03 Ottobre 2017

Quella volta in cui Chinaglia chinò la testa davanti a Martini....
di Stefano Greco

In questi giorni nel mondo Lazio si parla molto dei punti in comune tra Maestrelli e Inzaghi. Da ieri gira una foto di un abbraccio tra il “maestro” e Chinaglia dopo un gol accostata ad un’immagine di domenica di un altro abbraccio tra Simone e Luis Alberto dopo il gol al Sassuolo. Non ho mai amato questi accostamenti, perché per me Tommaso Maestrelli è un personaggio unico, uno che per mille motivi non ha e non può avere eredi, per il semplice fatto che nessun allenatore della Lazio ha avuto a che fare con un gruppo di pazzi come quello che lui ha gestito con carisma, cuore e cervello, dosando bastone e carota per mantenere un minimo di equilibrio in quel doppio spogliatoio di simpatici squilibrati.

Quando racconto di quella Lazio, qualcuno può pensare che si tratti di una favola, di storie colorite ad arte per farle sembrare ancora più leggendarie, ma chi quegli anni li ha vissuti dall’interno sa che è tutto vero, che certe cose che possono apparire folli o costruite ad arte sono realmente accadute. Non parlo tanto delle storie delle pistole in ritiro, dei colpi sparati contro il povero Badiani spedito a mettere a posto i barattoli usati per fare il tiro al bersaglio nel pratone alle spalle dell’hotel Pamphili o di chi sparava alla lampadina del lume sul soffitto perché non aveva voglia di alzarsi per andare a premere l’interruttore e spegnere la luce, ma parlo di quello che accadeva negli spogliatoi, quindi alla luce del giorno, quasi davanti agli occhi dei giornalisti che seguivano la Lazio. Si parla tanto, ad esempio, della notte di follia all’Olimpico contro l’Ipswich, quella che ci è costata la partecipazione alla Coppa dei Campioni, ma in realtà l’episodio più folle di quella stagione è andato in scena qualche settimana prima. Non all’Olimpico ma allo Stade de Tourbillon, alla fine della partita con il Sion giocata il 3 ottobre del 1973 e persa incredibilmente per 3-1. Una sfida che doveva essere poco più che una semplice formalità dopo il 3-0 rifilato all’andata agli svizzeri all’Olimpico e dopo la rete segnata in avvio di partita al ritorno da Garlaschelli, ma che si è trasformata in una notte da incubo con un finale degno di un film di Sergio Leone, di quegli spaghetti-western in cui non mancavano mai quelle risse da far west all’interno dei saloon in cui volavano sedie e bottiglie mentre i protagonisti regolavano i conti sfidandosi come pugili in un ring immaginario. Ecco, quello che è successo quella notte a Sion, ci va molto vicino. E non è sfociato in qualcosa di grave solo perché Tommaso Maestrelli e Gigi Bezzi si sono buttati in mezzo alla mischia per evitare il peggio.

Il racconto di quella notte di follia l’ho sentito per la prima volta a casa di Sandro Petrucci, uno dei luoghi in cui si rifugiavano a volte Tommaso Maestrelli e Giorgio Chinaglia. Ma il racconto più dettagliato degli avvenimenti di quella notte, della rissa tra Chinaglia e Martini che non è degenerata solo per miracolo, me lo ha fatto Vincenzo D’Amico quando ha aperto il suo personale album dei ricordi per raccontare in “Maledetto nove” se stesso e quella squadra.

Quella partita io stavo in panchina e con me quella sera non c’era Moriggi, ma Avagliano, il portiere della Primavera. Durante l’incontro vedo certi strani movimenti in campo poi Chinaglia, avvicinandosi alla panchina, dice a Tommaso delle cose contro Martini. Appena l’arbitro fischia la fine, Martini si avvicina a Maestrelli e dice: “Io l’ammazzo, stavolta giuro che lo ammazzo”, e corre verso gli spogliatoi. Gigi era una persona splendida, tanto dolce quanto pazzo scatenato e la sua faccia, in quel momento, non prometteva nulla di buono, perché era veramente fuori dalla grazia di Dio, isterico. Io prendo per un braccio Avagliano e gli dico: “Peppe, rimaniamo qua fuori che è meglio”. Poi piano, piano, imbocchiamo il tunnel ci avviciniamo agli spogliatoi. Dentro volano parole grosse, qualche spinta, con Martini che è, come posso dire, decisamente su di giri… Ad un certo punto, dopo l’ennesimo insulto, Gigi perde la testa, scatta, rompe una bottiglia di vetro e, con quel collo di bottiglia che sembra un pugnale, minaccia di sgozzare Chinaglia. Per fortuna, non succede niente… o meglio, non succede nulla rispetto a quello che sarebbe potuto succedere. Anche perché, quella volta, fu Giorgio ad abbassare la testa.

E Chinaglia che abbassa la testa è un qualcosa di insolito, di decisamente raro, se si pensa a quello che è stato Long John in quegli anni a Roma, in campo e fuori. Uno che prendeva a pugni un romanista che lo insultava dentro un cinema, uno che in un derby ha sfidato un’intera curva mentre la gente invadeva il campo per aggredirlo con la polizia non riusciva a portarlo via per lui da solo, rifiutando gli scudi per proteggersi da tutto quello che stava arrivando in campo, guardava in faccia il nemico e rideva. Ma quella sera a Sion, Giorgio Chinaglia piegò la testa davanti all’ira di Gigi Martini.

“Guarda – ricorda ancora Vincenzo D’Amico - se c’era da litigare io preferivo andare contro Chinaglia piuttosto che contro Martini. Perché Gigi è una persona dolcissima, basta leggere quello che scrive nei suoi libri, ma quando va fuori di testa è meglio lasciarlo perdere. Giorgio, invece, era più vulcanico, ma se lo prendevi in un certo modo riuscivi a farlo ragionare e poi lo spegnevi in un attimo”.

A spegnere Chinaglia e Martini, quella notte a Sion, ci pensa Tommaso Maestrelli. E per far decantare la cosa, sapendo che molti giornalisti avevano visto e sentito tutto, il “maestro” decide di non tornare a Roma e di portare la squadra direttamente in ritiro a Vicenza, per l’esordio in campionato in programma 4 giorni dopo. E decide pure di fare il viaggio più lungo: quasi 4 ore di pullman da Sion a Ginevra, poi l’aereo per Torino, quindi una coincidenza per arrivare a Bologna e da lì ancora pullman fino a Vicenza. Un viaggio interminabile, sfiancante, ma anche l’occasione per stare tutti insieme lontani da sguardi indiscreti e per chiarire, per far tornare la quiete dopo la tempesta. E in quel lunghissimo viaggio, la squadra stringe una sorta di patto e la prima squadra a fare le spese di quella ritrovata unità è proprio il Vicenza che il 7 ottobre, nel giorno del compleanno di Tommaso Maestrelli, viene letteralmente travolto da una squadra che sfoga sul campo le tensioni accumulate in quei giorni. La Lazio vince per 3-0 a Vicenza e in quella giornata di pioggia si chiude il primo capitolo dell’avventura più bella nella storia della Lazio, quella che ha fatto entrare nella leggenda quel gruppo e il suo condottiero: Tommaso Maestrelli.




Accadde oggi 19.10

1919 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 3-1
1930 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-1
1941 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Inter 1-0
1952 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 1-2
1958 Ferrara, stadio Comunale - Spal-Lazio 0-3
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 5-1
1975 Perugia, stadio Pian di Massiano - Perugia-Lazio 2-0
1999 Maribor, Stadion Ljudski Vrt - NK Maribor-Lazio 0-4
2003 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 1-0
2008 Bologna, Stadio Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

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Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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