05 Ottobre 2017

Bruno Giordano, una vita sulle montagne russe
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

“Chi sceglierei tra Lazio e Napoli come squadra della mia vita? E chi sceglierei Stefano mio… la Lazio tutta la vita e senza ombra di dubbio. Perché la Lazio è stata la mia vita, sedici anni meravigliosi e indimenticabili, perché quel cordone ombelicale, anche se è stato tagliato, in realtà non si è mai interrotto del tutto, mentre Napoli è stata solo una parentesi. Bellissima, perché lì ho vinto e ho giocato con il calciatore più forte di tutti i tempi, ma una parentesi. Perché io sono nato e morirò laziale, con quella maglia celeste e il numero nove bianco sulle spalle che è come un tatuaggio disegnato in modo indelebile sulle spalle. E sarebbe straordinario tornare un giorno alla Lazio per completare il mio percorso sportivo”.

In queste parole con cui ho chiuso il capitolo che gli ho dedicato in “Maledetto nove”, c’è tutto Bruno Giordano: il campione, l’idolo di generazioni di laziali, l’amico. Oggi esce la sua autobiografia, “Bruno Giordano, una vita sulle montagne russe”, il libro che ha scritto a quattro mani con Giancarlo Governi. Ed esce non a caso il 5 ottobre, in un giorno che ha un significato speciale per lui e perogni laziale, specie per chi, come me, quel 5 ottobre del 1975 stava a Genova, seduto sugli spalti del vecchio Stadio Marassi. E non c’è bisogno di filmati, di rivedere foto o di chiudere gli occhi per facilitare il ricordo per rivedere le immagini di quella prima domenica di campionato, del giorno in cui Bruno Giordano, attaccante della Primavera Campione d’Italia, ha fatto il suo esordio in Serie A, al fianco del suo grande idolo: Giorgio Chinaglia. Succede alla prima di campionato della prima stagione senza Tommaso Maestrelli in panchina, quando Corsini lo chiama in prima squadra per fare la spalla di Chinaglia e formare con Garlaschelli un tridente offensivo inedito, Giordano si trova a meraviglia. Sì, perché nella Primavera allenata da Paolo Carosi Bruno non ha giocato da centravanti, ma come spalla di Ernesto Apuzzo, centravanti grosso, ruvido e sgraziato come Giorgio Chinaglia che, nelle giovanili, ha segnato valanghe di gol. Più di Bruno. E, come Chinaglia, anche Apuzzo è arrivato da Napoli. Giordano, quindi, è abituato a girare a largo, a svariare, ad infilarsi negli spazi che gli apre a spallate Apuzzo. Per questo, quando Corsini lo chiama in prima squadra per fare la spalla di Chinaglia e formare con Garlaschelli un tridente offensivo inedito, Giordano si trova a meraviglia. E il copione si ripete: difesa attirata da Chinaglia, Giordano si infila nello spazio e, raccogliendo un tiro-cross ribattuto si ritrova da solo al limite dell’area e con ilpallone tra i piedi e spara di destro con l’incoscienza dei suoi 19 anni: e con quel tiro batte Cacciatori, che in futuro sarà suo compagno di squadra, segnando il suo primo gol in Serie A e regalando alla Lazio una vittoria che a fine stagione risulterà decisiva. Sembra un film, invece è realtà.

“È successo il 5 ottobre del 1975, una di quelle date impossibili da dimenticare, che ti restano per sempre scolpite nella mente. Puoi dimenticare tutto nella vita, ma non il giorno in cui ti sei innamorato, quello in cui sono nati i tuoi figli e, per un calciatore, la data in cui hai fatto l’esordio in Serie A o quando hai segnato il primo gol. E, per me, queste ultime due sono legate allo stesso giorno: il 5 ottobre del 1975, Stadio Marassi di Genova, Sampdoria-Lazio. Per un ragazzo che fa l’esordio a 19 anni è già difficile dimenticare, se poi l’esordio è bagnato con un gol al novantesimo che dà la vittoria alla tua squadra, è impossibile. Quelle immagini e quelle sensazioni te le porti appresso per tutta la vita e quando chiudi gli occhi e le rivivi il ricordo non può non provocarti dei brividi. Mi ricordo che dopo il gol ho cominciato a correre per il campo con le mani sul viso, sembravo un pazzo, non sapevo dove andare o chi abbracciare. E, se non mi avessero fermato, forse correrei ancora. Vedi, la vita è fantastica perché ti regala questi momenti, perché a volte trasforma i sogni in una realtà che è ancora più bella di come l’avevi immaginata nel sogno. Per anni, facendo il raccattapalle, avevo sognato di indossare quella maglia, di giocare al fianco di Martini, Wilson, Pulici, Re Cecconi, D’Amico, con gli eroi che avevano vinto lo scudetto. E, soprattutto, con Chinaglia. Riuscire a coronare il sogno è stato incredibile e, nel momento in cui ho segnato, in un istante mi sono passate davanti agli occhi le immagini di tutta la mia vita, come un film che va a velocità pazzesca. Ho pensato ai sacrifici fatti, alle tante persone che mi avevano consigliato ed aiutato ad arrivare fino a lì”.

Una di quelle persone si chiamava Paolo Carosi, maestro di calcio e di vita. Si chiamava, perché il “maestro” di Giordano e di tanti ragazzi di quella generazione è volato via qualche anno fa, anche lui come Tommaso Maestrelli troppo presto. E, quel giorno, in chiesa c’erano tutti i suoi ragazzi, con Bruno in testa, per portare in spalla la bara in segno di affetto e riconoscenza e per salutarlo e ringraziarlo per l’ultima volta.

“Purtroppo Paolo non c’è più, ed è un’assenza che pesa. Prima c’erano dei rapporti veri, soprattutto nelle giovanili. Non era solo un discorso di rispetto reciproco tra giocatore e allenatore, ma c’era quasi un rapporto padre-figlio. E Paolo era uno di quelli che, oltre a darti sempre il consiglio giusto al momento giusto, ti educava, ti dava i principi e le linee guida da seguire: ma senza farti pesare l’età o il ruolo. Più che dal punto di vista tattico, mi ha insegnato molto a livello umano. Ed è per questo che, a distanza di tanti anni, persone come Paolo o come Guenza vengono ricordate da tutti quelli che sono passati per il settore giovanile. Perché erano dei veri e propri punti di riferimento. Come lo era il presidente del settore giovanile dell’epoca Di Stefano. Se tu avevi bisogno di qualcosa, loro c’erano. La Lazio non era una società ricca dal punto di vista economico, ma lo era a livello umano, grazie a tante persone che ti facevano sentire sempre veramente uno di famiglia. E non è un modo di dire, perché noi eravamo veramente una famiglia. E lo dimostra il fatto che, dopo più di 40 anni, siamo ancora tutti legati: quelli che hanno sfondato, come quelli che si sono un po’ persi o che non hanno avuto la fortuna di arrivare. Prima le società erano composte da persone che consideravi amici, fratelli, ora sono solo aziende, in cui tutti pensano più all’immagine e al guadagno che ad instaurare rapporti. Anche perché oggi stai qua, ma magari domani stai dall’altra parte del mondo. E allora ti interessa poco conoscere veramente chi hai intorno a te”.

Gli manca Paolo Carosi, manca a lui come a noi che lo abbiamo vissuto quel calcio giocato da uomini ancor prima che da professionisti e gli manca Maestrelli. Di lui, di Tommaso, si è sempre parlato quasi solo ed esclusivamente come un maestro di vita, come di un uomo dotato di una sensibilità, di un’umanità e di un’intelligenza fuori dal comune perché, solo possedendo queste doti si poteva tenere a bada quel gruppo di pazzi. Poco, troppo poco, si è parlato del Maestrelli allenatore di calcio.

“Io penso che sia troppo limitativo parlare sempre delle doti umane di Tommaso, che sia come fargli un torto, sottovalutare o far passare in secondo piano il suo lavoro dal punto di vista tecnico e tattico. Perché di lui si parla sempre come di un grande papà che teneva a bada una famiglia piena di figli ribelli, mentre lui è stato un vero innovatore, uno dei primi a giocare a zona, uno che ha cambiato il calcio italiano come e più di Sacchi, ma senza aver avuto la fortuna, soprattutto a livello mediatico, di allenare un grande club come il Milan, l’Inter o la Juventus. Lui era fantastico anche sotto l’aspetto tecnico e dal punto di vista tattico, per come ti faceva ripetere certi movimenti, per come studiava gli avversari e preparava le partite. La squadra del 1973, forse ancora più di quella del 1974, credo sia stata la Lazio più bella della storia: per come giocava a calcio e per la ventata di novità che ha portato. Poi, Maestrelli, a questa abilità abbinava anche delle doti umane fuori dal comune. Perché a lui bastava guardarti negli occhi per entrarti in testa, per capire cosa provavi e cosa pensavi. Era un rapporto fatto di sguardi più che di parole e lui trattava ogni giocatore in un modo diverso. Non per favoritismo, per simpatia o antipatia, ma perché ognuno di noi aveva bisogno di essere preso per il verso giusto per rendere al massimo. Ricordo il giorno in cui dopo la partenza di Chinaglia per gli Stati Uniti mi diede ufficialmente la maglia numero nove, il 2 maggio, negli spogliatoi dello stadio di Firenze. Non mi disse nulla ma, guardandomi negli occhi, capì che ero teso. All’epoca il riscaldamento non si faceva in campo, ma nei corridoi, con il rumore dei tacchetti sul marmo o sul pavimento che aumentava la tensione del momento. Ricordo che, all’improvviso, mi chiamò e mi disse: ‘Bruno, mettiti la cuffia che c’è Sandro Ciotti che ti deve parlare per un’intervista alla radio’. Mancavano venti minuti all’ingresso in campo, smisi di correre e mi misi la cuffia in testa cominciando a fare ‘pronto, pronto, sono Bruno Giordano…’, ma solo dopo un po’, vedendo Maestrelli che sorrideva insieme a Ziaco, capii che dall’altra parte non c’era nessuno e che lui aveva montato quella messa in scena per farmi sbollire un po’, per far calare la tensione. Risultato, entro in campo e dopo appena 8 minuti segno il gol che porta in vantaggio la Lazio. Anche in questo si vedeva la grandezza dell’uomo e dell’allenatore”.

Potrei andare avanti e scrivere pagine e pagine per raccontare Bruno Giordano: l’idolo e il calciatore, poi l’uomo e l’amico. Ma mi fermo qui. E aspetto con ansia di leggere la sua autobiografia. L’altro giorno mi ha chiamato Giancarlo Governi per ringraziarmi, perché per scrivere il libro insieme a Bruno ha preso spunto da tante cose che ho raccontato in “Maledetto nove”. Ed è stata una bella sensazione, un’emozione che non provavo da tempo. Perché noi giornalisti non siamo protagonisti, siamo solo dei narratori che hanno avuto la fortuna di vivere dal vivo episodi entrati nella storia. E il nostro compito è quelli di raccontarli a chi non ha avuto la fortuna di viverli, per tramandare di generazione in generazione la passione per il calcio e per questi colori: il bianco e il celeste, i colori del cielo e della maglia di Bruno Giordano. Quella con il 9 sulle spalle che gli ha lasciato in eredità Giorgio Chinaglia e che lui a sua volta ha lasciato in eredità ad altri grandi bomber che hanno indossato la maglia della Lazio, fino ad arrivare a Ciro Immobile.




Accadde oggi 12.12

1887 Nasce a Roma Alfredo Torchio
1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Fortitudo
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Torino 6-0
1948 Milano, Stadio di San Siro - Milan-Lazio 3-0
1954 Novara, stadio Comunale - Novara-Lazio 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catania 1-0
1973 Cesena, stadio La Fiorita, Cesena-Lazio 2-1
1982 Reggio Emilia, stadio Mirabello – Reggiana-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 3-1
1995 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 2-0
2000 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 4-1
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-SK Sturm Graz 0-1
2010 Torino, stadio Olimpico - Juventus-Lazio 2-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 1/12/2017
 

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