10 Luglio 2019

Caro "Notaio", quanto ci manchi...
di Stefano Greco

Un giovanissimo Nanni Gilardoni sorride guardando la stretta di mano tra Morrone e il presidente Tessarolo

Controllando un almanacco laziale, al 10 luglio non ci sono date importanti da ricordare. Ma non è così. Già, perché il 10 luglio di sei anni fa e di un’estate caldissima come questa, ci ha lasciato Giovanni Gilardoni, che per noi laziali era solo e semplicemente Nanni, oppure il “Notaio”. Con la N rigorosamente maiuscola.

Ci sono uomini che fanno la storia anche restando per una vita dietro le quinte, alle spalle dei veri protagonisti, senza mai far sapere agli altri che cosa hanno fatto e quanto sia stato importante se non fondamentale il loro lavoro occulto. In casa Lazio, uno di questi uomini è senza dubbio Nanni Gilardoni, un antipersonaggio per eccellenza, al punto che di lui non si fatica a trovare una solo foto scandagliando Google, anche se ha vissuto una vita al fianco della Lazio. Per questo, per ricordarlo ho scelto una foto in cui lui sta defilato, sorridente, mentre osserva la stretta di mano tra il nuovo arrivato Giancarlo Morrone e il presidente Costantino Tessarolo.

A Roma Nanni Gilardoni era il “Notaio”, sia per noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo anche al di fuori del calcio per amicizia di famiglia, ma anche per le migliaia di laziali che pur senza conoscerlo lo consideravano uno di famiglia: perché dove c’era la Lazio c’era lui. E viceversa, perché se lo incontravi fuori Roma, significava quasi sempre che nei paraggi c’era anche la Lazio. La sua vita. Nanni se n’è andato quattro anni fa in silenzio, come nel suo costume, dopo aver lottato come un leone contro un male infame che non lascia scampo e che ha colpito in modo diretto o indiretto ognuno di noi. Soprattutto noi laziali, visto che ci ha strappato personaggi importanti che abbiamo amato alla follia come Tommaso Maestrelli (e suo figlo Maurizio…), Renato Ziaco e Gigi Bezzi, ovvero gran parte di quella panchina della Lazio del primo scudetto. Con Nanni Gilardoni, se n’è andato un pezzo della nostra storia, una parte importante di una Lazio che oggi a volte stentiamo a riconoscere o a sentire nostra. Anche se ha sempre lo stesso simbolo e gli stessi colori.

Potrei scrivere a lungo parlando di Nanni, potrei raccontare mille aneddoti, ma preferisco ricordarlo con le parole che gli ho dedicato nel libro sui 100 personaggi che hanno fatto la storia della Lazio. Non prima di aver abbracciato tutti i nipoti e pronipoti di Nanni, perché la famiglia Gilardoni fa parte da sempre della mia vita, oltre che della storia della Lazio.

Nel 1962, nell’anno in cui sono nato, Giovanni Gilardoni, meglio conosciuto come Nanni, è entrato a far parte per la prima volta dei quadri dirigenziali della Lazio. Da quel momento in poi, questa società è entrata a far parte della sua vita, anzi, è stata parte integrante della sua vita, al pari della sua famiglia che è  integralmente laziale. Anche se sarebbe meglio quasi dire “talebanamente” laziale.

Non ricordo una sola trasferta ufficiale in cui non ho visto il “Notaio” al seguito della Lazio. Al fianco del presidente di turno, oppure insieme ai nipoti Carlo, Guido, Dario e Alessio o ai pronipoti. In quell’elegante palazzetto che sta al numero 4 di Via Giovanni Nicotera, nel quartiere Prati, a due passi dal Tevere, sono passati tutti i personaggi più importanti del mondo-Lazio degli ultimi cinquant’anni. Lui, Nanni, è entrato in società il 27 settembre del 1962, come membro del Consiglio dell’allora presidente Ernesto Brivio, politico dell’MSI e produttore cinematografico, soprannominato proprio per la sua militanza politica “l’ultima raffica di Salò”. Da quel giorno e fino al 2008 Nanni Gilardoni e la Lazio sono stati una cosa sola fino a quando, alla scadenza del suo mandato all’interno del Consiglio di Sorveglianza, qualcuno gli ha dato il benservito, Messo alla porta nel peggiore dei modi dopo 46 anni di Lazio, lui se n’è andato in silenzio, come suo costume, senza ricevere neanche un grazie da chi dirige questa società, ma con l’orgoglio di non aver percepito mai né una lira né un euro per quella sua quasi cinquantennale attività da dirigente e da notaio al servizio dei colori biancocelesti. Anzi, non solo non ha percepito soldi, ma ne ha versati (direttamente o coinvolgendo altri amici o personaggi importanti) tanti di soldi nelle casse della Lazio. Ad esempio, pagando per anni l’affiliazione della Lazio Calcio alla Polisportiva, come può ben testimoniare il presidente Antonio Buccioni.

In tanti anni, non l’ho mai visto alterato Nanni, non l’ho mai visto andare oltre le righe. L’immagine che ho di lui è di un uomo quasi sempre sorridente, un vero signore che se ne stava in disparte parzialmente nascosto dietro le lenti dei suoi immancabili occhiali e con la sigaretta in mano. Lo ricordo così al seguito della Lazio, ma anche le tante volte che mi sono recato a studio a Via Nicotera, sia per questioni notarili di famiglia sia quando passavo a trovare suo nipote Alessio, amico di vecchia data.

Come dicevo, in più di 40 anni non l’ho mai visto dare una sola volta in escandescenze, neanche nei momenti più tragici della storia della Lazio, quando per tranquillizzare tutti lui ripeteva sempre: “La Lazio non morirà mai”. E non sono stati pochi, purtroppo, i momenti difficili che il notaio ha vissuto, sempre in prima linea, dal 1962 al 2008. Per questo fatico a immaginare la scena che mi fu raccontata una volta di un Nanni Gilardoni infuriato e quasi violento. E ho deciso di scegliere proprio questo racconto di un inedito “notaio infuriato” per chiudere questo piccolo ricordo personale di un uomo che per me è stato sempre un punto di riferimento, forse il personaggio che (insieme a Gian Chiarion Casoni) rappresentava alla perfezione quel termine LAZIALITÀ che oggi sembra una parola vuota, senza significato, pronunciata troppo spesso a sproposito da chi dispensa patenti o stabilisce insindacabilmente chi è laziale e chi no.

L’episodio di cui parlavo prima, risale al 10 giugno del 1964 e il teatro della scena che sto per raccontare è il campo di allenamento della Lazio a Tor di Quinto. Da due mesi, precisamente da fine marzo del '64, all’indomani della storica vittoria per 3-0 della Lazio sul campo della Juventus, in città cominciano a circolare strane voci su un possibile trasferimento di Juan Carlos Lorenzo dalla panchina biancoceleste a quella della Roma. Dopo Bernardini e Selmosson, il passaggio del “mago” argentino sull’altra sponda del Tevere sarebbe un affronto intollerabile per i tifosi laziali, soprattutto dopo che il neo-presidente Miceli e lo stesso Lorenzo avevano varato un piano di rafforzamento della squadra che aveva chiuso il campionato all’ottavo posto in classifica. Quel piano, era la garanzia richiesta dal tecnico argentino per restare alla guida della Lazio. Per accontentare il mago di Buenos Aires, Nanni Gilardoni si era attivato (come ha fatto per tutta la vita da laziale) per trovare nuove risorse economiche e nuovi finanziatori. Dopo settimane di colloqui e di incontri, Nanni Gilardoni era riuscito a garantire al presidente Miceli i soldi necessari per far fronte all’imponente campagna acquisti pretesa dal tecnico argentino.

Forte delle garanzie economiche ottenute, il 10 giugno del 1964 Nanni Gilardoni si era recato a Tor di Quinto per avere il sì definitivo di Lorenzo. Insomma, un patto tra gentiluomini (allora funzionava così…) da sancire con una stretta di mano. Illustrato il piano economico e le relative garanzie per finanziare la campagna acquisti programmata, però, Nanni Gilardoni si sentì rispondere da Juan Carlos Lorenzo, in quel suo italiano stentato e cantilenante: “Troppo tardi, mi dispiace, ho già firmato per la Roma”. Davanti a quelle parole, i testimoni narrano di un Nanni Gilardoni furibondo che a male parole e a spintoni caccia letteralmente Juan Carlos dal campo di allenamento, invitandolo a lasciare il centro sportivo per raggiungere immediatamente la Roma. Difficile da immaginare una reazione simile da parte di un personaggio pacato come Nanni, facile da comprendere una simile ira perché per il Notaio la Lazio veniva prima di ogni cosa, anche della sua stessa vita.

Come dirigente, Nanni Gilardoni ha un record che nessun altro dirigente laziale può vantare e che difficilmente potrà essere eguagliato, visto che ha collaborato con 10 diversi presidenti e, soprattutto, ha vinto entrambi gli scudetti e in totale ben 9 dei 15 trofei conquistati dalla Lazio nei suoi 119 anni di storia. Per questo, come dicevo prima, se pronuncio il termine LAZIALITÀ le prime due persone che mi vengono in mente non sono dei calciatori e neanche i padri fondatori, ma Gian Chiarion Casoni e Nanni Gilardoni. Quindi, un bacio verso il cielo e una richiesta: continua a proteggerci dall’alto Notaio, perché questa Lazio ha sempre bisogno di un piccolo aiuto da parte di chi l’ha amata profondamente, più della sua stessa vita…




Accadde oggi 15.09

1929 Roma, Stadio Rondinella - Lazio-Pistoiese 4-0?
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Budapest III Ker 4-0
1946 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Salernitana 3-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 4-3
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-1
1968 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 1-1
1985 Bologna, stadio Renato Dall’Ara – Bologna-Lazio 1-0
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 1-1
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Lokomotiv Plovdiv 2-0
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Chievo 2-3
2007 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Empoli 0-0

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 9/8/2019
 

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