18 Maggio 2017

Squadra e tifosi ci sono, la società?
di Stefano Greco

Non c’è e non ci può essere delusione dopo una partita come quella di ieri, perché quando perdi contro un avversario nettamente superiore (e senza guardare i trofei vinti dalla Juve negli ultimi anni, basta fermarsi ai risultati negli contri diretti tra noi e loro per capire che differenza c’è…), puoi solo applaudire e pensare a come puoi crescere, a cosa devi fare per ridurre un gap tecnico evidente, lampante. Un gap che non sarebbe certo svanito d’incanto neanche se la Lazio facendo la partita perfetta avesse alla fine alzato al cielo quella Coppa Italia. Perché sarebbe stata un’illusione, né più né meno come quella Supercoppa d’Italia vinta anni fa a Pechino contro l’Inter di Mourinho che si apprestava a vincere tutto. Già, perché per chi ha la memoria corta, dopo quel trionfo in Cina la Lazio rischiò addirittura di retrocedere, mentre quell’Inter andò a vincere a mani basse campionato, Coppa Italia, Champions League e Coppa Intercontinentale.

Non faccio questo discorso oggi per distruggere, anzi, proprio il contrario. Perché per far sì che la serata di ieri sia un punto di partenza e non l’ennesima occasione persa, bisogna imparare dagli errori commessi in passato. Da tutti, sia chiaro. Ma la notte dell’Olimpico ha dimostrato che tifosi e squadra ci sono, che c’è un gruppo che può crescere e che ha alle spalle una tifoseria da grandissimi palcoscenici: anche fuori dai confini nazionali. Perché lo spettacolo visto ieri sera all’Olimpico, in uno stadio stracolmo nonostante i prezzi folli, non è stato da meno di quello che si vedrà tra qualche settimana a Cardiff, quando la Juventus si giocherà la Champions League contro il Real Madrid. Squadra e tifosi ci sono, ora tocca alla società rispondere presente, dimostrare di essere all’altezza delle ambizioni e delle potenzialità di questa piazza. Perché, se qualcuno se ne fosse dimenticato, questa è Roma, non una provincia dell’Impero…

La Lazio deve voltare pagina. E può farlo solo con un cambio radicale di strategia, perché a quanto pare noi non possiamo neanche sognare un cambio di gestione, di proprietà. La Lazio deve voltare pagina e subito: perché il futuro va costruito oggi, perché sappiamo benissimo che in queste settimane in altre piazze si lavora per crescere o per costruire grandi squadre, con investimenti importanti fatti con la prospettiva di poter mettere le mani su uno di quei quattro biglietti che nella prossima stagione garantiranno l’accesso diretto alla Champions League. Quindi, al vero bottino. Quindi, guai a provare anche solo a ripetere che “questa squadra è difficilmente migliorabile”, oppure che “eventuali innesti potrebbe alterare gli equilibri del gruppo”. Perché sono balle. La Juventus due anni fa dopo aver sfiorato la Champions League ha venduto Tevez e Pirlo, l’anno scorso dopo aver vinto il quinto titolo ha ceduto Pogba e Morata facendo una mezza rivoluzione, ma la società ha rinforzato la squadra partendo da dei punti fermi. Ecco, i punti fermi di questa Lazio dovrebbero essere De Vrij, Biglia, Parolo, Milinkovic-Savic, Felipe Anderson, Immobile e Keita, ovvero i giocatori che hanno dimostrato di essere in grado di fare la differenza quando sono in campo e di brillare per la loro assenza quando per qualsiasi motivo non ci sono. Tutti gli altri, sono buoni giocatori ma sono sacrificabili, sostituibili, buone pedine di scambio (Berisha e Cataldi in testa) per arrivare a giocatori importanti. Questa non è una squadra che deve essere rifondata come la Lazio che vinse la Coppa Italia nel 2013, questa è una squadra giovane che ha bisogno solo di pochi e mirati ritocchi per diventare il prossimo anno quello che è stato il Napoli quest’anno. E tocca alla società fare le scelte giuste. Senza mettere scuse, senza scaricare le colpe su giocatori mercenari o procuratori senza scrupoli, perché quelli ci sono ovunque: basta pensare a Pogba e Raiola, gestiti entrambi alla perfezione e con grande profitto da una grande società qual è oggi la Juventus.

Senza offesa per nessuno, si può dire che chi ha in mano oggi le sorti di questa società è già andato (a livelli di risultati) ben oltre a quelle che sono le sue possibilità economiche? Perché al di la delle promesse e delle dichiarazioni roboanti del passato su assalti allo strapotere del Nord, noi abbiamo le prove che con Lotito alla guida della società non potremo mai fare quel salto di qualità che mai come oggi è a portata di mano. Non bisogna avere la palla di cristallo per leggere il futuro, basta voltarsi indietro e ricordare il passato. Oppure, basta dare un’occhiata ai numeri, al bilancio e al fatturato della Lazio. Per far crescere questo gruppo servirebbero un paio di top player, anche colpi a parametro zero ma come Khedira e Dani Alves, non come Novaretti e Leitner o Ederson, tanto per capirci. È arrivato il momento di investire, di lanciare un segnale preciso alla piazza e a tutto il mondo del calcio. Ma di soldi da investire questa Lazio non ne ha. Basta guardare il bilancio per capire che non ci sono i mezzi per fare un mercato da protagonisti. E le grandi squadre non si costruiscono vendendo ogni anno uno dei pezzi migliori per finanziare il mercato, le grandi squadre si costruiscono tagliando i rami secchi, tenendo tutti i giocatori più importanti e aumentando il tasso tecnico e la competitività della rosa con nuovi arrivi. E questo lo puoi fare solo se alle spalle hai una proprietà che ha mezzi, qualcuno che può investire senza dover fare sempre i conti con il bilancino, oppure senza dover puntare tutto su qualche scommessa.

Claudio Lotito ha fatto un grande lavoro e non ho nessun problema a scriverlo o ad ammetterlo, perché sono i fatti a dimostrarlo. Ha risanato la società puntando sulla sua abilità di tagliatore di teste e di costi, la cosa che sa fare meglio nella vita. Claudio Lotito è anche un uomo molto fortunato e questo è un valore aggiunto, perché se Sergio Cragnotti avesse avuto solo un terzo della fortuna di Lotito la Lazio in quel periodo a cavallo tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo millennio avrebbe vinto almeno il doppio e tutto quello che c’era da vincere, Champions League compresa. Ma Claudio Lotito ha dei limiti economici evidenti, dei confini che non potrà mai superare. Non per sua colpa, ma perché che gli piaccia o no è così. Perché che gli piaccia o no alla fine bisogna essere per forza di cose degli Agnelli, dei Berlusconi o dei Moratti per vincere. E lui non è non potrà mai essere all’altezza (a livello economico) di questi personaggi. Come non potrà mai essere all’altezza di Sergio Cragnotti, perché non ha mai investito un euro di tasca sua nella Lazio, tranne la cifra che ha messo sul piatto all’inizio per prendersi la Lazio. Claudio Lotito era perfetto per la Lazio del 2004 come è perfetto ora per il progetto-Salernitana, per portare una piazza di provincia ma dalle grandissime potenzialità sul palcoscenico più importante. A Roma e con la Lazio ha fatto il massimo di quello che poteva fare, forse anche di più, quindi ora si trova ad un bivio: o trova i mezzi per incrementare il fatturato della Lazio, magari facendo anche un investimento personale su questo progetto, oppure deve fare l’imprenditore vero, quello che una volta raggiunto il top passa alla cassa per far fruttare l’investimento fatto. Ma per far sì che questo avvenga, chiaramente, ci deve essere un’apertura, la porta aperta a un eventuale investitore pronto a mettere sul tavolo una proposta importante, ufficiale, di quelle che non possono lasciare dubbi sui mezzi del personaggio e sulla sua volontà e la possibilità di far fare alla Lazio il salto di qualità. Spetta a chi ha in mano il 67% della Lazio decidere cosa fare, perché con quel pacchetto di azioni in mano è lui l’unico arbitro del destino di questa società e di questa piazza.

Qui non c’è da sollevare una piazza o da fare guerra a qualcuno, ma di scegliere che cosa fare della Lazio. Perché questa società sarà pure sua al 66,7%, ma la Lazio non è né una ditta di pulizie né una società di vigilanza, è un patrimonio della gente che c’era prima dell’arrivo di questa proprietà e che ci sarà anche quando Lotito sarà solo un ricordo. Piacevole o spiacevole, questo dipende dai punti di vista.

Che piaccia o no, la realtà è che tra questa gestione e gran parte della piazza non solo non ci sarà mai amore, ma che ci sarà una convivenza pacifica solo in caso di risultati positivi della squadra. E basta vedere il sali e scendi della contestazione dal 2009 a oggi per sapere che cosa ci riserva il futuro. Perché gli strappi sono stati troppi e laceranti per sperare di poter ricucire con una buona stagione le ferite di questi 13 anni. Perché le fratture sono talmente ampie e profonde da rendere impossibile eliminare crepe che con il tempo si sono trasformate in voragini. Perché nella vita, a volte, per ripartire veramente l’unica possibilità è voltare pagina. Giusto o sbagliato che sia, è così. E non può essere una coppa alzata al cielo o una grande stagione la medicina in grado di guarire tutti i mali. Il trionfo del 2013 nella finale contro la Roma sta lì a dimostrarlo in modo chiaro e inequivocabile, visto che pochi mesi dopo quel trionfo è andata in scena in occasione di Lazio-Sassuolo la contestazione più dura mai vista nella storia di questo club. E anche se in molti fanno finta di niente, sappiamo benissimo tutti che l’Inzaghi osannato oggi correrà il rischio di fare la stessa fine che hanno fatto prima di lui Reja, Petkovic e Pioli, i salvatori momentanei della patria caduti in disgrazia quando, dopo aver ottenuto un grande risultato, non sono riusciti a imporre alla società la volontà di crescita loro e della piazza, quel cambiamento fondamentale per far fare alla squadra quel salto di qualità in grado di dar corpo alle ambizioni della gente laziale.

Tutto questo lo scrivo oggi, a costo di essere per l’ennesima volta impopolare. Ma le serate come quella  di ieri sono un punto di partenza, non un punto di arrivo. La base su cui costruire un futuro diverso. Squadra e tifosi hanno dimostrato di esserci, ora tocca alla società dimostrare di essere all’altezza di un gruppo che quest’anno ha fatto miracoli e di una tifoseria che, nei momenti importanti, da sempre risponde PRESENTE! Non so gli altri, ma per quel che mi riguarda io sono qui, alla finestra, in attesa di vedere che cosa decide di fare da oggi al 31 agosto il vero e unico arbitro del destino della Lazio…




Accadde oggi 21.11

1926 Roma, campo Rondinella - Lazio-Casertana
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Ambrosiana 1-3
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Bologna 8-2
1952 Nasce a Scorzè (VE) Pietro Ghedin
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Pro Patria 2-0
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Monza 2-0
1979 Torino, - Torino-Lazio 0-0
1982 Foggia, stadio Pino Zaccheria – Foggia-Lazio 0-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 4-1
2004 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 2-1
2010 Parma, stadio Ennio Tardini - Parma-Lazio 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/11/2017
 

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