06 Ottobre 2017

C'era una volta il campionato più bello del mondo...
di Stefano Greco

Il tam-tam mediatico presenta una Serie A rinata, un mondo quasi resuscitato dagli investimenti fatti dai gruppi stranieri che hanno rilevato tre dei 6 club più importanti del nostro calcio, ma la realtà è molto diversa da quella che viene presentata o sbandierata. Gli stadi italiani sono i più vuoti d’Europa, la Serie B è abbandonata a se stessa dopo l’uscita di scena di Andrea Abodi, la Serie A commissariata da mesi e di fatto paralizzata a causa delle lotte di potere tra i grandi club, preoccupati solo di assicurarsi i posti di controllo nelle stanze dei bottoni e, soprattutto, di dividersi la torta dei diritti tv. Quello che c’è dietro le quinte di questo palco, quello che però i presidenti di Serie A preferiscono non dire per non ammettere pubblicamente il loro fallimento, è che i primi 8 anni di vita della Lega di Serie A sono stati a dir poco fallimentari. Nata di fatto con lo scopo di gestire la vendita collettiva dei diritti tv dopo la legge Melandri, la Lega di Serie A non è riuscita a far emergere il vero valore del calcio italiano. Anzi, ha contribuito ad allargare il divario economico tra piccole e grandi squadre e litigando per la spartizione del bottino i club hanno perso il passo con il resto dell’Europa: il campionato è sempre meno interessante (20 squadre sono troppo per quello che offre oggi il mercato italiano) e dall’inizio del terzo millennio le nostre squadre (quelle che nel decennio 1990-2000 avevano dominato la scena vincendo 4 Coppe dei Campioni, 3 Coppe delle Coppe e 7 Coppa Uefa con 4 finali tutte italiane) hanno vinto appena 3 Champions League, l’ultima delle quali addirittura 8 stagioni fa. E mai l’Europa League, dove una squadra italiana non arriva neanche all’atto finale da addirittura 18 anni, ovvero dalla finale vinta dal Parma di Crespo e Veron a Mosca contro il Marsiglia. Un flop a livello internazionale dovuto al fatto che il livello tecnico della Serie A è crollato.

In quello che una volta era il campionato più bello del Mondo, al punto che anche squadre di seconda o terza fascia come Bologna e Brescia si potevano permettere di schierare grandi campioni come Roby Baggio e Beppe Signori o dove all’inizio degli anni Ottanta l’Udinese annoverava tra le sue fila Zico (il Neymar di oggi…) che aveva preferito il campionato italiano e il Friuli al Barcellona o al Real Madrid, ora non ci sono più grandi campioni. Prima importavamo il meglio del calcio mondiale, ora lanciamo al massimo i campioni stranieri che poi volano in Inghilterra, in Spagna e perfino in Francia a caccia di ingaggi faraonici. E non riusciamo a tenerci stretti neanche i giocatori italiani di talento, cosa impensabile fino a 10 anni fa.

La causa principale di questo fallimento, di questa retrocessione del calcio italiano? La prima, è senza dubbio l’incapacità da parte della Lega di Serie di A di monetizzare il proprio prodotto. E questo è evidente. I motivi? Da un lato c’è l’assoluta mancanza di un vero manager capace di valorizzare il prodotto, un po’ come fece David Stern quando assunto dai club della NBA riuscì a trasformare il campionato di basket in un business che oggi produce quasi 4 miliardi di euro di fatturato e solo utili, mentre l’intero calcio europeo fattura (con 716 club contro i 30 della NBA…) tra campionati e coppe fattura 15 miliardi di euro producendo solo debiti, perché tranne il Bayern Monaco nessun club di prima fascia in Europa chiude il bilancio in pareggio o producendo utili. E l’NBA è l’ultima delle leghe americane per fatturato, perché la NFL fattura 7,8 miliardi di euro e la MLB (la Lega di baseball) fattura 5,9 miliardi di euro all’anno. Il tutto, grazie al lavoro dei Commissioner, che sono dei veri e propri manager a chi i club che fanno parte della Lega affidano la vendita e la gestione dell’intero prodotto.

E qui arriviamo all’altro motivo che ha portato al crollo del calcio italiano. I grandi club, preoccupati solo di mantenere lo status quo per non mettere a rischio il loro predominio (la spartizione delle fette più grandi della torta dei diritti tv e la partecipazione alle coppe europee), non affiderebbero mai la Lega ad un manager in grado di mettere su un giocattolo in cui non vincono sempre gli stessi e i soldi vengono ridistribuiti in modo equo, non in base al blasone o al bacino d’utenza.

E così, lottando per mantenere l’orticello interno, il giocattolo si è rotto: la Serie A ha prima ceduto il passo alla Premier League, poi si è dovuta inchinare alla Liga spagnola e alla Bundesliga tedesca, ed ora rischia addirittura di essere sorpassata dalla Ligue 1 francese. Perché? Per la forza economica dei club, ma anche perché sono campionati più interessanti del campionato italiano, Premier League in testa. E a dirlo sono soprattutto le tv che investono miliardi di euro per assicurarsi i diritti dei principali campionati europei, che aprono senza problemi i cordoni della borsa per comprare le immagini della Premier o della Liga, mentre per avere il calcio italiano cercano di spendere il meno possibile. E questo è un paradosso per un campionato che deve il 61% dei propri ricavi proprio alla vendita dei diritti televisivi. Già, perché in nessun altro paese europeo la dipendenza economica è così sbilanciata. In Inghilterra, dove la Premier League ha appena venduto il suo prodotto incassando 2,3 miliardi di euro l’anno, le entrate dei diritti tv pesano appena per il 53%, mentre negli altri campionati (Liga in testa) siamo addirittura sotto la soglia del 50%.

Ma ci sono numeri ancora più preoccupanti per il futuro: negli ultimi anni, le cinque maggiori leghe europee hanno visto crescere il valore del loro prodotto in modo esponenziale, con un picco del +104% rappresentato dal rinnovo del contratto della Liga (in Spagna per la prima volta i diritti tv sono stati venduti collettivamente), mentre l’Italia si è dovuta accontentare di un modestissimo +19%, l’incremento più basso tra le cinque grandi leghe. Anche la Ligue 1 francese ci ha superato, visto che con l’ultimo contratto ha incassato il 26% in più, mentre la Premier League (+71%) e la Bundesliga (+83%) sono lontane anni luce da quello che una volta era “il campionato più bello del mondo”, quello che tutti volevano vedere. In termini di entrate complessive (inclusa la vendita dei diritti all’estero), guida la Premier League con 3,8 miliardi l’anno, seguita dalla Liga Spagnola con 1,6 miliardi, dalla Bundesliga con 1,4 miliardi, mentre il campionato italiano è fermo a 1,14 miliardi e la Ligue 1 è salita a 807 milioni di euro.

Insomma, siamo arrivati al paradosso che la Lega che più di ogni altra dipende dai soldi delle TV è, paradossale, quella che riesce a valorizzare meno il proprio prodotto. Anche perché non abbiamo un manager a dirigerla e tranne qualche rara eccezione siamo davanti all’assoluta incapacità da parte dei nostri club nello sviluppo del settore marketing e nella capacità di costruire stadi di proprietà. Perché? Per il semplice motivo che in Italia non si punta a costruire lo stadio, ma a sperare di fare con quello che non c’entra nulla con lo stadio, che è solo lo specchietto per le allodole per costruire altro. In parole povere, per speculare con la scusa del calcio.

Insomma, il risultato è questo: pochi soldi dalle TV (rispetto alle altre leghe), stadi sempre più vecchi e vuoti. È colpa delle TV, dice qualcuno. Sbagliato. In Inghilterra e in Germania incassano più di noi dalle tv e hanno un indice di riempimento degli stadi che supera il 93% della capienza degli impianti, mentre in Italia siamo passati dal 55,12% della stagione 2015-2016 (il punto più basso di sempre…) al 54,58% della stagione 2016-2017.

Insomma se all’estero l’obiettivo è quello di finanziare l’industria del pallone con l’obiettivo di aumentare sia lo spettacolo che la competitività di tutti i club, in Italia il vero interesse dai presidenti di Serie A è quello di incassare qualche soldo in più dalle TV ma, soprattutto, di non alterare gli equilibri. Risultato, lo scudetto lo vince da sei anni consecutivi la Juventus, la qualificazione per le coppe europee è una questione che riguarda sempre le solite squadre e a retrocedere sono quasi sempre quelle appena salite in A, perché il divario tra Serie A e Serie B è abissale e i club che salgono si accontentato di fare un giro di giostra e di avere un altro paio d’anni di grandi entrate grazie allo scivolo garantito a chi scende dalla A alla B. Un sistema più assistenzialistico che industriale. Un problema che nei suoi otto anni di vita la Serie A non ha mai voluto affrontare seriamente, perché è una questione politica che rischia di frantumare ancora di più una Lega già divisa, come dimostra l’incapacità di eleggere un presidente che la guidi.

Un esempio di come vengono gestite le cose in Italia, partendo dalla ripartizione dei soldi dei diritti TV? Da noi le prime 5 squadre si dividono il 44% della torta con la prima della classe (la Juventus) quasi 5 volte quello che prende l’ultima in classifica. Parliamo di qualcosa come 81 milioni di euro in più. Come può esserci concorrenza? In Inghilterra, la squadra più ricca (il Manchester United) incassa appena una volta e mezza in più di quello che prende l’ultima: 48 milioni di differenza. Una ripartizione che ha permesso al Leicester di incassare 100 milioni di sterline al termine della stagione 2014-15 e di vincere così lo scudetto l’anno dopo. In Italia è impossibile, utopia. E il divario è destinato ad aumentare di anno in anno, rendendo le squadre di seconda e terza fascia sempre meno competitive e il campionato meno interessante. C’era una volta il campionato più bello del mondo. Oggi, al suo posto c’è una Lega di gente che litiga per la spartizione della torta, una governante che sta affondando il calcio italiano che, lentamente ma inesorabilmente, sta morendo tra l’indifferenza generale e l’incapacità di chi può di fare qualcosa per evitare che questo accada…




Accadde oggi 19.10

1919 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 3-1
1930 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-1
1941 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Inter 1-0
1952 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 1-2
1958 Ferrara, stadio Comunale - Spal-Lazio 0-3
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 5-1
1975 Perugia, stadio Pian di Massiano - Perugia-Lazio 2-0
1999 Maribor, Stadion Ljudski Vrt - NK Maribor-Lazio 0-4
2003 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 1-0
2008 Bologna, Stadio Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

135.087 titoli scambiati
Chiusura registrata a 0,735
Variazione del +1,24%