19 Maggio 2017

Noi Oltremanica, voi a Torvaianica...
di Stefano Greco

Vincere un trofeo europeo, è il sogno di ogni tifoso di calcio. Vincere un trofeo in una finale giocata in Inghilterra, nella patria del calcio e del tifo, va addirittura oltre il sogno. Questo è il racconto di un sogno realizzato, di una trasferta indimenticabile iniziata con la morte nel cuore e poca voglia di parlare, ma finita tra abbracci, risate e senza un filo di voce, con fissa negli occhi e nella mente quella pezza con su scritto: “Noi Oltremanica, voi a Torvaianica”, emblema di quel periodo indimenticabile in cui noi alzavamo trofei uno dopo l’altro e loro vedevano le loro stagioni morire una dopo l’altra con l’inizio della Primavera e i loro sogni diventare la nostra realtà.

La sconfitta di Parigi non aveva lasciato più di tanto l’amaro in bocca, perché in quella notte in terra francese avevamo capito tutti che prima o poi sarebbe toccato anche a noi festeggiare e l’appuntamento con il successo, fin dal sorteggio, era stato fissato per il 19 maggio del 1999, al Villa Park di Brimingham. Arrivare a quell’ultimo atto non fu però un’impresa facile. Anzi, calcolando l’assenza di Nesta e Vieri, costretti a saltare per infortunio la prima metà della stagione. Il pareggio in casa contro il Losanna al primo turno in una partita giocata 90 minuti in 10 (espulsione di Stankovic e rigore parato da Marchegiani) e qualificazione sofferta grazie al 2-2 firmato Salas-Conceicao in Svizzera. Lo 0-0 in casa con il Partizan e la qualificazione ottenuta andando a vincere 3-2 nell’inferno di Belgrado con Stankovic (ex capitano della Stella Rossa) nelle vesti di mattatore. Poi la doppia passeggiata contro il Panionios (7-0 il computo finale, con un gol segnato anche da De La Pena) e infine il doppio pareggio con il Lokomotiv Mosca (1-1 in Russia e 0-0 in casa) decisivo per staccare il biglietto per Birmingham, dove tutti pensavamo di trovare il Chelsea di Vialli e invece a spuntarla nell’altra semifinale fu, a sorpresa, il Maiorca allenato da Hector Cuper.

Ricordo la fila all’Olimpico per prendere i biglietti, la voglia di partire e di mettere le mani su quella Coppa delle Coppe ma con la testa rivolta a quello scudetto che sembrava oramai ad un passo. Poi, la botta di Firenze, il sorpasso del Milan, lo scudetto svanito e il sogno andato in frantumi. Dopo quel sabato di Firenze, ricordo che rimasi due giorni senza parlare, con la morte nel cuore e quel biglietto per Birmingham tra le mani e la tentazione di regalare tutto a qualcuno. A spingermi ad andare, fu la “compagnia dell’anello”, quel gruppo di folli con cui ho girato per anni in lungo e in largo l’Italia e l’Europa al seguito della Lazio: da Campobasso a Cava dei terreni, fino a Parigi e al Delle Alpi per alzare la Supercoppa italiana in faccia alla Juventus nella prima sfida di quell’incredibile stagione 1998-1999. Il viaggio per Londra con un volo charter organizzato da Enza, quella bandiera bianca e blu con la scritta Irriducibili che conservo ancora e che è passata di padre in figlio e ora è il “feticcio” di mio figlio, l’arrivo a Londra e quel viaggio fino a Birmingham in cui tra battute, scherzi e sbronze colossali ho ritrovato il sorriso e la voglia di parlare, anche se Firenze era e restava una spina conficcata nel cuore.

A Birmingham, segno del destino mi ritrovo nello stesso B&B in cui alloggiano due miei collegi di TMC. Senza dirci nulla e organizzando due viaggi completamente diversi, ci siamo ritrovati sotto lo stesso tetto. E per chi come me crede nel destino e va a caccia di segni, quello era un presagio di vittoria. Come l’incontro casuale con Michele Plastino in un vicolo di Napoli la domenica di Lazio-Campobasso. Lo so, sembra una follia, ma solo chi è tifoso e vive con la scaramanzia come compagna di viaggio (al punto da indossare magari per tutta la stagione la stessa camicia, lo stesso golf, lo stesso giubbotto, le stesse scarpe e perfino gli stessi pantaloni e mutande perché portavano bene) può capire di cosa parlo.

Partendo (decisamente alticci) per il Villa Park e chiedendo indicazioni per lo stadio, ci ritroviamo davanti al St Andrew’s, lo stadio del Birmingham City. Poi neanche ricordo come, riusciamo ad arrivare al Villa Park, dove regna il caos più assoluto e dove solo i cavalli e i poliziotti che li cavalcano sono sobri. Altri incontri casuali, altri abbracci, poi la lunga fila per entrare dentro lo stadio, da dove arrivavano cori e canti che partiva dal bar interno per estendersi poi alle tribune. Non potrò mai dimenticare l’ingresso nello stadio. È stato come entrare in un tempio, con quelle tribune a picco sul campo, i giocatori che si potevano quasi toccare e quella marea di laziali situati in ogni settore, tranne che in quel piccolo spicchio di Villa Park colorato di rosso e occupato dai tifosi del Maiorca. Vedendoli, così pochi in rapporto alla marea di laziali, ho avuto una sorta di déjà vu: mi è tornato in mente il San Paolo il giorno di Lazio-Campobasso, i 30.000 e passa laziali e quelle poche migliaia di tifosi del Campobasso. E come quella volta, ho pensato: “Non possiamo perdere, se esiste un Dio del calcio, oggi dobbiamo vincere noi”. E così è stato, ma come sempre avviene nella storia della Lazio per approdare in paradiso siamo dovuti passare per l’Inferno e il Purgatorio.

Il gol di Vieri dopo pochi minuti, segnato proprio sotto la nostra gradinata, sembrava il via ad una cavalcata trionfale, invece la rete di Dani dopo appena tre minuti ci ha spalancato le porte dell’Inferno, facendo riapparire i fantasmi di Firenze e il timore di una nuova beffa. La Lazio in campo fatica, perché in troppi hanno dato tutto e sono arrivati come era già successo l’anno prima senza benzina alla meta. Vieri con il turbante insanguinato sembra un novello Piola, un centravanti d’altri tempi come quelli dei racconti dei nonni sulla Lazio degli anni trenta e quaranta che restavano in campo perché non esistevano le sostituzioni. Quando la partita sembra oramai avviata verso i tempi supplementari, ecco che succede un qualcosa di imprevisto e di insolito nella storia della Lazio. Nesta e Marchegiani ci salvano un paio di volte e su un pallone gettato verso l’area Vieri salta e il pallone finisce dalle parti di Nedved che, spalle alla porta, si gira e scarica su quella sfera tutta la rabbia accumulata in quelle settimane: il pallone finisce in rete e il boato è di quelli indimenticabili, come l’esultanza. Ci ritroviamo file e file sotto i nostri posti, trascinati giù da quel mare in tempesta, affogati in un’orgia di felicità fatta di abbracci e di lacrime. Poi quei minuti interminabili prima del triplice fischio di Benko e l’inizio di una festa lunghissima, indimenticabile. Quel “we are the champions” urlato fino a far saltare le corde vocali, la premiazione, poi le telefonate a casa. Non a genitori e parenti, ma agli amici romanisti e a quel povero Franco Sensi (che ci aveva augurato di perdere tutto…) bersagliato di chiamate fino a notte fonda. NOI CAMPIONI OLTREMANICA, VOI IN CANOTTA A TORVAIANICA...

La cena del trionfo, va in scena in un ristorante spagnolo di Birmingham, scelto appositamente (e per scaramanzia) prima della partita. Canti e cori fino a notte fonda, con la gente che ci guardava, sorrideva alle battute e si univa ai cori. Poi il lungo e lento viaggio fino a Londra, con tappa vicino a Silverstone in una locanda meravigliosa per un’altra mangiata e, soprattutto, per l’ennesima bevuta. Ricordo che, non so come, alla fine ci siamo ritrovati tutti sdraiati sul prato che c’era dietro al locale, con le bandiere conficcate nel terreno come facevano gli antichi quando piantavano a terra gli stendardi con l’emblema dell’aquila come simbolo di conquista del territorio. Le foto di quell’avventura, come la bandiera e quel fratino indossato per tutta la partita che ci rendeva parte di una scenografia vivente, ce l’ho conservati gelosamente a distanza di 18 anni insieme al biglietto della partita e a quella prima pagina a colori del Birmingham Post che titolava a tutta pagina: FORZA LAZIO. Con l’immagine della Coppa, il volto insanguinato di Vieri e l’abbraccio tra Bobo e Nedved, i due eroi di quella notte inglese, indimenticabile. Il primo trionfo europeo di una squadra romana, firmato Lazio! Solo un preludio del trionfo a Montecarlo contro il Manchester United e di un’annata straordinaria chiusa con la conquista dello scudetto e della Coppa Italia. Quattro trofei in appena 12 mesi… E a distanza di tempo, tocca anche leggere di laziali che disconoscono quegli anni o che criticano l’artefice di quei trionfi: Sergio Cragnotti, l’imperatore!




Accadde oggi 25.09

1927 Cremona, stadio Giovanni Zini - Cremonese-Lazio 2-0
1932 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Palermo 1-1
1938 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Genova 1893 2-1
1949 Como, Stadio Sinigaglia - Como-Lazio 1-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 2-2
1960 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 1-3
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1977 Bergamo, stadio Comunale - Atalanta-Lazio 1-1
1983 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genoa-Lazio 0-0
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Parma 2-2
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Palermo 4-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 25/08/2017
 

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