19 Maggio 2020

Noi campioni Oltremanica, voi in canotta a Torvaianica...
di Stefano Greco

Vincere un trofeo europeo, è il sogno di ogni tifoso di calcio. Vincere un trofeo in una finale giocata in Inghilterra, nella patria del calcio e del tifo, va addirittura oltre il sogno. E questo è il racconto di un sogno realizzato, di una trasferta indimenticabile iniziata con la morte nel cuore e poca voglia di parlare, ma finita tra abbracci, risate e senza un filo di voce, con fissa negli occhi e nella mente quella pezza con su scritto: “Noi Oltremanica, voi a Torvaianica”, emblema di quel periodo indimenticabile in cui noi alzavamo trofei uno dopo l’altro e loro vedevano le loro stagioni morire una dopo l’altra con l’inizio della Primavera e i loro sogni diventare la nostra realtà.

La sconfitta di Parigi nella finale di Coppa Uefa dell'anno prima con l'Inter non aveva lasciato più di tanto l’amaro in bocca, perché in quella notte in terra francese avevamo capito tutti che prima o poi sarebbe toccato anche a noi festeggiare e l’appuntamento con il successo, fin dal sorteggio del primo turno di Coppa delle Coppe, era stato fissato per il 19 maggio del 1999, al Villa Park di Brimingham. Arrivare a quell’ultimo atto non fu però un’impresa facile. Anzi. Anche a causa dell’assenza di Nesta e Vieri, costretti a saltare per infortunio la prima metà della stagione. Il pareggio in casa contro il Losanna al primo turno in una partita giocata 90 minuti in 10 (espulsione di Stankovic e rigore parato da Marchegiani) e qualificazione sofferta grazie al 2-2 firmato Salas-Conceicao in Svizzera. Lo 0-0 in casa con il Partizan e la qualificazione ottenuta andando a vincere 3-2 nell’inferno di Belgrado con Stankovic (ex capitano della Stella Rossa) nelle vesti di mattatore. Poi la doppia passeggiata contro il Panionios (7-0 il computo finale, con addirittura il nome di De La Pena tra i marcatori) e infine il doppio pareggio con il Lokomotiv Mosca (1-1 in Russia e 0-0 in casa) decisivo per staccare il biglietto per Birmingham, dove tutti pensiamo di trovare il Chelsea di Vialli e invece a spuntarla nell’altra semifinale è, a sorpresa, il Maiorca allenato da Hector Cuper.

Ricordo la fila all’Olimpico per prendere i biglietti, la voglia di partire e di mettere le mani su quella Coppa delle Coppe ma con la testa di tutti rivolta a quello scudetto che sembra oramai a portata di mano, quasi scontato. Poi, la botta di Firenze, il sorpasso del Milan alla penultima giornata, lo scudetto svanito e il sogno andato in frantumi. Dopo quel sabato di Firenze, ricordo che rimasi due giorni senza parlare, con la morte nel cuore e quel biglietto per Birmingham tra le mani e la tentazione di regalare tutto a qualcuno. A spingermi ad andare in Inghilterra, fu la “compagnia dell’anello”, quel gruppo di folli con cui ho girato per anni in lungo e in largo l’Italia e l’Europa al seguito della Lazio: da Campobasso a Cava dei terreni, fino a Parigi e al Delle Alpi per alzare la Supercoppa italiana in faccia alla Juventus nella prima sfida di quell’incredibile stagione 1998-1999. Il viaggio per Londra con un volo charter organizzato da Enza, quella bandiera bianca e blu con la scritta Irriducibili che conservo ancora e che è passata di padre in figlio (e ora è il “portafortuna” di Francesco), l’arrivo a Londra il giorno prima, il giro dei pub, il tour della città la mattina dopo e poi quel viaggio verso Birmingham in cui, tra battute, scherzi e sbronze colossali, ho ritrovato il sorriso e la voglia di parlare. Anche se nonostante il sorriso ritrovato Firenze resta una spina conficcata nel cuore.

A Birmingham, segno del destino, mi ritrovo nello stesso B&B in cui alloggiano due miei collegi di TMC. Senza dirci nulla e organizzando due viaggi completamente diversi, ci siamo ritrovati sotto lo stesso tetto. E per chi come me crede nel destino e va a caccia di segni, quello era un presagio di vittoria. Come l’incontro casuale con Michele Plastino in un vicolo di Napoli la domenica di Lazio-Campobasso. Lo so, sembra una follia, ma solo chi è tifoso e vive con la scaramanzia come compagna di viaggio (al punto da indossare magari per tutta la stagione la stessa camicia, lo stesso golf, lo stesso giubbotto, le stesse scarpe e perfino gli stessi pantaloni e mutande perché portano bene) può capire di cosa parlo.

Partendo (decisamente alticci) per il Villa Park e chiedendo indicazioni per lo stadio, ci ritroviamo davanti al St Andrew’s, lo stadio del Birmingham City. Poi neanche ricordo come, riusciamo ad arrivare al Villa Park, dove regna il caos più assoluto e dove solo i cavalli e i poliziotti che li cavalcano sono sobri. Altri incontri casuali, altri abbracci, poi la lunga fila per entrare dentro lo stadio, da dove arrivavano cori e canti che partivano dal bar interno per estendersi poi alle tribune. Non potrò mai dimenticare l’ingresso nello stadio. È stato come entrare in un tempio, con quelle tribune a picco sul campo, i giocatori che si possono quasi toccare e quella marea di laziali situati in ogni settore, tranne che in quel piccolo spicchio di Villa Park colorato di rosso e occupato dai tifosi del Maiorca nella piccola gradinata opposta alla nostra. Vedendoli, così pochi in rapporto alla marea di laziali, ho avuto una sorta di déjà vu: mi è tornato in mente il San Paolo il giorno di Lazio-Campobasso, con i 30.000 e passa laziali sugli spalti da una parte e quelle poche migliaia di tifosi del Campobasso dall'altra. E come quella volta, ho pensato: “Non possiamo perdere, se esiste un Dio del calcio, oggi dobbiamo vincere noi”. E così è stato, ma come sempre avviene nella storia della Lazio, per approdare in Paradiso siamo dovuti passare per l’Inferno e il Purgatorio.

Il gol di Vieri dopo pochi minuti, segnato proprio sotto la nostra gradinata, sembra il via ad una cavalcata trionfale, invece la rete di Dani dopo appena tre minuti ci spalanca le porte dell’Inferno e fa riapparire i fantasmi di Firenze e il timore di una nuova beffa. La Lazio in campo fatica, perché in troppi hanno dato tutto e come è successo anche l'anno prima sono arrivati senza benzina alla meta. Vieri con il turbante insanguinato sembra un novello Piola, un centravanti d’altri tempi come quelli dei racconti dei nonni sulla Lazio degli anni trenta e quaranta, di quei giocatori che restano in campo anche se feriti o infortunati perché non esistono le sostituzioni. Quando la partita sembra oramai avviata verso i tempi supplementari, ecco che succede un qualcosa di imprevisto e di insolito nella storia della Lazio. Nesta e Marchegiani ci salvano un paio di volte e su un pallone gettato verso l’area Vieri salta, il pallone finisce dalle parti di Nedved che, spalle alla porta, si gira e scarica su quella sfera tutta la rabbia accumulata in quelle settimane: il pallone finisce in rete e il boato è di quelli indimenticabili, come l’esultanza. Ci ritroviamo file e file sotto i nostri posti, trascinati giù da quel mare in tempesta, affogati in un’orgia di felicità fatta di abbracci e di lacrime. Poi quei minuti interminabili prima del triplice fischio di Benko e l’inizio di una festa lunghissima, indimenticabile.

Quel “we are the champions” urlato fino a far saltare le corde vocali, la premiazione, poi le telefonate a casa. Non a genitori e parenti, ma agli amici romanisti e a quel povero Franco Sensi (che ci aveva augurato di perdere tutto…) bersagliato di chiamate fino a notte fonda. NOI CAMPIONI OLTREMANICA, VOI IN CANOTTA A TORVAIANICA...

La cena del trionfo, va in scena in un ristorante spagnolo di Birmingham, scelto appositamente (e per scaramanzia) prima della partita. Canti e cori fino a notte fonda, con la gente che ci guarda, sorride alle battute in dialetto romano e si unisce ai cori. Poi il lungo e lento viaggio fino a Londra, con tappa vicino a Silverstone, in una locanda meravigliosa per un’altra mangiata e, soprattutto, per l’ennesima bevuta. Ricordo che, non so come, alla fine ci siamo ritrovati tutti sdraiati sul prato che c’è dietro al locale, con le bandiere conficcate nel terreno come facevano gli antichi romani quando piantavano a terra gli stendardi con l’emblema dell’aquila a simboleggiare la conquista del territorio. Le foto di quell’avventura, come la bandiera e quel fratino indossato per tutta la partita che ci ha reso parte di una scenografia vivente, ce l’ho conservati gelosamente a distanza di 21 anni in un cassetto, insieme al biglietto della partita e a quella prima pagina a colori del Birmingham Post che titola a tutta pagina: FORZA LAZIO. Nella foto che campeggia in copertina ci sono l’immagine della Coppa, il volto insanguinato di Vieri e l’abbraccio tra Bobo e Nedved, i due eroi di quella notte inglese, indimenticabile.

Quello del 19 maggio del 1999 è il primo trionfo (ufficiale...) di una squadra romana in Europa, ed è firmato Lazio! Quel successo non è un punto d'arrivo, ma solo un preludio del trionfo a Montecarlo contro il Manchester United a fine agosto e di un’annata straordinaria chiusa con la conquista dello scudetto e della Coppa Italia. Quattro trofei in appena 12 mesi… E la cosa assurda, tipicamente laziale, è ascoltare o leggere a distanza di 21 anni di laziali che disconoscono quegli anni o che criticano l’artefice di quei trionfi: Sergio Cragnotti, l’imperatore, messo in discussione e accusato di aver rovinato la Lazio. Solo noi laziali possiamo fare una cosa del genere, solo noi laziali possiamo essere così autolesionisti, solo noi laziali possiamo abbattere così le statue degli idoli del passato...




Accadde oggi 07.08

1957 Nasce a Pescate (LC) Roberto Tavola
1990 Trossingen - Trossingen-Lazio 0-7
1991 Saint Vincent - Lazio-Cecoslovacchia 1-1 - Memorial Pier Cesare Baretti
1992 Bayer Leverkusen-Lazio 2-1
1999 Cadiz, - Betis Sevilla-Lazio 2-2 (6-4 dcr)
2004 Manchester - Manchester City-Lazio 3-1
2005 Fiuggi, Fiuggi-Lazio 0-11
2009 Muore a Treviglio (BG) Orlando Rozzoni
2010 Fiuggi - Stadio Campo i Prati - Triangolare Lazio-Latina-Sora

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/06/2020
 

408.999 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,576
Variazione del +1,81%