03 Agosto 2019

Abdul Quadir Jeelani e le sue 2 vite...
di Stefano Greco

Nella foto, Adbdul Qadir Jeelani (che all'epoca si chiamava ancora Gary Cole), sta al centro con il numero 10, al fianco di Bob Elmore

Per quelli della mia generazione, la Lazio non è mai stata solo ed esclusivamente calcio. Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, essere laziali significava vivere dei lunghissimi week-end all’insegna dello sport nel quadrilatero Acqua Acetosa, Tor di Quinto, Stadio Olimpico e Palazzetto dello Sport. Perché non c’era SKY, di sport in tv se ne vedeva poco o niente e se volevi viverle le emozioni dovevi assaporarle dal vivo, seduto sugli spalti.

Si partiva il sabato pomeriggio, subito dopo l’uscita da scuola, facendo un salto a Tor di Quinto dove giocava la Lazio femminile di calcio di Carolina Morace che collezionava scudetti, poi ci si trasferiva nella piscina del Foro Italico dove giocava la Lazio di pallanuoto. La domenica spesso si usciva di casa alle 9 per essere presenti alle 10 a Tor di Quinto sugli spalti in legno e tubolari del “Maestrelli” per vedere le partite della Primavera, per poi scappare di corsa all’Olimpico, perché alle 14.30 giocava la Lazio e bisognava andare presto per trovare posto in Curva. Se la Lazio di Giordano giocava lontano in trasferta, si mangiava un panino al volo e da Tor di Quinto ci si spostava dall’altra parte del Tevere per andare a vedere all’Acqua Acetosa la Lazio di Rugby, quei giganti infangati con le maglie a strisce orizzontali bianco e celesti che lottavano e sputavano sangue per ricevere alla fine come massimo premio una birra e qualche salsiccia alla brace nel terzo tempo con gli avversari, qualunque fosse stato il risultato sul campo. Le mie domeniche da laziale, finivano regolarmente al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano, dove in alternanza con la Stella Azzura e il Bancoroma (che giocava solitamente il sabato sera), giocava la Lazio Basket.

Il mio idolo all’epoca era un certo Gary Cole, un gigante nero di oltre 2 metri con le braccia forti che assomigliavano a dei tentacoli. Nell'estate del 1997, Cole sbarca in Italia, va a Bologna in prova ma lo scartono e quasi per caso arriva la chiamata di Roma. La storia me la racconta Mauro Antonelli (numero 4 nella foto), cuore biancoceleste e compagno di squadra in quella stagione di Gary Cole.

"Mio padre, dirigente della Lazio, ricevette una telefonata da un amico che aveva visto Gary Cole in prova e gli consigliò di farlo vedere ad Asteo, Giancarlo, dopo pochi minuti del primo allenamento chiamò il presidente e gli disse: 'Questo è un fenomeno, prendiamolo subito'. Con lui ed Elmore, quell'anno saremmo andati in A1 a occhi chiusi, perché nonostante la morte di Bob (improvvisa, per overdose) giocando con un solo straniero arrivammo terzi. Perché Gary era fantastico, dentro e fuori il campo di gioco. Aveva una moglie bellissima, era un maniaco della pulizia e si improfumava come una donna e per questo lo prendevamo in giro tutti. Il più grande con cui abbia giocato, uno dei più grandi stranieri visti in Italia. Era arrivato per fare l'ala, ma dopo la morte di Elmore si mise a fare il centro, si caricò la squadra sulle spalle e ci portò ad un passo dalla promozione. La conquistammo l'anno successivo, quando tornò con un altro nome. Perché in quell'estate del 1978 si convertì, diventò musulmano e prese il nome di Abdul Qadir Jeelani. E con quel nome diventò leggenda". 

Già, Gary Cole/Abdul Qadir Jeelani è stato veramente leggenda, uno capace di segnare in due stagioni con la maglia dell’Eldorado Lazio qualcosa come 2044 punti in 62 partite, alla media di 32 punti a partita (e all’epoca non esisteva il tiro da tre punti) conditi da quasi 13 rimbalzi di media a partita. Da solo riempiva il Palazzetto dello Sport, da solo o quasi vinceva le partite, ma tutto era meno che una star. Quei numeri da record gli spalancarono le porte della Nba, prima a Portland e poi a Dallas. Poi, il ritorno in Italia, con il suo nome musulmano: Abdul Quadir Jeelani. Nome diverso ma numeri altrettanto pazzeschi con la maglia del Livorno, dove si merita a suon di canestri l’appellativo: "La mano di Maometto".

Abdul Quadir Jeelani, l’idolo di tutti i ragazzi romani della mia generazione che giocavano a basket o erano come me semplici appassionati. Lascia l'Italia e torna negli Usa per giocare in NBA, prima con Portland e poi con Dallas. Dopo qualche stagione torna in Italia e firma un contratto da 750.000 dollari per 4 stagioni per Livorno. Poi lascia nuovamente l'Italia, gioca in Spagna e a fine carriera sparisce e di lui si perdono le tracce le tracce per quasi 30 anni, fino a quando il 12 ottobre del 2010 in un articolo su “Il Corriere dello Sport” dal titolo "Da dio dei cesti a senzatetto: la storia di Abdul Jeelani", Andrea Barocci racconta la triste parabola di una stella precipitata dal firmamento del professionismo ad un rifugio per senzatetto, in un paese come gli Stati Uniti che non ha pietà per chi perde il lavoro e in un amen passa da una vita normale all’inferno. Due matrimoni falliti, la malattia della madre, tre tumori che lo avevano aggredito e contro i quali aveva lottato in modo feroce, come lottava con gli avversari sotto i tabelloni quando giocava con la maglia dell’Eldorado. Il lavoro perso alla Johnson Wax e la fede per la religione musulmana come unico appiglio per non precipitare in fondo al pozzo della depressione. Niente droga, niente alcool, solo una gran voglia di risalire verso la luce.

Letta quella triste storia, i tifosi della Libertas Livorno raccolgono 3700 euro e li inviano a Jeelani per consentirgli di pagare un vecchio debito e a Roma, Simone Santi, che nel 2007 ha rilevato la Lazio Basket salvandola dal fallimento, decide che Abdul Qadir Jeelani merita di avere un’altra occasione, di poter iniziare a 57 anni una nuova vita entrando a far parte dello splendido progetto sociale costruito dalla Lazio Basket. Lo chiama, lo convince a tornare a Roma e il 14 gennaio del 2011 il gigante nero sbarca nella capitale con il figlio Azim, accolto al Palazzetto dello Sport da 1200 bambini di tutte le etnie che fanno parte del “Progetto colors” della Lazio Basket, messo su per recuperare il valore dello sport come strumento di educazione e di inserimento nella società. Quell’espressione di Jeelani, le lacrime di commozione per quell’accoglienza e la voce rotta dal pianto, non le potrò mai dimenticare…

La storia della seconda vita di Jeelani (raccontata in uno splendido libro, “Abdul Jeelani, un ritorno a colori”,  scritto da Simone Santi) è iniziata quel 14 gennaio del 2011, ma purtroppo è durata poco, esattamente 66 mesi. Perché il 3 agosto del 2016, a 62 anni, Gary Cole/Abdul Qadir Jeelani ci lascia, per sempre.Ma la sua è una storia che merita di essere raccontata e ricordata, oggi, nel giorno del terzo anniversario della sua morte. In un mondo in cui lo sport oramai è solo business e vetrina, grazie alla famiglia Santi che ha deciso di fare un salto nel passato, di recuperare il vero valore dello sport, che è quello di aiutare bambini che non hanno avuto fortuna ad inserirsi nella società attraverso il gioco, soprattutto nelle zone più difficili e degradate della città, Jeelani è tornato a vivere. Anche se per pochi anni. È tornato sul parquet o sui campi di cemento per insegnare basket a ragazzi che come era successo a lui non avevano soldi per comprare un paio di scarpe con cui andare a scuola, figuriamoci per giocare a basket. Invece, per anni questo progetto a cui Jeelani si è dedicato anima e corpo ha consentito a migliaia di ragazzini delle periferie più degradate di Roma (la maggior parte extracomunitari) di giocare gratis a basket. Qualcuno è diventato un giocatore vero, tanti hanno lasciato il basket ma conservano il ricordo di quel gigante nero dall’animo gentile e dal grande sorriso che per anni gli ha regalato ore spensierate.

E non è un caso se a realizzare tutto questo è stata la Lazio Basket, perché questa è da sempre la Lazio, questo è fin dalla fondazione lo spirito di una Polisportiva (troppo spesso trascurata) elevata dalla regina d’Italia al rango di Ente Morale. E Abdul Qadir Jeelani, ex stella della Lazio Basket caduta in disgrazia, è diventato un simbolo di quel cuore laziale che batte a Roma da 117 anni, iniziando nella Capitale la sua seconda vita lavorando con quei bambini, partecipando al progetto di recupero di quei ragazzi “difficili”, portando la sua esperienza di campione, ma anche di ex stella finita nella polvere costretta a cercare asilo in un rifugio per senzatetto per restare in vita.

Ecco, questa è la Lazio che amo e che amerò sempre in modo viscerale, questa è la Polisportiva, questa è la ragione per cui sono diventato laziale e porterò sempre questi colori nel cuore. Quelli della Polisportiva fondata nel 1900, che non sono solo (come pensa qualcuno) solo quelli di una squadra di calcio. Queste sono le storie che meritano di essere raccontate e ricordate, più di quelle di tanti giocatori che grazie ai soldi del calcio e dell’industria che gira intorno al mondo del pallone sono diventati dei ragazzini viziati senza valori, senza un briciolo di senso di appartenenza e senza riconoscenza. Al contrario di Abdul Qadir Jeelani, “la mano di Maometto”, l’uomo che grazie alla Lazio (basket), ha vissuto due volte…




Accadde oggi 20.11

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Juventus Audax 1-1
1927 Roma, campo Rondinella - Lazio-Milano 3-1
1932 Torino, stadio di Corso Marsiglia - Juventus-Lazio 4-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Triestina 2-0
1977 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Torino, stadio Comunale - Torino-Lazio 4-0
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Verona 3-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Padova 5-1
2005 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 2-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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