10 Giugno 2019

Auguri Angelo, grande cuore laziale
di Stefano Greco

Angelo Gregucci è l’anello di congiunzione tra la Lazio di Calleri e quella di Cragnotti, l’emblema della crescita di una società passata nel giro di pochi anni dal rischio di sparire dalla mappa del calcio italiano all’ingresso trionfale in Europa. Lui, che nell’anno della “Banda del meno nove” era solo un ragazzino sconosciuto alla corte di Fascetti, pochi anni dopo era il capitano della Lazio di Dino Zoff che tornava dopo quindici anni sulle scene europee. Per questo, ancora più che per l’amicizia che ci lega da più di vent’anni, l’ho scelto come uno dei simboli di quella squadra e come uno dei miei compagni di narrazione di quella grande avventura.

Sono passati quasi 33 anni, ma me lo ricordo come fosse ieri nel suo primo giorno di Lazio. Alto, magrissimo, abbronzato, un filo di barba incolta e lo sguardo simile a quello di un bambino che entra per la prima volta in un parco giochi. Arriva a Tor di Quinto con l’andatura ciondolante e le mani infilate nelle tasche dei bermuda, forse per mascherare tensione ed emozione.

Nato a San Giorgio Ionico, il 10 giugno del 1964, e cresciuto calcisticamente nel Taranto, Gregucci arriva a Roma accompagnato dalla sgradevole etichetta di “raccomandato” o, nella migliore delle ipotesi, di “uomo del presidente”, solo perché, insieme a Camolese e Sgarbossa, viene dall’Alessandria (C2), l’ex società di Gianmarco Calleri. Società in cui evidentemente si lavorava bene se è vero che da lì anche altri due giocatori, Carrera e Pagano, approdano in serie A, il primo addirittura alla Juventus.

Ad Angelo tocca esordire nella Lazio nell’anno più incredibile della sua storia, e fin dall’inizio capisce che quell’avventura di normale avrà poco o niente.

“Ci fecero andare all’Hotel Villa Pamphili. Eravamo io, Sgarbossa e Camolese. Appena arrivati a bordo di un taxi, ci accolse il direttore dell’albergo che scusandosi ci disse: ‘Mi dispiace ragazzi, ma non potete restare qui. Abbiamo dei problemi con la Lazio (che non pagava il conto da tempo immemorabile) quindi dovete trovare un altro posto dove poter alloggiare’. Ci guardammo perplessi, chiamammo Manzini e da lì ci portarono alla pensione Paisiello. E anche in ritiro successe la stessa cosa. Dovevamo andare in un albergo isolato, invece ci trasferirono in un altro che stava proprio sulla statale. Insomma, capimmo subito che aria tirava”.

Sono i giorni difficili di Gubbio, quelli in cui si decide il destino della Lazio. E non solo quello sportivo di quella stagione. Sono i giorni delle marce, delle manifestazioni contro la Federcalcio e per chiedere una giustizia giusta, sono i giorni in cui la Lazio cammina sul filo, sospesa tra il baratro economico e sportivo da una parte e una salvezza che può aprire le porte (come sarà) ad un futuro completamente diverso, grazie a personaggi (Calleri prima e soprattutto Cragnotti poi) che riscriveranno la storia della Lazio.

“In quei primi giorni a Gubbio tutti abbiamo un po’ sottovalutato quello che stava succedendo a Milano. Poi, giorno dopo giorno, abbiamo capito che la situazione era molto diversa da quella che ci era stata descritta. Passavamo le nostre giornate tra campo e camera d’albergo, attaccati al televisore o alla radio per avere notizie, e noi giovani scrutavamo le facce di quelli più esperti del gruppo per cercare di capire che cosa stava succedendo. Ricordo come se fosse ieri il giorno della prima sentenza. Il collante di tutto era Maurizio Manzini. Ci riunimmo in una sala dove c’era un televisore e lì, in diretta dal Tg, venimmo a sapere che ci avevano retrocessi in C1. Calò un silenzio di tomba, nessuno riusciva a dire nulla. Fu Fascetti a prendere in mano la situazione, ci disse che lui sarebbe restato e ci invitò ad andare in camera a riflettere, poi ci saremmo riuniti nuovamente per decidere che cosa fare. Podavini, Magnocavallo, Caso e Fiorini cominciarono a parlare fitto fitto tra di loro, poi cominciarono a passare da una camera all’altra per ragionare con quelli più titubanti per prendere una linea comune. A noi non ci guardavano neanche. Eravamo sotto shock e faticavamo anche a capire che cosa stava succedendo”.

Minuti che sembravano ore, dubbi e paure che si trasformavano in macigni in grado di schiacciare chiunque, figuriamoci dei ragazzi di poco più di vent’anni alla prima grande esperienza della loro carriera.

“Fascetti ci fece chiamare, ci riunimmo in un sottoscala, in una sala piccola, mentre intorno a noi crollava tutto. I tifosi in albergo piangevano, noi eravamo tutti sotto shock perché eravamo impreparati a quella retrocessione a tavolino. L’allenatore ci disse che saremmo andati incontro a un’estate infernale e che per uscirne indenni serviva una presa di posizione decisa da parte della squadra. Dovevamo essere noi a dare un segnale forte e di unità, ed essere pronti a tutto, anche ad accettare il peggio. ‘Chi se la sente resti, chi ha dubbi o non se la sente è meglio che vada a fare le valigie e ci salutiamo qui’. Restammo tutti. E Fascetti fu palesemente orgoglioso per quella scelta”.

I giorni scorrono in quell’estate di sudore e tensione. Si arriva al giorno del verdetto definitivo, con la squadra impegnata in Coppa Italia ma con la testa altrove.

“Il giorno del verdetto della CAF stavamo negli spogliatoi dell’Olimpico. Prima di scendere in campo contro il Napoli per la seconda partita di Coppa Italia ci arrivò qualche spiffero. Il verdetto non era stato ancora annunciato, ma qualche giornalista era riuscito a sapere che la CAF aveva confermato la sentenza di primo grado, quindi la retrocessione in serie C1 della Lazio. Dentro lo stadio c’era un clima irreale, noi provammo pure a giocarla, quella partita, ma era praticamente impossibile restare sereni con quello che succedeva intorno. Tornammo in albergo per avere conferma, ma niente. Quella notizia fatta filtrare aveva cambiato tutto. Il verdetto, quello vero e definitivo, arrivò il giorno dopo. Anche in questo caso stavamo tutti insieme in albergo. È difficile dire cosa provai. Per tutti noi fu quasi una liberazione, tirammo un sospiro di sollievo, ma fino a un certo punto, perché in un campionato con la vittoria che valeva due punti, partire con un handicap di nove punti significava regalare come minimo cinque partite agli avversari. A prima vista in molti la presero come una condanna posticipata di un anno. Ma nessuno di noi sapeva che quel verdetto per noi altro non era che un biglietto d’ingresso per entrare a far parte della storia”.

Gregucci inizia la stagione in panchina, poi Eugenio Fascetti lo getta nella mischia il 5 ottobre del 1986, allo stadio Olimpico, nella sfida con il Bologna, quando dopo neanche un quarto d’ora perde per infortunio Esposito. La Lazio, che fino ad allora ha raccolto la miseria di 2 punti in tre partite vince il suo primo incontro di quell’indimenticabile campionato e da quel momento in poi Angelo non esce più di squadra, anzi diventa il punto di forza della difesa in coppia con Raimondo Marino, arrivato dal Napoli. Per uno strano scherzo del destino, il primo dei 12 gol realizzati (in 187 partite di campionato) con la maglia della Lazio, lo segna proprio contro il Taranto, la squadra della sua città e della sua infanzia. È il 23 novembre del 1986, ed è un gol importante che regala la vittoria alla Lazio e consente alla squadra di Fascetti di risalire la corrente: è la sua prima e unica rete in quella stagione.

“Ho giocato nella squadra della mia città, nel Torino di Mondonico arrivato a un passo dal conquistare una coppa europea, ma Taranto e Torino sono state come delle fidanzate o delle amanti, mentre la Lazio è stata per me la vera moglie, quella del ‘per sempre, nella buona e nella cattiva sorte’, che è molto più di un semplice giuramento. E la cosa strana è che il primo gol con la maglia della Lazio l’ho segnato al Taranto, mentre il primo gol con la maglia del Torino l’ho segnato alla Lazio, e per giunta all’Olimpico. Poi uno dice che non si deve credere nel destino. Io ho visto di tutto con questa maglia biancoceleste addosso, dall’incubo della retrocessione in serie C1 all’ingresso in Europa. Ho giocato con calciatori che non hanno mai fatto carriera e con fuoriclasse come Gascoigne e Signori. Portare la Lazio in Europa da capitano è stata una soddisfazione immensa, ma non paragonabile a quella provata nel conquistare quella salvezza. Mi ha fatto male andare via proprio in quel momento, ma avevo dei problemi fisici importanti e quando mi sono sentito messo in discussione per orgoglio ho deciso di andare via. Ho fatto una cazzata, come un marito tradito ho perso la testa e sono scappato lontano, pensando di risolvere tutto con la fuga. Non ho capito che era giusto e normale essere messo in discussione anche se ero l’unico dei reduci della ‘Banda del meno nove’ e il capitano della squadra. La mia è stata la stessa scelta che fece anni dopo Beppe Signori, il giocatore più devastante con cui ho giocato. Già nel tunnel gli avversari sapevano che con lui in campo si partiva 1-0 per noi, come minimo. E come lui, sono stato tradito dall’orgoglio. Sarebbe bastato un pizzico di pazienza in più…”.

Dopo un campionato in granata e quattro stagioni alla Reggiana, Gregucci passa in un anno dal campo alla panchina, iniziando l’esperienza da allenatore proprio alla guida della società emiliana in serie B come vice di Attilio Perotti. Nel 2001, parte la sua scalata nel grande calcio, come vice di Roberto Mancini sulla panchina della Fiorentina. Ricordo quell’estate del 2001 con grande piacere. Lavoravo per TMC (appena diventata La7) e fui spedito in ritiro a seguire proprio la Fiorentina. Ricordo che rimasi affascinato dai metodi di lavoro di quel duo di ex laziali. Ma se il rapporto con Mancini è solo quello che esiste tra un giocatore e un giornalista che segue quotidianamente la squadra, quello con Angelo va oltre. C’è amicizia, c’è il gusto della battuta, delle serate passate a giocare in coppia a tresette contro Di Livio e Torricelli, con le vittorie al tavolo da gioco festeggiate come quelle in campo. Quando “Mancio” approda sulla panchina della Lazio, lui va a Legnano a tentare l’esperienza da primo allenatore. E si specializza in salvezze impossibili. Prima con il Legnano, poi l’anno successivo in B alla guida del Venezia, preso all’ultimo posto e condotto alla salvezza dopo lo spareggio vinto con il Bari. Nell’estate del 2004, diventa uno dei papabili per la panchina della Lazio, ma alla fine la squadra viene affidata al suo ex capitano della squadra del -9, Mimmo Caso. Va a Salerno e conquista un’altra salvezza che ha del miracoloso. Approda in serie A, ma il Lecce lo manda via dopo appena 5 giornate, senza neanche dargli il tempo di impostare la squadra. Torna a fare miracoli in serie B con il Vicenza, poi torna in A con l’Atalanta, ma va a finire come a Lecce, con l’esonero dopo appena 5 giornate. E come è successo al Lecce, anche l’Atalanta retrocede, a dimostrazione che il problema non è certo l’inesperienza di Gregucci. A ottobre del 2010, approda al Sassuolo in sostituzione di Arrigoni, viene esonerato a maggio e al suo posto arriva Paolo Mandelli, suo ex compagno alla Lazio in quella squadra del -9. Dopo anni passati al seguito di Roberto Mancini, prima al City, poi allo Zemith e infine in Nazionale, qualche mese fa Angelo ha commesso l'errore di farsi convincere a lasciare l'azzurro in cambio di una panchina da primo allenatore a Salerno. Ed è finita male.

Oramai il suo destino è quello di girare l’Italia, ma come può Angelo torna a Roma per ritrovare gli amici e per parlare di Lazio, di quella squadra che gli è entrata dentro fin da quel primo giorno di quell’estate del 1986, quando si presentò a Tor di Quinto in bermuda, con la faccia spaurita ma con il sogno diventato realtà di sfondare nel grande calcio.

“Noi non potevamo essere quelli che facevano sparire la Lazio portandola in serie C1. Sarebbe stato come un marchio su ognuno di noi. Dico noi, perché se senti parlare i giocatori di quella squadra, anche a distanza di tanto tempo, non dicono mai io, parlando di quella stagione dicono sempre noi. Non avevamo il nome su quelle maglie come succede oggi, avevamo solo un’aquila sul petto e il nome Lazio tatuato sulle spalle. Quella squadra è entrata nella storia per quell’impresa, ma anche perché tutti noi abbiamo lavorato per salvare la società, mettendo la Lazio davanti a tutto, spesso e volentieri anche davanti ai nostri interessi. Eravamo la ‘Banda del meno nove’, tutti al servizio di Fascetti, della squadra e della Lazio”.

Auguri Angelo, amico, grande uomo e soprattutto grande cuore laziale…




Accadde oggi 15.09

1929 Roma, Stadio Rondinella - Lazio-Pistoiese 4-0?
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Budapest III Ker 4-0
1946 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Salernitana 3-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 4-3
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-1
1968 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 1-1
1985 Bologna, stadio Renato Dall’Ara – Bologna-Lazio 1-0
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 1-1
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Lokomotiv Plovdiv 2-0
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Chievo 2-3
2007 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Empoli 0-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 9/8/2019
 

90.419 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,206
Variazione del +0,33%