05 Agosto 2017

Ciao Fiore... Ciao e mai addio!
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

Ci sono perdite a cui non ti rassegni mai, perché con la scomparsa di quella persona in un certo senso muore anche una parte di te. Vale per un genitore, Dio non voglia vale soprattutto per un figlio, vale per un amico e anche per qualcuno che hai conosciuto quando eri già adulta ma che in un certo senso con il suo passaggio ha segnato la tua vita. Per me, ma credo per tutti i laziali che hanno vissuto intensamente e in modo quasi viscerale quella stagione 1986-1987, una di queste persone speciali e impossibili da dimenticare è Giuliano Fiorini.

Io e Fiore non eravamo amici come lo erano lui e Domenico Rogai, un amico di vecchia data di stadio che per me e tutti quelli di curva è sempre stato solo ed esclusivamente “Nicotina”. Nico per Giuliano era quasi un fratello, io ero sempre e comunque un giornalista, anche se diverso da tanti altri perché non andavo a caccia di scoop e sapevo tenermi per me le confidenze. Ma la notizia della sua morte è arrivata come la mannaia del boia, come quella ghigliottina che sibilando in un amen mette fine a tutto.

Era un venerdì quel 5 agosto del 2005. E ricordo ogni istante di quel pomeriggio, come se fosse ieri. La borsa pronta per partire e andare a raggiungere la famiglia a Santa Severa, il computer ancora acceso per lavorare fino all’ultimo minuto alla bozza del mio primo libro (“Una vita da Lazio”, scritto a quattro mani con Arcadio Spinozzi, altro amico di Fiore…) che sarebbe uscito solo qualche anno dopo, il rumore inconfondibile dell’arrivo di un sms sul cellulare. La ignoro per qualche minuto quella letterina bianca che compare sullo schermo, per il timore che sia la solita seccatura dell’ultimo momento, quella che ti manda all’aria la partenza. Poi lo leggo e resto pietrificato da quelle quattro parole, interrotte da una virgola e chiuse da tre puntini sospensivi che ti tolgono le parole e il respiro: Stefano, è morto Fiore

Giuliano Fiorini, per gli amici, era solo e semplicemente Fiore. Un soprannome che faceva decisamente a pugni con quel faccione perennemente stanco, con gli occhi cerchiati di chi ha tirato a fare tardi o che ha bevuto troppo, con i capelli lunghi e perennemente sconvolti come quelli di chi è appena uscito da una tempesta. Ma che si sposava perfettamente con il suo carattere, perché conoscerlo o essere suoi amici era come aver ricevuto un fiore, ma speciale, di quelli che non si seccano mai. Perché raramente in vita mia ho conosciuto una persona così buona e disponibile, un personaggio distante anni luce dai calciatori di oggi, forse perché lui ha fatto parte di un altro calcio, antico, estinto. Un calcio fatto di uomini ancora prima che di star, di personaggi veri e non costruiti. Ieri Neymar parlando del suo trasferimento al PSG ha detto che non è stata una scelta dettata dai soldi (30 milioni di euro all’anno più circa 100 milioni di euro di bonus al padre procuratore…) ma una scelta di cuore. E sono scoppiato a ridere pensando a te che per una scelta di cuore vera ti sei dimezzato lo stipendio per restare alla Lazio quando sono arrivati i fratelli Calleri e c’era il rischio di affondare sotto una montagna di debiti. Altri uomini, altro calcio…

Parlare di Giuliano Fiorini, infatti, è come raccontare a chi non l’ha vissuto un calcio che oggi, purtroppo, non c’è più. Con la sua genuinità e la sua bonarietà tipicamente emiliana, Giuliano Fiorini è uno dei simboli di quel calcio in cui andavano in voga i “centravanti-boa”, chiamati a piazzarsi al centro della difesa avversaria per difendere con spinte, gomitate e spallate, palloni da smistare ai compagni, oppure ad aprire con il loro fisico dei varchi in cui far infilare il centrocampista di turno. Giuliano in campo lotta, suda, impreca e sbuffa, ciondolando sempre la testa, con quei calzini perennemente abbassati e la maglia fuori dai pantaloni. È amato dai compagni, odiato dagli avversari, adorato dai tifosi, sopportato dagli arbitri. Per farvi capire chi è Giuliano Fiorini, vi racconto due aneddoti che lui stesso mi ha confidato una sera a cena.

Durante la partita, Fiorini si lamenta continuamente per i falli che lui dice di aver subito e che l’arbitro regolarmente non gli fischia a favore. E, quando non gli viene assegnata la punizione, Giuliano guarda con espressione stupita il direttore di gara e gli dimostra tutto il suo dissenso e la sua incredulità in modo plateale, scuotendo il capoccione, allargando le braccia in segno di protesta o mandandolo platealmente a quel paese, ma sempre con un sorriso accennato sulle labbra. E’ una vera pentola di fagioli, brontola in continuazione, ma gli arbitri però lo conoscono bene, spesso lo redarguiscono per il suo atteggiamento, altre volte fanno finta di non sentirlo. Una volta, pressato dal marcatore di turno, Fiorini cade a corpo morto in area di rigore. L’arbitro corre verso di lui e gli urla in faccia deciso: “Fiorini, la smetta di simulare! Si alzi immediatamente!”.  “Ma cosa ha capito…”, gli risponde lui, steso per terra, voltando il capo con gli occhi sgranati. “Ma chi lo vuole il rigore… Ma no, ma mica ci ho provato. È che non ce la faccio veramente più, non lo vede? Non mi reggono le gambe. Che vuole che simuli?”. L’arbitro si mette a ridere e lo aiuta a rialzarsi.

L’altro aneddoto, è legato ai tempi del Genoa. Fiorini non conduce certo una vita da atleta, ama la buona cucina e non disdegna qualche bicchiere di vino. Prima di una partita, esagera e durante l’incontro comincia a sentirsi male. Non riesce a respirare, fatica a scattare, ma all’improvviso ha un guizzo, gli capita il pallone giusto e segna proprio sotto la gradinata Nord: si inginocchia e poi si piega in avanti con la faccia a terra, come un musulmano durante la preghiera. I tifosi impazziscono, i compagni si avvicinano e scoppiano a ridere. Perché in realtà, Fiorini non sta esultando e tantomeno piangendo dalla gioia per il gol segnato, si è solo piegato in due per i dolori;"La gente si commosse, pensò che mi ero inginocchiato davanti a loro per piangere.... In realtà, stavo vomitando anche l'anima, ero cotto”

Questo era Fiore, onesto e irriverente al punto che quando un giornalista genovese gli chiese come fosse riuscito a rilanciarsi con la maglia del Genoa, dopo che al suo arrivo era stato definito un giocatore oramai finito, quale era il segreto di quella resurrezione, lui risponde serio: “Mangio tanto, bevo di più e la sera vado a letto tardi”… E poi scoppia a ridere, si gira a va via lasciando tutti a bocca aperta.

Non ce la faceva proprio ad essere serio, ed è rimasto così fino alla fine, anche quando era morto dentro e sapeva che non c’era più speranza. A me, ad esempio, me l’ha nascosto fino alla fine. L’ultima volta che ci siamo visti a cena, a Bologna, aveva la faccia stanca, gli occhi cerchiati di nero, l'andatura caracollante, ma quel sorriso beffardo perennemente stampato sul volto. “Sono stanco Stefano”, mi rispose quando gli chiesi come stesse, poi vedendo la mia faccia preoccupata aggiunse: “ma non mi stancherò mai di vivere”. E giù una risata e una pacca sulla spalla.

Ecco, me lo voglio ricordare così Fiore, con quel sorriso, oppure con la faccia trasfigurata dall’emozione dopo quel gol al Vicenza che ci ha riportato in vita quando eravamo praticamente morti e che forse, anzi, probabilmente, ha cambiato la storia della Lazio. Sei stato un uomo vero, con mille difetti come li hanno tutti gli uomini veri. Ma come tutti gli uomini veri eri leale, onesto e cristallino, con una faccia sola e senza maschere. Hai vissuto in modo sregolato, quindi non lo voglio additarti come esempio di vita solo perché oggi non ci sei più e perché quando qualcuno muore diventa sempre per tutti una sorta di angelo. Ma tu per noi laziali sei stato veramente un angelo. Un ANGELO SALVATORE, magari con la faccia sporca. Un angelo da additare sì come esempio per lealtà, schiettezza e per la tua grande voglia di vivere e di goderti e assaporare la vita fino in fondo. Ti voglio ricordare con il volto stravolto e felice dopo il gol al Vicenza, oppure nudo, stravolto, con i calzini abbassati e circondato da decine di tifosi mentre esci dal campo alla fine di quel Lazio-Vicenza che resterà per chiunque abbia avuto la fortuna di viverlo un qualcosa di unico, un patrimonio di emozioni da trasmettere di padre in figlio, di generazione in generazione. E sei stato tu a renderlo tale… E per questo sei diventato in un certo senso IMMORTALE!

Ciao Fiore… Ciao e mai addio!




Aspettando lo sponsor da:

PERSI: 40.733.000 €

Accadde oggi 20.08

1875 Nasce a Roma Luigi Bigiarelli, uno dei nove Fondatori della S.P. Lazio
1931 Roma, campo Rondinella - Lazio-Trastevere 12-0
1970 Cerveteri, comunale - Cerveteri-Lazio 0-9
1978 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Nazionale Militare 1-1
1991 Roma, - Lazio-Milan 0-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-River Plate 1-1
2003 Terni, stadio Liberati - Ternana-Lazio 1-3
2006 Roma, stadio Flaminio - Lazio-Rende 4-0
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Elfsborg 3-0

Video

Supercoppa Juve-Lazio 2-3
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 18/08/2017
 

125.633 titoli scambiati
Chiusura registrata a 0,739
Variazione del +1,58%