13 Settembre 2020

Angelo Cupini, l'eroe di una domenica...
di Stefano Greco

Tre anni fa esatti, Angelo Cupini è volato via, pochi giorni prima di compiere 59 anni. Il nome di Cupini dirà poco a quelli delle nuove generazioni laziali, perché Angelo ha giocato in una Lazio "povera" e non era un campione, ma per la magia del calcio che regala l’immortalità a chi segna un gol in una partita che rimane impressa per sempre nella memoria, il suo nome era ben vivo nella mente di ogni laziale che ha superato la soglia dei 50 anni. Tutto grazie ad un gol all’Inter, ad una domenica di gloria tipo quella raccontata magistralmente da Mario Camerini nel film “Gli eroi della domenica”, una pellicola in bianco e nero del 1952 in cui recitavano grandi attori come Marcello Mastroianni e Paolo Stoppa, con Raf Vallone nei panni del protagonista che quasi muore in campo dopo aver segnato un gol a San Siro, l’ultimo della sua carriera.

La vita calcistica di Angelo Cupini, onesto maratoneta della fascia destra, è come se si fosse fermata a quel 18 settembre del 1983, a quell’incredibile sfida vinta contro l’Inter in uno stadio olimpico gremito fino all’inverosimile per la prima della Lazio di Chinaglia in Serie A. Una domenica indimenticabile per ogni laziale, forse la più bella partita della Lazio degli anni Ottanta: non emozionante e storica come Lazio-Vicenza, non sofferta come quel derby finito 2-2 (sempre in quella stagione) resistendo in 10 contro la Roma Campione d’Italia e lanciata verso la finale di Coppa dei Campioni, non adrenalinica come il derby di fine decennio con la corsa di Paolo Di Canio sotto la Sud. In quella domenica di fine estate del 1983, dopo tre anni di sofferenza i tifosi laziali si sono illusi di aver scacciato via per sempre i fantasmi, hanno sognato ad occhi aperti grazie alla magia su punizione di Giordano, all’incredibile cavalcata di 80 metri di Michelino Laudrup e a quel destro al volo di Angelo Cupini. Un gol impossibile da dimenticare: Laudrup che lavora la palla sotto la Tevere, la serve a Piraccini che dal destro se la porta sul sinistro per un cross che arriva preciso dalle parti di Cupini che senza pensarci e a occhi chiusi spara di destro al volo sotto l’incrocio dei pali alla sinistra di Zenga e poi corre impazzito verso la panchina, fermato e poi sommerso da tutti i compagni di squadra.

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Quello non è stato l’unico gol di Angelo Cupini, perché quell’unica annata in biancoceleste viene impreziosita da altre due perle, da altri du gol decisivi: segna il 2-0 in quel Lazio-Udinese 2-2 entrato nella storia per il tentativo di aggressione da parte di Chinaglia a Menicucci, poi segna sempre il 2-1 (il secondo gol, una costante…) nella sfida vinta 2-1 alla penultima giornata contro l’Ascoli che spiana alla Lazio la strada verso la conquista di quella salvezza che diventa realtà solo la domenica dopo a Pisa. Sono bastate 24 presenze e 3 gol per far entrare Angelo Cupini nella storia della Lazio. Ma quello che in pochi sanno è come è maturato quel matrimonio tra Cupini e la società biancoceleste. E per raccontarlo bisogna fare un salto indietro di un anno, alla stagione 1982-1983.

Angelo Cupini in quell’annata gioca in Serie B, con la maglia della Cavese. Il 23 gennaio del 1983 la Lazio, imbattuta da 12 giornata, affronta la Cavese, che occupa sorprendentemente una posizione in classifica che le consente di sognare addirittura la promozione in Serie A. A Roma, arrivano quasi 8000 tifosi della Cavese che occupano tutta la parte centrale della Curva Sud, in un Olimpico che fa registrare quasi 50.000 presenze tra paganti e abbonati. La Lazio attacca, domina, poi allo scoccare dell’ora di gioco arriva la doccia gelata: lancio filtrante di Pavone per Cupini che si inserisce sulla destra bucando la difesa e appena entrato in area colpisce il pallone con un destro preciso e violento che fa finire la sfera all’incrocio dei pali dalla parte opposta, senza concedere scampo a Orsi. Il tutto sotto i nostri occhi, sottola Curva Nord che resta impietrita mentre dalla Sud arriva un boato difficile da dimenticare, con la curva “nemica” che diventa un mare in tempesta. Il sogno della grande impresa da parte di giocatori e tifosi della Cavese, dura fino a pochi minuti dal novantesimo: a spezzarlo ci pensa un altro “peones” del calcio, Enrico Vella, amato ancora oggi alla follia. Finisce 1-1 e la sfida è rimandata all’ultima giornata di campionato in quel di Cava dei Tirreni.

https://www.youtube.com/watch?v=jBn2o02C9E8

La vigilia di quell’ultima giornata di campionato, è concitata. Ancora scottata dallo scandalo scommesse che l’ha fatta precipitare nel 1980 in Serie B, la Lazio non può commettere passi falsi, anche perché ha tutti gli occhi puntati addosso. Specie quelli di Massimino, il presidente del Catania, che sconfitto la settimana prima nello spareggio promozione all’Olimpico, accusa la Lazio di essersi comprata arbitri e avversari in quell’infuocato finale di campionato. La Cavese, sconfitta a Reggio Emilia nella penultima giornata, non ha più la possibilità di salire in Serie A, ma Antonio Sbardella non vuole correre rischi. Pochi giorni prima della sfida con la Cavese, la Lazio intavola una trattativa con i dirigenti campani per l’acquisto di Angelo Cupini per una cifra da far girare la testa. La ratifica dell’acquisto, però, è condizionata alla promozione in Serie A della Lazio che, per essere sicura, deve fare almeno un punto a Cava dei Tirreni nell’ultima domenica di campionato. Il retroscena di questa trattativa e di questo tacito accordo, me lo ha raccontato Spinozzi ed è inserito in “Una vita da Lazio”, il libro a quattro mani che abbiamo scritto sul dietro le quinte di quelle sei stagioni vissute da Arcadio con la maglia della Lazio. Eccolo, integrali, le parole che disse Spinozzi ad Antonio Sbardella in un incontro andato in scena nella sede di Via Col di Lana prima di quella sfida, quando il DS chiese ad Arcadio un parere sulla situazione della squadra e un consiglio sul come evitare di correre rischi in quell’ultimo turno di campionato…

“La Cavese non ha mai perso in casa e ci tiene a conservare l’imbattibilità interna, ma svanito il sogno della promozione contro di noi si accontenterà del pareggio se allacciate immediatamente una trattativa con la società campana per l’acquisto di un loro calciatore. Portatela avanti, concordate il prezzo e ponete una condizione: l’acquisto verrà definito solo a promozione acquisita. A Cava dei Tirreni avremo gli occhi di tutti puntati addosso. Fare melina per novanta minuti è rischioso. Dovrà sembrare una partita vera, giocata da entrambe le squadra con la necessaria intensità. Negli ultimi minuti si farà solo possesso di palla, evitando le conclusioni a rete. A quel punto, le tifoserie saranno interessate solo al triplice fischio dell’arbitro, ai festeggiamenti. Tutto questo va contro i principi della lealtà sportiva e di tutto quello che ci è stato insegnato. Siamo sul filo dell’infrazione del regolamento e, se vi scoprono, lo sa bene che cosa rischiamo, perché la società è già recidiva a causa dello scandalo-scommesse di tre anni fa. Spetta a voi, alla società, decidere se e come risolvere la questione. La squadra non deve sapere, deve restarne al di fuori. Nessuna indiscrezione dovrà trapelare tra i componenti del gruppo, qualunque sia la linea che la società deciderà di seguire. Occorre evitare alla squadra inutili quanto pericolose distrazioni”.

Sbardella stava per dire qualcosa. Si trattenne. Abbassò soltanto il capo. Restò fermo per alcuni secondi, poi si alzò lentamente. Aveva impressa sul volto un’espressione strana, come se un logico e distinto pensiero l’avesse portato ad una inevitabile conclusione...

Mentre eravamo in ritiro, Sbardella mi fece sapere che l’obiettivo della Cavese era quello di mantenere l’imbattibilità interna in campionato. A loro andava bene anche un pareggio. E un risultato di parità sarebbe stato in fondo per me una sorta di risarcimento a livello morale… Ne avevo viste tante e subite ancora di più nella mia carriera, soprattutto da quando ero arrivato alla Lazio. Nel primo anno, ero approdato a Roma con grandissimo entusiasmo e, pochi giorni dopo il mio arrivo, mi ritrovai con la squadra retrocessa d’ufficio in serie B.

Più di diecimila tifosi laziali raggiunsero la cittadina campana, pronti a festeggiare, dopo tre interminabili e tormentate stagioni, il ritorno della squadra in serie A. I tifosi della Cavese, delusi per la mancata promozione, riservarono ai nostri tifosi un’accoglienza tutt’altro che cordiale. Prima della gara, ci furono gravi incidenti fuori dallo stadio, con alcuni tifosi accoltellati. Le forze dell’ordine, accorse in gran numero, si adoperarono a lungo per evitare il peggio. Con l’inizio della partita gli animi si placarono. Agli insulti seguirono lodi e incoraggiamenti reciprochi. Si creò un’atmosfera affabile, di grande festa.

Nel primo tempo fu partita vera. Noi passammo in vantaggio grazie a un gran gol di testa di Renato Miele, l’unico segnato con la maglia della Lazio. Un gol importantissimo, arrivato dopo due autoreti decisive nel finale di stagione contro Reggiana e Milan che lo avevano fatto finire nel mirino della critica e dei tifosi. La Cavese pareggiò poco dopo con Di Michele. Poi, nel secondo tempo, successe l’imprevisto. Il giovane Marini, pupillo di Giancarlo Morrone che lo aveva lanciato in prima squadra in quell’infuocato finale di campionato, partì dalla nostra metà campo e dopo aver superato in slalom tre avversari, segnò il gol del momentaneo 2-1.

Tutti noi ci rendevamo conto che una nostra vittoria avrebbe potuto innescare aspre polemiche, visto che la società ci aveva fatto sapere che in quella partita l’obiettivo dei nostri avversari era quello di mantenere l’imbattibilità casalinga. Potevano scapparci reazioni dure e imprevedibili da parte dei giocatori della Cavese a fine partita, proprio davanti agli ispettori della Federcalcio spediti a Cava dei Tirreni in massa dopo le feroci polemiche innescate dalle dichiarazioni del presidente del Catania, Massimino, all’indomani della sconfitta subita la settimana precedente all’Olimpico.

Ad un certo punto, Tivelli, capocannoniere della Cavese in quella stagione, mi puntò e per fermarlo lo stesi in area davanti ad Agnolin che, incredibilmente, lasciò correre, senza assegnare il calcio di rigore. Pochi minuti dopo,  però, per un fallo quasi identico di Perrone sempre su Tivelli, Agnolin indicò il dischetto. Quel rigore era l’occasione per rispettare quel patto non scritto sancito dalla società prima della partita, quel pareggio che andava bene alla Cavese per mantenere l’imbattibilità casalinga e che per noi significava serie A: ma lo dovevano segnare, quel rigore. Il nostro portiere, Nando Orsi, in quella stagione ne aveva parati parecchi. Per evitare rischi, un nostro calciatore si avvicinò a Tivelli che stava per battere il penalty e, fingendo di disturbarlo, gli domandò a mezza bocca:

“Dove lo batti?”
“A destra”, rispose l’attaccante della Cavese.
A quel punto il mio compagno andò da Orsi e gli riferì quello che gli aveva detto Tivelli.
“Ma destra mia o destra sua?”, gli chiese Orsi.
“Destra sua, sinistra tua, credo… Comunque, aspetta un attimo... non voglio fare casini, torno da lui. Se è tutto ok, ti faccio un cenno”.
Tornò verso il dischetto, spostò il pallone facendo finta di disturbare Tivelli, prendendosi pure un rimprovero da parte di Agnolin. Ma era l’unico modo per parlare con Tivelli.
“Ma lo tiri alla tua sinistra o alla sinistra di Orsi?”, gli chiese.
“Alla sinistra del tuo portiere”, gli rispose Tivelli, che faticava a restare serio.
Fece il gesto, ma Orsi scosse la testa: non aveva capito. Allora, facendo finta di andare a dargli un consiglio, rischiando l’ammonizione, si avvicinò nuovamente al nostro portiere.
“Tira sulla tua sinistra…”.
Tivelli segnò e la partita finì 2-2. La Lazio, seconda in classifica, era in serie A.

Angelo Cupini, un paio di settimane dopo diventò il primo acquisto della nuova Lazio passata dalle mani di Casoni a quelle di Chinaglia e iniziò la sua breve e indimenticabile esperienza in biancoceleste. Quella che lo ha portato a essere immortale, alla faccia di un destino che lo ha strappato via alla vita troppo presto, addirittura prima di superare la soglia dei 60 anni. E la sua è l’ennesima morte prematura di un calciatore di quell’epoca. Ma questa è un’altra storia, una storia che andrebbe approfondita perché cominciano a diventare un po’ troppe le vittime di quel calcio degli anni Ottanta, di quell’epoca in cui ai giocatori venivano somministrati farmaci di ogni genere, spesso e volentieri presi da scatole senza etichette e dati senza nessun tipo di spiegazione dai medici o direttamente dagli allenatori…




Accadde oggi 29.09

1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 3-2
1940 Roma, Stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 6-2
1946 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Torino 1-2
1957 Napoli, stadio Vomero - Lazio-L.R.Vicenza 2-0
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0
1968 Catanzaro, stadio Comunale - Catanzaro-Lazio 1-1
1985 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Arezzo 2-0
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-1
1993 Plovdiv, stadio Lokomotiv - Lokomotiv Plovdiv-Lazio 0-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NK Maribor 4-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/09/2020
 

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