06 Agosto 2017

Laziale? No, nemico della Lazio...
di Stefano Greco

Da anni, oramai, il mondo Lazio somiglia sempre più ad una sorta di torre di Babele, dove tutti credono di parlare la stessa lingua ma in realtà usano un linguaggio incomprensibile, perché nessuno capisce nessuno. O meglio, nessuno si sforza di parlare un linguaggio comune e, tantomeno, accetta di ascoltare le ragioni dell’altra parte. Così, la cosa più facile è dividersi, puntarsi l’indice contro per additare gli “altri” come NEMICI DELLA LAZIO. Tutti convinti, chiaramente, di essere nel giusto. Così, chi ha scelto di andare più allo stadio come forma di protesta non è più Laziale (con la pretesa di cancellare con un colpo di spugna 30/40/50 anni di vita legati alla Lazio…), oppure chi va (come è sempre andato per una vita) e accetta obtorto collo il presente diventa complice del “padrone”. FOLLIA! Follia allo stato puro…

Secondo alcune menti illuminate, ad esempio, io sarei in questo momento un NEMICO DELLA LAZIO. Sempre secondo queste menti eccelse, il fatto che io disprezzi profondamente (termine morbido…) chi sta alla guida della Lazio significa, automaticamente, che io odio la Lazio, che gufo e che spero che perda perché eventuali sconfitte sarebbe linfa per alimentare l’odio della piazza verso chi guida la Lazio. SBAGLIATO! L’arte del gufaggio (arma usata da ogni laziale nei momenti critici), l’ho sempre indirizzata verso l’altra squadra di Roma e neanche ogni domenica per non attenuare la portata del gufaggio, ma solo nelle occasioni giuste: una finale, un incontro svolta per il campionato, una partita di coppa. Dalla Lazio mi posso allontanare, come avviene nella vita di tutti i giorni in certi rapporti d’amore, ma non la posso odiare. Perché anche se qualcuno sostiene che l’odio altro non è che la conseguenza di un amore tradito, io non riesco ad odiare. Non riesco ad augurare del male a nessuno (tantomeno la morte o il carcere), neanche a chi mi ha fatto del male (e l’elenco è lungo in questi anni), per il semplice motivo che non so odiare. Semmai, uso l’arma dell’indifferenza, del distacco, ma non l’odio.

A queste persone che parlano (spesso e volentieri senza neanche conoscere le persone di cui parlano), sparlano e seminano odio a piene mani, ad una settimana dal via della nuova stagione vorrei spiegare che cos’è per me la Lazio. Anzi, meglio ancora, la LAZIALITÀ, quel termine coniato decenni fa da Michele Plastino e di cui qualcuno oggi si erge a difensore scomunicando chi non la pensa come lui.

Per me, LAZIALITÀ fa rima innanzitutto con signorilità. Ed è proprio per questo che ho sempre considerato estraneo al mio e al nostro mondo chi guida oggi la Lazio. Perché penso, ad esempio, a Gian Chiarion Casoni o al notaio Nanni Gilardoni e mi rendo conto che non hanno nulla in comune con il proprietario della Lazio. LAZIALITÀ  secondo me significa saper accettare con dignità la sconfitta mettendoci sempre la faccia senza scaricare su altri le responsabilità del fallimento e saper vincere con modestia, lasciando il palcoscenico a chi ha vinto sul campo, all’allenatore e ai giocatori. La LAZIALITÀ è sofferenza, senso di appartenenza, saper rinascere dalle proprie ceneri, essere umili che non significa essere modesti (o accettare mestamente qualsiasi cosa), significa saper vincere e saper perdere con dignità e, soprattutto, significa unità e condivisione nei momenti difficili. E sono stati tanti i momenti difficili da quando in quella domenica di febbraio del 1967 vedendo la Lazio affrontare il Lecco ho stretto inconsapevolmente quel patto indissolubile. Perché come dice un vecchio laziale che non voglio nominare “essere laziali è come stringere un patto con Dio”. Un patto, quindi, per chi è credente, che non può essere tradito… E io non l’ho mai tradito, perché come tanti altri nei momenti difficili di questi 50 anni ci sono sempre stato: sugli spalti di uno stadio come in piazza.

LAZIALITÀ per me significa anche legame con le figure che hanno fatto la storia di questa società, con quelle icone che non possono essere bruciate solo perché alla fine hanno cambiato maglia, perché nel bene o nel male con le loro imprese in campo in questi 117 anni hanno scritto la storia della Lazio. E la storia non può essere né cancellata né riscritta. Per me LAZIALITÀ significa anche non essere legati ai risultati, non essere bandiere che seguono il vento e non cavalcare onde emotive passando con disinvoltura dal al NO, dal PRO al CONTRO. Quindi LAZIALITÀ significa non essere mai tentati a cedere all’idea che conti soprattutto vincere, significa detestare l’arroganza e le prese per i fondelli. Significa seguire il proprio cuore fregandose altamente di essere maggioranza o minoranza, significa anche essere romanticamente un po’ snob e gioire più per un gol di Fiorini che per una Coppa alzata al cielo. Già, proprio quello che non riusciva a capire Sergio Cragnotti e che il più grande presidente di tutti i tempi ha capito solo nel momento in cui è caduto in disgrazia e vicino a lui ha trovato solo quei laziali che lui aveva definito clienti. Solo in quel momento Cragnotti ha capito il verso senso di quel termine LAZIALITÀ, la forza di quel cordone ombelicate che ha sempre tenuto la gente laziale legata a questo club. Il perché dei 70.000 a Lazio-Vicenza e dei 45.000 a Lazio-Real Madrid, ad esempio, cose incomprensibili solo per chi non è laziale.

LAZIALITÀ significa andare in 40.000 a Napoli e restare per ore dentro l’Olimpico, per poi piangere e poi fondersi in un abbraccio interminabile con un vicino sconosciuto dopo il triplice fischio di Collina a Perugia. Significa festeggiare la salvezza negli spareggi per non andare in C come una Supercoppa d’Europa vinta contro il Manchester United.

LAZIALITÀ significa ricordare, commemorare sempre quegli eroi che il destino ci ha strappato prematuramente, anche a costo di apparire degli inguaribili romantici o dei nostalgici legati più al passato che al presente. Ma LAZIALITÀ per me significa poter sognare, quindi amare chi mi regala un sogno più di chi mi propina solide ma tristi realtà. E non mi riferisco ai risultati, perché come ho scritto primaLAZIALITÀ significa non essere legati ai risultati, ai successi.

Il risultato, la summa di tutto questo discorso, è che per me il termine LAZIALITÀ fa rima con AMORE. Per questo non riesco ad odiare, per questo non riesco ad augurare il male neanche a chi me lo ha fatto in passato o a chi continua e continuerà a farmi del male. Perché amare la Lazio per me fin da bambino ha significato amare lo sport, fare il tifo non solo per la squadra di calcio, ma per tutte le sezioni della Polisportiva, per chiunque indossasse quella maglia biancoceleste con l’aquila sul cuore o sul petto. Per questo non finirò mai di ringraziare Michele Plastino per aver coniato quel termine LAZIALITÀ, in cui è racchiuso tutto quello che sono stato, che sono e che sarò. Non solo come tifoso.

Ecco, questo è il mio pensiero. Domenica non sarò all’Olimpico per Lazio-Juventus, così come non ci sono stato per la finale di Coppa Italia, così come non ci sono da anni e non ci sarò non so per quanto tempo ancora. Se questo per qualcuno significa che non sono laziale, amen. Se essere contro chi guida questa società significa per qualcuno essere un nemico della Lazio, amen. Ma, per quel che mi riguarda, io la bandiera della LAZIALITÀ non la ammainerò mai…

FORZA LAZIO!




Accadde oggi 19.10

1919 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Audace 3-1
1930 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 0-1
1941 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-2
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Inter 1-0
1952 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 1-2
1958 Ferrara, stadio Comunale - Spal-Lazio 0-3
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 5-1
1975 Perugia, stadio Pian di Massiano - Perugia-Lazio 2-0
1999 Maribor, Stadion Ljudski Vrt - NK Maribor-Lazio 0-4
2003 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 1-0
2008 Bologna, Stadio Dall'Ara - Bologna-Lazio 3-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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