08 Luglio 2019

Bradley, una bella storia di calcio e amore...
di Stefano Greco

È vero, oggi con le prime visite mediche parte la nuova stagione della Lazio e visto che noi parliamo di Lazio questo dovrebbe essere l'argomento del giorno. Ma Millenovecento non è solo Lazio, è calcio vissuto in un certo modo, un giornale in cui si raccontano belle storie di calcio, anche extra Lazio. Quindi, oggi, a due anni dalla scomparsa di Bradley Lowery, voglio raccontare nuovamente la storia di quel bambino fantastico e del suo idolo, Jermain Defoe. La storia di un ricco professionista che l'8 luglio di due anni fa si è lasciato andare davanti alle telecamere ad un pianto disperato che gli impediva anche di parlare dopo aver appreso la notizia della morte di quel bambino che nel Regno Unito tutti avevano in qualche modo adottato. E allora vale la pena raccontarla, anche per riflettere sull'essenza della vita, la storia di Bradley Lowery, il piccolo tifoso del Sunderland salito alla ribalta delle cronache perché il 27 marzo del 2017 era sceso sul prato di Wembley abbracciato al suo grande idolo, Jermain Defoe, allora stella dei “Black Cats”. Perché quel rapporto tra Jermain e Bradley, è senza dubbio una delle pagine più belle del calcio mondiale degli ultimi anni7. 

Spesso e volentieri passo per nostalgico, oppure per un inguaribile romantico. Forse è così, ma per me lo sport in generale e il calcio in particolare è emozione e sentimento: senza quello, lo stadio è un posto senza senso e il televisore è una sorta di scatola vuota con dentro 23 pupazzetti che corrono su un prato verde senza trasmettere nulla. Specie se anche il contorno non trasmette alcuna emozione, come accade purtroppo da qualche anno in Italia, con spalti deserti o quasi e con la Lega costretta a fare un appello ai registi per non far vedere le migliaia di seggiolini vuoti e ad alzare i rumori di fondo nel disperato tentativo di dare l’impressione che nello stadio ci sia folla e calore. E sempre più spesso, non so se ci avete fatto caso, ultimamente i registi per trasmettere qualche emozione indugiano proprio su primi piani dei bambini.

Già, perché se lo sport e il calcio sono una sorta di metafora del sogno, nulla li rappresenta di più di un bambino dallo sguardo sognante, che esulta e che ha un’espressione di magnifico stupore nel vedere quello che lo circonda e i “suoi eroi” in campo. Una volta, il rapporto tifosi-giocatori era diverso. Non c’erano steccati, gabbie o recinzioni a separare il tifoso dai suoi idoli, gli allenamenti erano sempre aperti al pubblico e una foto o un abbraccio non era negato a nessuno. O quasi. Oggi, invece, ci commuoviamo quando vediamo le immagini di bambini che invadono il terreno di gioco e corrono all’impazzata, dribblando steward o poliziotti, per andare ad abbracciare un Cristiano Ronaldo, un Messi, un Neymar o un Sergio Ramos, perché qualcuno ha creato un muro tra la gente e i calciatori, tra il pubblico e gli attori.

In Italia è così da anni (ed una delle tante cause del distacco della gente da questo sport) ma per fortuna non è così ovunque. In Inghilterra, ad esempio, anche se la Premier League è diventata l’industria calcistica più ricca del mondo e le società sono gestite da magnati approdati nell’Isola da tutto il mondo, il legame tifoso-giocatore non ha perso del tutto il romanticismo di una volta. Sì, perché la lotta alla violenza e al fenomeno hooligans è stata fatta in modo intelligente, non facendo di tutt’erba un fascio e tantomeno innalzando barriere. Anzi, dopo la strage di Hillsborough del 15 aprile del 1989 (in quel maledetto sabato in cui morirono 96 tifosi del Liverpool travolti dalla folla o schiacciati contro le inferriate) uno dei primi provvedimenti fu quello di abolire qualsiasi barriera all’interno degli stadi. Al punto che, volendo, oggi i giocatori si possono quasi toccare o abbracciare. E proprio questo senso di libertà e di vicinanza allo spettacolo e agli attori, è una delle chiavi del successo del calcio inglese, di quella fiammella che oltre a rimanere sempre accesa adesso si è trasformata in un fuoco di passione che arde in modo sempre più veemente.

Ho fatto un giro un po’ largo per arrivare al punto, lo so, ma la premessa era necessaria per raccontare questa storia che potrebbe accadere ovunque, volendo, ma che è tipicamente inglese. E meravigliosa. La storia del rapporto tra Jermain e Bradley, tra una stella del calcio e il suo piccolo tifoso. Guardate quella foto di Defoe sdraiato vicino a quel ragazzino che dorme o con Bradley in braccio e se non provate un brivido non andate avanti a leggere. Ma se, come credo, sentirete qualcosa più di un semplice brivido e non conoscete la storia, allora andate avanti, fino in fondo. Prima raccontavo di quel 27 marzo 2017, di quel pre partita di Inghilterra-Lituania, del momento degli inni nazionali con le piccole mascotte che stanno davanti ai calciatori. Di solito, sono i giocatori che da dietro mettono le mani sulle spalle di quelle piccole mascote per dargli sicurezza, per vincere quel naturale imbarazzo che si prova stando davanti alle telecamere e decine di migliaia di spettatori. Quei bambini, spesso e volentieri sembrano quasi paralizzati dalla paura e dalla tensione, a volte piangono, a volte sorridono in modo forzato e solo qualcuno, più sfacciato di altri, saluta o fa qualche smorfia. Mai, prima di quel giorno, nel momento solenne degli inni nazionali avevo visto un bambino dare le spalle alle telecamere e abbracciare in quel modo un calciatore. Ma quell’abbraccio non è stato dettato da un momento di paura o di timidezza. No, non c’era nulla di casuale dietro quell’abbraccio meraviglioso, c’era solo una storia drammatica ma al tempo stesso fantastica: una storia oramai finita ma che merita di essere raccontata.

Jermain Colin Defoe è un attaccante dato troppo presto per finito, un attaccante che quel 27 marzo 2017 è tornato a indossare la maglia della nazionale dopo quattro anni. E, visto che questa storia sembra una favola uscita dal pennino di Charles Dickens, l’allora uomo simbolo del Sunderland in quella partita è andato in gol dopo appena 21 minuti, spianando la strada del successo all’Inghilterra. Quel gol di Defoe, è arrivato 13 anni dopo la prima delle 20 reti segnate in 57 apparizioni con la maglia bianca dei “Three Lions”: ma il vero protagonista di questa storia è l’altro, il bambino. Il suo nome è Bradley Lowery, un ragazzino di 5 anni malato di neuroblastoma, un tumore già in fase terminale che si è manifestato quando quel piccolo tifoso (diventato una sorta di idolo per tutte le tifoserie del Regno Unito) aveva appena un anno e mezzo. Negli ultimi mesi di vita di Bradley, ogni sabato in qualche stadio inglese è comparso uno striscione dedicato a lui, con la gente che mostrava cartelli con la sua immagine e qualche frase d’incoraggiamento, perché per mesi nessuno si è voluto arrendere davanti al fatto che questo ragazzino non aveva un futuro, perché la data approssimativa della sua morte era già scritta nel grande libro del destino. E così, purtroppo, è stato, anche se i suoi genitori non si sono mai rassegnati a vederlo volare via.

Il primo a non rassegnarsi a questo perfido scherzo del destino, è stato proprio Jermain Colin Defoe. Un giorno, ha ricevuto una richiesta da parte dei genitori e si è presentato in ospedale per conoscere quel piccolo e sfortunato tifoso. E da quel momento, Jermain e Bradley non si sono più separati. Appena poteva, Defoe volava in ospedale e passava ore con quel ragazzino che lo abbracciava come se fosse quell’orsacchiotto di pezza dal quale i bambini non si possono separare durante la notte, perché Jermain era il suo idolo e gli dava pace e sicurezza.

Così, d’accordo con la Football Association, Jermain Colin Defoe domenica 27 marzo 2017 ha regalato al suo piccolo amico Bradley una giornata speciale. Ha pagato il viaggio e il soggiorno a Londra a lui e alla sua famiglia, poi ha preso Bradley per mano e lo ha portato sul prato verde di Wembley, entrando per primo sul campo anche se la fascia da capitano stava sul braccio di Hart. Ma è stato proprio l'ex portiere del Torino a cedere il primo posto della fila a Jermain e a Bradley, che alla vigilia della partita ha definito Defoe: “il suo miglior amico”.

Così, in barba a qualsiasi protocollo, quando la banda ha iniziato a suonare “Good save the Queen”, Bradley ha dimenticato di stare a Wembley davanti a 80.000 spettatori e in diretta in mondovisione ha fatto la cosa più naturale del mondo: prima si è tappato le orecchie, quasi per isolarsi da tutto con Defoe che lo abbracciava da dietro, poi mentre tutto lo stadio cantava l’inno, lui si è girato e ha dato le spalle al mondo per abbracciare Jermain. Come ha fatto quella prima volta che si sono conosciuti, quando Defoe si è presentato in ospedale e Bradley gli ha chiesto di sdraiarsi vicino a lui su quel letto, poi dopo aver chiesto alla mamma di spegnere la luce, ha chiesto a Defoe: Puoi dormire con me?”… E lui ha accettato, si è sdraiato sul letto con addosso solo una maglietta e con il cappellino in testa girato, ed ha passato ore abbracciato da quel bambino da cui non si è più separato. E quel primo incontro, Defoe lo ha descritto così.

“Bradley mi ha messo addosso le coperte, voleva solo essere coccolato. Non voleva che andassi via, l’ho abbracciato e si è addormentato. Sua madre, scherzando, mi ha detto che sarei dovuto rimanere tutta la notte e allora le ho risposto ‘Qualcuno chiami David Moyes e gli dica che non posso giocare nel weekend’. È stato speciale, uno dei momenti più belli della mia vita”.

La foto di quell’abbraccio ha fatto il giro del mondo in un amen, come questa storia. In migliaia hanno contattato la famiglia per donare soldi in modo da raccogliere la cifra necessaria per le costosissima terapia sperimentale a cui Bradley si è sottoposto negli Stati Uniti. Ma, purtroppo, era troppo tardi e per il piccolo Bradley non c’era più nessuna speranza. Terapie e cure sono servite solo a rallentare il corso della malattia, a regalare a Bradley qualche mese in più da passare con il suo amico Jermain e la possibilità di vivere altre giornate come quella domenica a Wembley. E ai suoi genitori per godersi il suo sorriso.

“My brave boy has went with the angels today 08/07/17 at 13:35, in mammy and daddies arms surrounded by his family. 
He was our little superhero and put the biggest fight up but he was needed else where.
There are no words to describe how heart broken we are.
Thank you everyone for all your support and kind words.
Sleep tight baby boy and fly high with them angels”
.

Queste sono le parole con cui la madre di Bradley ha annunciato l'8 luglio del 2017 sulla pagina Facebook la morte di quello che lei chiama il suo “il suo coraggioso ragazzo” o il suo “supereroe”. E tutta l’Inghilterra si è commossa leggendo quelle parole, vedendo l’immagine del pianto di Defoe durante al conferenza stampa di presentazione al Bournemouth (andata in scena poco dopo aver ricevuto quello straziante sms dalla madre di Bradley), sentendo la voce del campione rotta dall’emozione. E poi ancora leggendo le parole della lettera di addio scritta da Jermain al suo piccolo amico.

“Ciao amico mio, mi mancherai tantissimo. Ringrazio Dio che ti ha condotto nella mia vita e mi ha dato la possibilità di trascorrere momenti stupendi con te. Non dimenticherò mai il tuo sguardo quando ti incontrai la prima volta, quell’amore così genuino dei tuoi occhi dolci. È davvero difficile trovare parole per esprimere cosa significhi per me. Il tuo modo di pronunciare il mio nome, i tuoi sorrisi da superstar e l’amore che ho provato quando ero al tuo fianco. Il tuo coraggio sarà sempre per me una fonte di ispirazione per il resto della mia vita. Non puoi capire quanto tu mi abbia cambiato come persona. Ora sei tra le braccia di Dio e io ti porterò per sempre nel mio cuore. Dormi beato piccolino. Mio migliore amico”.

Ecco, al di la della retorica, questo è il mio calcio, rappresentato alla perfezione da questa storia e da quel football made in England che è sì diventato un’industria capace di produrre oltre 3 miliardi di euro a stagione solo grazie alla vendita dei diritti tv, ma che non ha né perso né venduto interamente la sua anima al Dio denaro. E, forse anche o soprattutto per questo, non solo non ha perso l’affetto dei suoi tifosi, ma in con la storia di Bradley ci ha dato un’ennesima lezione che dovrebbe far meditare qualcuno che parla sempre e solo di soldi, di stadi e pensa solo a vendere a peso d’oro i diritti tv di un campionato (il nostro) che oramai ha perso da tempo la sua vera anima. E, di conseguenza, anche l’amore o l’affetto di tantissimi tifosi…




Accadde oggi 19.07

1982 Nasce a Roma Diego Favazza
2001 Riscone di Brunico - Lazio-Olympiakos Nicosia 1-0
2004 Sendai - Vegalta-Lazio 2-2
2006 Unterchutzen - Steierselektion-Lazio 0-5
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Lazio-Auronzo 7-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 12/7/2019
 

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