miei sogni in bianco e nero che la domenica si coloravano all’Olimpico, anche nelle giornate più buie. Come in occasione di quel Lazio-Verona, con la squadra sotto per 2-1 all’intervallo, i giocatori che litigavano in campo e il “Maestro” che, dall’alto della sua saggezza, sapendo che in quei 15 minuti nel chiuso di quelle quattro mura sarebbe potuto succedere di tutto, si mise davanti alla porta degli spogliatoi e disse ai suoi ragazzi: “Voi qui non entrate. Tornate subito in campo e aspettate lì gli avversari”. E gli undici pazzi tornano in campo a testa bassa, con la gente che non capiva. Quel rientro fu una scossa per tutti, poi qualcuno iniziò a urlare Lazio, Lazio e quel coro isolato diventò in un amen un boato assordante, con il prato dell’Olimpico trasformato in un’arena con quegli undici tori pronti a caricare gli avversari per travolgerli. “Quando rientrammo in campo e li vedemmo lì schierati che ci aspettavano, capimmo che non saremmo usciti vivi da qual campo”, mi disse anni dopo Zigoni in un’intervista. E così fu. Dal 2-1 per il Verona si passò al 4-2 finale per la Lazio in quella che per me resta la partita più bella di tutti i tempi.

E tutto per merito di Tommaso Maestrelli, perché quel rientro in campo immediato fu uno dei tanti colpi di genio di quell’uomo silenzioso che parlava soprattutto con lo sguardo, ma che ogni volta che apriva bocca riusciva con poche parole a mettere in riga un gruppo di pazzi scatenati. Gente che durante i ritiri si divertiva a sparare ai barattoli e alle sagome sistemate nel campo alle spalle dell’albergo, oppure alla lampadina del lume in camera perché a qualcuno faceva fatica alzarsi e premere l’interruttore per spegnere la luce. Martini fu il primo a portare una pistola, dopo poche settimane tutti avevano una pistola. E, chiaramente, se tutti avevano una pistola Giorgio Chinaglia non poteva non avere qualcosa in più, quindi si presentò in ritiro con un fucile Winchester, con una di quelle carabine che si vedevano nei film western. Perché lui era Long John, perché lui doveva avere sempre qualcosa di più bello, di più costoso o di più grosso degli altri.

Tra pistole, palloni, risse in campo e negli allenamenti, nel racconto di quella avventura si arriva al 12 maggio del 1974, il giorno in cui quella squadra entra nella leggenda. Di quel Lazio-Foggia ricordo tutto. Dalla mattina in cui uscii prestissimo con la scusa di andare in chiesa, invece corsi in edicola per comprare il Corriere dello Sport, letto e quasi divorato sulla terrazza condominiale per non essere pizzicato dai miei. Ricordo il tragitto da casa mia allo stadio, poco più di un chilometro a piedi e quel ponte passato a fatica perché letteralmente preso d’assalto da quella marea umana che andava verso l’Olimpico, come un popolo in pellegrinaggio verso un luogo di culto o la terra promessa. Ricordo gli scudetti tricolori distribuiti in omaggio da uno sponsor fuori dallo stadio, tolti e quasi strappati dal petto alla fine del primo tempo, con la partita inchiodata sullo 0-0 e il timore di rivivere a distanza di un anno esatto un’altra beffa. Ricordo l’ingresso in campo, lo stadio completamente avvolto di bandiere, la gente che riempiva ogni centimetro quadrato. Come dice Zanardiin quel film racconto, “ancora oggi, a distanza di 38 anni, quel record di presenze all’Olimpico fatto registrare in quel Lazio-Foggia non è mai stato battuto”. Ne sono passati 43 di anni, ma quel record non lo ha mai battuto nessuno e resisterà, per sempre!

Ricordo il gol di Giorgio su rigore, il boato infinito, il fischio finale di Panzino e le lacrime di gioia con la mente in cui rimbombavano quelle parole che mi aveva detto Giorgio un anno prima negli spogliatoi di Napoli: “Ci vendicheremo!”. E mai vendetta ha avuto sapore più dolce di quella in questi 50 anni di Lazio. Rivedere quelle immagini è bellissimo ma fa quasi male. Maestrelli quasi pietrificato al fischio finale, stretto dall’abbraccio soffocante di Gigi Bezzi e di Renato Ziaco mentre si copre il volto e si passa le mani tra i capelli, oggi fa quasi male. Ma non fa mai male come nel rivedere quella foto del “Maestro” che durante la malattia si affaccia dal balcone con al fianco Massimo e Maurizio, i suoi angeli custodi. E li stringe come a proteggerli, pensando a quello che sta per succedere, ma al tempo stesso per cercare di rubare, appoggiandosi sulle loro spalle, un po’ di energia per andare ancora avanti e per rubare un po’ di tempo al destino.

Sì, perché se quella malattia esplosa in tutta la sua drammaticità il 30 marzo del 1975 a Bologna ha segnato un po’ la fine della favola e di quella squadra, anche se il “Maestro” aveva ancora un’impresa da compiere, non meno leggendaria di quella legata alla conquista dello scudetto. Il 1 dicembre del 1975 Tommaso Maestrelli tornò, prendendo una squadra sull’orlo della retrocessione, orfana in quel drammatico finale di stagione anche di Chinaglia che, con la sua fuga improvvisa, lo aveva quasi tradito e pugnalato alle spalle. Ma nonostante tutto, Tommaso Maestrelli ha portato la Lazio alla conquista di una salvezza tanto drammatica quanto leggendaria. “E Dio disse Lazio”, recitava uno striscione posto dietro la porta del portiere del Como in quell’ultima drammatica partita in riva al lago, proprio in quella porta in cui Badiani segnò, su assist di Re Cecconi, il gol della salvezza. E forse è proprio così. Nel bene e nel male qualcuno dall’alto ci ha sempre dato una mano per rendere leggendaria la storia della Lazio e di quella squadra.

Gioie e dolori, vittorie leggendarie e tragedie laceranti come la morte prematura del “Maestro” e quella ancora più assurda di Luciano Re Cecconi. Tutto riaffiora all’improvviso, emozioni che salgono da dentro e che ti riportano alla mente quella che era per te allora la Lazio: un qualcosa che al momento sta chiuso nel cassetto, perché di quella Lazio e di quella Lazialità oggi c’è ben poco. Eppure i colori sono sempre gli stessi, il simbolo pure, ma nessun gol di oggi riesce a strapparmi emozioni forti come il racconto dell’ultimo pellegrinaggio da parte della squadra nella stanza del “Maestro” in fin di vita, per raccontargli l’impresa di un derby vinto per lui, con posta in calce la firma di Bruno Giordano: proprio lui, quell’ultimo figlio a cui Tommaso aveva consegnato la pesante eredità del suo figlio prediletto, Giorgio Chinaglia. Vedo le immagini a colori di Giorgio Chinaglia che entra in Curva accolto da quel coro “Giorgio Chinaglia, è il grido di battaglia”  che risuona come un boato che scuote cuore e anima. Poi penso che questo oggi non potrebbe succedere mai, perché anche se questa è una Lazio infinitamente più ricca e vincente di quella che stava scivolando verso la retrocessione, è povera di valori e non ha un briciolo di quella Lazialità che ci ha portato a sopportare di tutto nelle vita: dagli scandali alle retrocessioni, dai giocatori arrestati alle morti tragiche, dai tradimenti dentro e fuori dal rettangolo di gioco al rischio di sparire dalla mappa del calcio. Ma sempre con orgoglio, sempre a testa alta, sempre con dentro la forza di ribellarsi a quel destino. E ora mi chiedo dove sia finita quella rabbia e quella voglia di ribellarsi, in questo ambiente che si fa scivolare tutto addosso. E sogno di svegliarmi un giorno da questo incubo, di poter rivivere le emozioni vissute in quegli anni e che rivivo grazie ai 70 minuti di questo film passati tra lacrime e sorrisi, rivedendo il film della mia vita e di una Lazio che non c’è più: con le lacrime che scendevano irrefrenabili su quell’ultimo fotogramma in bianco e nero di Maestrelli sulle spalle di Giorgio Chinaglia. Auguri “Maestro”, per sempre…




Accadde oggi 19.10

1919 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 3-1
1930 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-1
1941 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Inter 1-0
1952 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 1-2
1958 Ferrara, stadio Comunale - Spal-Lazio 0-3
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 5-1
1975 Perugia, stadio Pian di Massiano - Perugia-Lazio 2-0
1999 Maribor, Stadion Ljudski Vrt - NK Maribor-Lazio 0-4
2003 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 1-0
2008 Bologna, Stadio Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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