19 Luglio 2017

13 anni di Lotito, 4749 giorni di "prigionia"
di Stefano Greco

Ci sono date che rimangono per sempre impresse nella mente e di solito sono legate ad avvenimenti lieti o, visto che parliamo di calcio, a successi sportivi. Ma ci sono anche legate ad avvenimenti che tutto ti fanno venire in mente meno che la voglia di festeggiare. E questo, almeno per me (ma credo per molti laziali) è uno di quelli. Sono passati 4749 giorni da quel 19 luglio del 2004, da quando quell’ometto buffo e con gli occhiali, impacciato davanti a microfoni e telecamere, annunciò alle 15.09 sulle scale di quel palazzetto di Via Nicotera di proprietà della famiglia Gilardoni di aver acquistato il 27% della Lazio, versando nelle casse della società 18 milioni e 268.000 euro. E quelli sono rimasti gli unici soldi versati da Claudio Lotito nelle casse della Lazio in questi tredici anni. Gli altri, li ha spesi per aumentare le sue quote, per blindare il controllo della società, ma li ha versati a Unicredit (tramite Mezzaroma), a BNL, al suo socio e amico di sempre Innocenzi (che entrò all’epoca con un 2,667% per evitare a Lotito di superare la soglia del 30% che avrebbe fatto scattare l’OPA) e ad investitori vari con la “finta” OPA del 2007 fatta solo per evitare conseguenze peggiori dopo che i PM di Milano avevano indagato lui e Roberto Mezzaroma per  “aggiotaggio e ostacolo all’attività della Consob”. La vicenda che lo ha portato ad incassare dal tribunale di Milano una delle tante condanne collezionate in questi tredici anni di presidenza. Condanna definitiva attenuata grazie all’avvenuta prescrizione dei reati principali.

Se quel 19 luglio del 2004 qualcuno ci avesse detto che dopo 4749 giorni quell’imprenditore sconosciuto, messo alla guida della Lazio dalla politica romana con l’assenso della banca di riferimento (Capitalia), saremmo scoppiati tutti a ridere o avremmo preso per pazzo il nostro interlocutore. Sì, perché fu proprio Lotito (all’epoca sempre occhialuto ma con almeno 20/30 chili in meno rispetto ad oggi) a definirsi un “traghettatore”, uno chiamato a salvare la Lazio per portarla “dal funerale al coma irreversibile, per poi tornare alla vita normale”. Una delle tante frasi diventate celebri pronunciate in questi anni, infilate tra una citazione in Latino, un riferimento a Manzoni o a un paragone con Abebe Bikila.

“Posso dire con tranquillità che questo è il più bel giorno della mia vita da imprenditore. Sono pronto per portare avanti una sfida molto impegnativa: so bene, infatti, che la condizione economica del club non è semplice, ma io, ripeto, sono pronto. Chiaramente siamo all' inizio e la cosa è molto complicata. Però speriamo di realizzare tutte le soluzioni possibili per risanare la società. Progetti? Intanto cerchiamo di riportare la situazione in equilibrio in una società che ha problemi di carattere economico, finanziario e patrimoniale. Poi ci interesseremo della programmazione e dei nuovi investimenti. Un grazie di cuore ai tifosi che ci hanno sostenuto ed un grande forza Lazio”.

Parole che accesero i cuori, parole che scatenarono una festa che si protrasse fino a notte fonda davanti ai cancelli della Nord, con migliaia di tifosi a brindare e a cantare cori per lo scampato pericolo, per aver evitato un fallimento che avrebbe portato la Lazio a ripartire dalla Serie B, ma senza debiti. Come ha fatto, ad esempio, De Laurentiis con il Napoli che ripartì dalla Serie C ma solo perché il Napoli già stava in B. In realtà, quel fallimento non si sarebbe mai concretizzato, per il semplice motivo che chi aveva guidato la Lazio dalla defenestrazione di Sergio Cragnotti (gennaio 2003) fino a quel 19 luglio del 2004, non si sarebbe mai potuto permettere di veder finire i libri davanti al Tribunale Fallimentare, di far scoperchiare quel pentolone in cui c’erano consulenze milionarie inutili affidate ad amici ed amici degli amici, contratti d’oro ingiustificati, un aumento di capitale da 120 milioni di euro del 2003 svanito in un week-end estivo. Quello, o anche peggio, che hanno trovato dall’altra parte del Tevere gli americani quando una volta entrati hanno potuto vedere le vere carte del bilancio della Roma. Ma mentre con la Lazio la banca si defilò subito, concordando la sua uscita definitiva entro il 30 giugno del 2005 (da qui l’obbligo per Lotito di mettere in altre mani quel 17% di azioni di Capitalia per non essere obbligato a fare un’OPA da oltre 40 milioni di euro…), con gli americani Unicredit è rimasta incastrata dentro la Roma a pagare il conto. E pure in modo salato. Ma questo è un altro discorso…

Difficile riassumere in un solo articolo questi anni, raccontare la battaglia con l’Agenzia delle Entrate e il tradimento verso quanti versarono sangue (vero) per consentire a Lotito di firmare quell’accordo spalmando su 23 anni un debito che doveva essere saldato al massimo in cinque anni. Difficile non sorridere pensando alla corsa in motorino dell’avvocato Gentile verso il Tribunale di Tivoli per depositare all’ultimo minuto dell’ultimo giorno utile (una costante del modo di agire di Lotito) i documenti per evitare l’apertura della procedura di fallimento, unico vero successo ottenuto dall’avvocato amico del presidente che in questi anni ha collezionato in tutte le aule (ordinarie e sportive) una serie di sconfitte da Guinness dei primati. Difficile non sorridere ripensando ai nomi di certi giocatori che hanno indossato la maglia della Lazio, pedalatori sconosciuti arrivati da ogni parte del mondo e spariti con la stessa velocità con cui erano arrivati. Difficile non sbattere i pugni sul tavolo quando qualcuno si ostina a parlare di un Lotito “a cui non si può dire nulla dal punto di vista dei conti e della gestione della società”, con una Lazio che 13 anni dopo si ritrova ancora con 120,81 milioni di euro di debiti (pag. 7 del bilancio al 31.12.2017) e con un fatturato che è meno della metà di quello della Roma e un quarto di quello della Juventus. Quindi, impossibilitata a competere e a fare il salto di qualità sognato dai tifosi. E tutto questo nonostante le entrate da diritti TV in questi 13 anni siano praticamente raddoppiate, grazie alla vendita collettiva fatta dalla Lega Calcio dei diritti italiani ed esteri del campionato di Serie A.

Difficile sorridere pensando allo sfascio attuale del mondo Lazio. Una Lazio che nel 2004 aveva alle spalle un ambiente compatto che le ha consentito di sopravvivere a quella bufera e un patrimonio di 41.000 abbonati e oltre 51.000 spettatori a partita. Una Lazio che ora, dopo 13 anni di Lotito, si ritrova a dover fare i conti con divisioni mai viste in 117 anni di storia, con migliaia di tifosi che a causa della presenza di Lotito (per alcuni è una scusa, ma per tanti è una scelta precisa) da anni disertano l’Olimpico.

Questo è un lato della medaglia, l’altro è rappresentato dai risultati sportivi. In 13 anni Lotito ha vinto tre trofei, due Coppa Italia e una Supercoppa (in 8 finali giocate), a fronte di piazzamenti in campionato deludenti, con la Lazio entrata una sola volta in 13 stagioni in Champions League, per giunta in un’annata anomala senza Juventus e Napoli, con Fiorentina e Milan pesantemente penalizzate in classifica a causa delle conseguenze di Calciopoli. Scandalo che, a causa del coinvolgimento di Lotito (che per quella vicenda ha rimediato anche una condanna penale per frode sportiva, chiaramente caduta in prescrizione), ci costò la partecipazione alla Coppa Uefa e un’estate d’inferno, con la retrocessione in Serie B a tavolino poi trasformata in una penalizzazione che tra un ricorso e l’altro alla fine fu di soli 3 punti.

Lotito ha vinto tre trofei. E quei tre successi, arrivati sempre nel momento in cui la contestazione montava, gli hanno consentito di restare in sella, di salire a livello di trofei vinti (ma non di valore, perché uno scudetto vale sicuramente più di tre coppe…) al secondo posto nella classifica dei presidenti più vincenti di tutti i tempi. Questo è quello che dicono i numeri se ci si ferma alla facciata, perché nessuno dice che Lotito resta a galla grazie ai 70 milioni di euro che garantiscono ogni anno i diritti televisivi, soldi che addirittura Cragnotti non ha mai visto (il vero boom c’è stato a partire dal 2003 con l’arrivo del digitale terrestre e la possibilità di vedere le partite sui telefonini e i tablet) figuriamoci Lenzini, Calleri o tutti i presidenti che lo hanno preceduto. Gente costretta ogni anno a mettere di suo nelle casse di una Lazio che viveva solo grazie al contributo dei tifosi che riempivano l’Olimpico. Se fosse così anche oggi, con 21.000 tifosi di media a partita e con circa 4 milioni di euro d’incasso ai botteghini, la Lazio sarebbe spacciata. E lo sarebbe anche se dovesse contare sugli investimenti diretti del suo presidente, che dopo i 18,268 milioni versati nell’estate del 2004 non solo non ha messo più un euro nelle casse della Lazio, ma tramite le sue aziende in 13 anni ha incassato qualcosa come 50 milioni di euro. Compresi gli 1,5 milioni di euro che da anni la Lazio versa nelle casse della Salernitana, oltre ai giocatori che il Lotito presidente della Lazio presta a titolo gratuito al Lotito padrone della Salernitana.

Lotito ha dei meriti, questo è fuori di dubbio. Come non ci sono dubbi sul fatto che sia intelligente, scaltro e anche fortunato. Molto fortunato. E come diceva Napoleone, “per vincere le guerre è meglio avere un generale fortunato che uno bravo”. Vale nella vita in generale, ma ancora di più nel calcio dove, a volte, il destino è una questione di centimetri, è legato ad un pallone che andando troppo a destra o troppo a sinistra può cambiare il corso di una stagione o, addirittura, la storia di un personaggio e di un club. E in questo Lotito è stato senza ombra di dubbio il numero uno nella storia della Lazio, perché con la sua fortuna Cragnotti avrebbe vinto sicuramente un paio di scudetti in più e almeno una Coppa dei Campioni. E questo senza dubbio un merito 0o, comunque, un valore aggiunto.

Il problema, è che i limiti di Lotito sono evidenti, da anni. Il salto di qualità con lui la Lazio non lo potrà mai fare, perché anche se Lotito insiste (come la volpe che non arriva all’uva e quindi dice che non è buona) a dire che “non è vero che chi più spende più vince”, nel calcio moderno vince solo chi investe e pure pesantemente. Basta guardare oltre frontiera, basta vedere come il cambio al vertice ha portato il Monaco dalla Serie B francese alla semifinale di Champions League, nel giro di tre stagioni… E noi sono anni che sogniamo di fare quel salto di qualità. E quello che fa più male, è che se un russo, un cinese o uno dei tanti arabi sbarcati in Europa per investire nel calcio dovesse bussare alla porta di Formello, la risposta sarebbe: “non vendo neanche se mi danno 500 milioni di euro, perché il mio sogno è di lasciare la Lazio in eredità a mio figlio”.

Una frase che fa sorridere, ma che diventa quasi un oscuro presagio pensando che, se il 19 luglio del 2004 qualcuno ci avesse detto che dopo 4749 giorni quell’imprenditore buffo e occhialuto sarebbe stato ancora alla guida della Lazio, avremmo sorriso tutti, invece sta ancora lì. E con gli attuali chiari di Luna, non si riesce neanche ad ipotizzare la fine di questo suo regno che lo ha portato ad essere il terzo presidente più longevo nella storia della Lazio dietro solo a Lenzini (15 anni) e a Fortunato Ballerini (20 anni), e davanti a Cragnotti…




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Accadde oggi 20.08

1875 Nasce a Roma Luigi Bigiarelli, uno dei nove Fondatori della S.P. Lazio
1931 Roma, campo Rondinella - Lazio-Trastevere 12-0
1970 Cerveteri, comunale - Cerveteri-Lazio 0-9
1978 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Nazionale Militare 1-1
1991 Roma, - Lazio-Milan 0-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-River Plate 1-1
2003 Terni, stadio Liberati - Ternana-Lazio 1-3
2006 Roma, stadio Flaminio - Lazio-Rende 4-0
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Elfsborg 3-0

Video

Supercoppa Juve-Lazio 2-3
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 18/08/2017
 

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