04 Giugno 2019

L'imperatore, il re e il regno di Zemanlandia
di Stefano Greco

Sfogli il calendario e leggendo la data del 4 giugno i ricordi affiorano immediati, come i racconti di quelle favole che da bambino ti accompagnavano dolcemente verso il sonno. E allora, l’articolo di oggi è giusto iniziarlo così, come se fosse una fiaba e non una storia vera anche se datata giugno 1995, ultima di campionato del primo anno di Zeman, un periodo in cui tutti i tifosi (con noi laziali in testa) potevano sognare. Anche ad occhi aperti…

C’erano una volta, tanti e tanti anni fa, un imperatore e un re che vivevano nel regno felice di Zemanlandia. Il re era né alto né bello, ma con le sue imprese aveva trasformato Zemanlandia in un regno ammirato da tutti e famoso in tutto il mondo. E a suon di gol, aveva reso felici tutti i sudditi di Zemanlandia che lo adoravano e lo portavano in trionfo. Ora, dopo 24 anni, quel re ha perso il suo trono, è finito addirittura in carcere e, soprattutto, Zemanlandia non esiste più, al punto che la sua esistenza sembra quasi una leggenda e anche qualcuno che ha vissuto in quell’epoca inizia a dubitare che sia realmente esistita.

Come ho detto all’inizio, potrebbe essere l’inizio di una delle tante favole che si raccontano ai bambini per farli addormentare, invece è solo la triste realtà di un allievo e del suo maestro, di una pagina strappata del calcio italiano. Beppe Signori qualche anno fa proprio in questo periodo è finito nuovamente in prima pagina su tutti i giornali, sportivi e non, ma non per un gol segnato o per un’impresa calcistica, ma come simbolo di un male, quello delle scommesse e delle partite truccate, da cui il calcio italiano non riesce a guarire da quasi 40 anni: nonostante le tante vittime, nonostante i tanti tentativi fatti per far guarire il malato e per evitare pericolose ricadute. Una brutta storia, mai del tutto chiarita e sulla quale in tanti hanno scritto tutto e il contrario di tutto, anche in assenza di un verdetto. Per quel che mi riguarda, per il rispetto per le persone e per la presunzione di innocenza, io ho sempre resistito alla tentazione di scrivere tutto quello che mi poteva passare per la testa, ma soprattutto ho evitato di accostare (al contrario di altri) le scommesse da 1 milione contro 50.000 lire fatte con tifosi e compagni di squadra su quel Buondì Motta da mangiare in un certo numero di passi alle scommesse da decine e centinaia di migliaia di euro con partite truccate e manipolate di cui si è parlato. Se riconosciuto colpevole alla fine del processo, Beppe Signori pagherà e verrà giudicato oltre che da un tribunale anche da chi lo ha amato ed eletto re e che in questi anni si è sentito quasi tradito. Ma a condanne o assoluzioni emesse, non prima, perché troppe volte ho visto (e provato sulla mia pelle) castelli accusatori che sembravano solidi come costruiti su roccia ma che invece altro non erano che castelli di sabbia, buoni per raccogliere gli applausi dei bagnanti ma pronti ad essere spazzati via dalla prima onda. E in nome del giornalismo spettacolo o del sensazionalismo che porta a sbattere gli ex campioni in prima pagina, Beppe Signori ha già pagato un conto salatissimo pur in assenza di un verdetto.

Ma perché Beppe Signori e Zeman proprio oggi? Perché il 4 giugno del 1995 la Lazio del boemo e del re dei bomber affronta e batte il Brescia nell’ultimo turno di campionato e conquista il secondo posto in classifica alle spalle della Juventus, alla fine di un campionato di alti e bassi, mettendosi dietro Parma, Milan, Roma, Inter e Napoli. Una stagione simile a quella dello scorso anno, di numeri da record: 69 gol segnati in 34 partite dall’orchestra del gol diretta dal boemo e che aveva in Signori il suo primo violino. Una squadra che subiva troppi gol, dicevano i contestatori di Zeman, ma quelle 34 reti subite in quel campionato (2 sole in più della Juventus Campione d’Italia) oggi sembrano ben poca cosa rispetto alle 51 incassate lo scorso dai ragazzi di Inzaghi e le 46 di questa stagione.

Mentre Beppe Signori è uscito di scena, il suo vecchio maestro Zdenek Zeman, l’inventore di un calcio che in Italia ha fatto tantissimi proseliti e che ha prodotto altrettanti critici, è tornato di recente alla ribalta. Ma non per quello che fa sul campo con le sue squadre, ma per altre vicende, più dolorose, per quell'intervista in cui ha parlato della malattia del figlio.

Zdenek Zeman sembra sempre di più un personaggio fuori dal tempo. Per i suoi silenzi è improponibile in un calcio che vive d’immagine, in cui gli allenatori vengono scelti se sono bellocci o eleganti, in moda da poter parlare poi di uno stile-Juventus abbinato ad Allegri. Per il suo integralismo, Zeman è scomodo in un mondo calcistico in cui la “mediazione” è alla base di tutto, dove i nemici di oggi sono gli alleati di domani, dove alleanze e amicizie non sono stabilite da regole ferree o da ideali, ma solo dalla posta in palio. Zdenek Zeman è improponibile in un calcio che fa finta di combattere il doping ma che fa sempre più uso di specialisti messi sotto contratto solo per migliorare le prestazioni degli atleti, senza doverli sottoporre a serie infinite di gradoni da scalare sotto il sole, senza metterli a dieta usando il “wash-out” (il trattamento a base di patate e verdure bollite a cui sottoponeva i suoi atleti Zeman nella prima settimana di ritiro per fargli perdere peso e smaltire la cattiva alimentazione dei mesi estivi). In un calcio in cui si esalta la ragnatela e il possesso palla del Barcellona o del City di Guardiola, Zeman è quasi un pesce fuor d’acqua con la velocità dei suoi schemi, sempre uguali ma che se ben applicati consentono ancora oggi di mettere un uomo da solo davanti portiere avversario e di esaltare le doti degli attaccanti.

Zeman, soprattutto lo Zeman di quella Lazio che riempiva l’Olimpico, è improponibile nel calcio di oggi che brucia tutto e tutti, in cui si passa dall’altare alla polvere (e viceversa) in pochi giorni. Come potrebbe essere accettato e sopportato un allenatore in grado di far vincere alla sua squadra una partita per 8-2 o 7-1 (rifilati in quella stagione rispettivamente alla Fiorentina di Toldo, Rui Costa e Batistuta e al Foggia), ma che poi la settimana dopo è capace di perdere contro l’ultima in classifica? Nel calcio di oggi, in cui i giocatori hanno procuratori (Raiola docet) che sparano a zero contro le società o che indicono conferenze stampa per gettare la croce addosso ad un allenatore reo di pretendere troppo e di spremere sia fisicamente che psicologicamente i loro assistiti (ricordate gli insulti di Raiola a Guardiola?) come potrebbe trovar posto uno che faceva ripetere centinaia di volte lo stesso schema in allenamento fino a quando non veniva eseguito alla perfezione o che sottoponeva i giocatori a sedute massacranti sotto il sole come faceva a Foggia quando spediva i suoi ragazzi a fare ripetute sulle gradinate dello stadio?

Non può, infatti o smette o al massimo viene relegato ai confini del grande calcio. Però ci si lamenta del poco spettacolo, del calcio troppo speculare e noioso delle squadre italiane e ci si esalta per poco, dimenticando che con Zeman sono arrivati in Nazionale giocatori come Baiano, Rambaudi, Stroppa, che Zeman ha scoperto e lanciato Signori (scartato dall’Inter perché troppo piccolo e inadatto al grande calcio) e Nedved, che per anni Zeman ha trasformato in oro tutto quello che toccava, facendo la fortuna di tanti presidenti, Casillo in testa. O come ha fatto a Pescara quando in una sola stagione ha lanciato Immobile, Insigne e un certo Verratti. Ovvero tre titolari della Nazionale di Ventura.

C’erano un volta un re e il regno di Zemanlandia, oggi non ci sono più. E non c’è più neanche l’imperatore, quel presidente che risponde al nome di Sergio Cragnotti in grado di anticipare di una decina d’anni il futuro e che per questo era considerato “pericoloso”. Un esempio? Leggete questa dichiarazione rilasciata da Sergio Cragnotti quel 4 giugno del 1995 dopo il secondo posto conquistato dalla Lazio….

“Siamo arrivati secondi, ma non siamo mai riusciti veramente a contendere il titolo alla Juventus. Ma presto saremo pronti per lo scudetto. Piuttosto, mi dà fastidio che la squadra debba allenarsi ancora al Maestrelli. Una società come la nostra ha un’immagine internazionale da conservare e un grande centro sportivo e uno stadio di proprietà sono indispensabili: ho incontrato Mendoza in Spagna, mi ha fatto vedere il centro sportivo del Real e il “Santiago Bernabeu”. E ho provato invidia per il Real Madrid: la Lazio deve giocare all’Olimpico e noi pur pagando un affitto salato non abbiamo la possibilità di gestire né la pubblicità né tantomeno il resto dell’indotto. Sono questi i problemi da risolvere per ridurre il gap che ci separa da club come il Real Madrid. Avete visto l’Ajax? Bisogna curare il vivaio giovanile, è molto importante. Perché dovete considerarci presidenti scemi? L’obiettivo è quello di rinforzare il patrimonio per fare la Lazio del domani non quella del presente”.

Per inciso, tre settimane dopo questa intervista la Lazio vinse lo scudetto Primavera all’Olimpico battendo davanti a 40.000 spettatori il Perugia. In porta il quella squadra c’era Flavio Roma (che ha giocato per anni in Serie A e che ha disputato una finale di Champions League con il Monaco), in attacco c’era Marco Di Vaio e il faro della difesa era un certo Alessandro Nesta. Ma di quella squadra allenata da Mimmo Caso hanno giocato a vari livelli tra i professionisti anche Iannuzzi, Cristiano, Orfei, Lucchini e quel Franceschini che ha disputato più di 300 partite in Serie A e che fino a poco tempo fa lavorava nelle giovanili della Lazio.

Lo stadio di proprietà, un impianto sportivo per la prima squadra e per costruire i giovani in casa. Era il 1995 e anche Cragnotti, come Zeman e Signori, sembra il protagonista di una favola: quasi un personaggio di fantasia rispetto al presente. Invece, non è stata una favola, ma una splendida realtà irripetibile: almeno oggi. Purtroppo…




Accadde oggi 15.09

1929 Roma, Stadio Rondinella - Lazio-Pistoiese 4-0?
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Budapest III Ker 4-0
1946 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Salernitana 3-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 4-3
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-1
1968 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 1-1
1985 Bologna, stadio Renato Dall’Ara – Bologna-Lazio 1-0
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 1-1
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Lokomotiv Plovdiv 2-0
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Chievo 2-3
2007 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Empoli 0-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 9/8/2019
 

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