17 Maggio 2017

Quelle notti in cui conta solo VINCERE!
di Stefano Greco

Fin da bambino, ho sempre amato alla follia le coppe, molto più del campionato. Perché per poter competere per vincere lo scudetto, bisogna avere mezzi che la Lazio non aveva nella seconda metà degli anni Settanta e che non ha oggi. In Coppa, invece, tutte è possibile, perché come nel ciclismo e nelle classiche (o ai mondiali o alle Olimpiadi), nelle corse di un giorno tutto può succedere. E questo vale anche in Coppa, specie ora che le grandi per arrivare fino in fondo devono giocare e vincere al massimo 4 partite. Quindi, la Coppa ti offre la possibilità di vincere, di coronare il sogno di ogni tifoso: alzare al cielo un trofeo, di immaginare e sperare di poter vincere anche contro questa Juventus che si appresta a vincere lo scudetto e a giocare la seconda finale di Champions League nel giro di 3 anni. Sulla carta, logica e numeri alla mano, non c’è partita, non c’è storia, ma in una notte di Coppa non c’è nulla di scritto e di stabilito in partenza.

La notte della vigilia di un tifoso, quindi, è quella dei sogni e delle speranze: quella in cui tutto è possibile, quella in cui sei tu il creatore e il regista delle immagini che scorrono nella mente perché altro non sono che le proiezioni dei tuoi desideri, quella in cui i desideri diventano realtà. Poi arriva il giorno, quella luce accecante che fa svanire tutto, che spegne come un interruttore il sogno e ti riporta alla realtà, in attesa della notte e di quella luce dei riflettori che ti aiuta, almeno per 90 minuti, a riprendere il sogno. Sono queste le sensazioni che si vivono prima di ogni finale. E noi lo sappiamo bene, perché da quel 29 aprile del 1998, questa è la sedicesima finale della Lazio, la sedicesima vigilia di sofferenza e sogno. Più di sogno che di sofferenza, visto che quelle 15 vigilie precedenti hanno portato a ben 10 trofei alzati al cielo, in Italia e in Europa, e a soli 5 sogni che non si sono tramutati in realtà.

Fa impressione leggere questi numeri pensando a quello che era stata la Lazio prima di quel 29 aprile del 1998, con due sole finali di Coppa Italia giocate (una vinta e una persa, sempre contro la Fiorentina) in quasi un secolo di storia. Da allora, 6 finale di Coppa Italia (tutte vinte, prima dello scivolone del 2015 proprio con la Juventus…), 6 di Supercoppa d’Italia (3 vinte e 3 perse), più una finale di Coppa delle Coppe e di Supercoppa d’Europa vinte (contro Maiorca e Manchester United) e una di Coppa Uefa persa a Parigi contro l’Inter. Diciassennove anni fantastici per chi ha vissuto tanta Lazio prima di quell’aprile del 1998, passando per uno scudetto ma anche sotto le forche caudine di spareggi o di partite come Lazio-Vicenza in cui in palio non c’era un trofeo da alzare al cielo ma la sopravvivenza, la possibilità di continuare a chiamarsi ancora Lazio. Guardandosi indietro, quindi, questa può essere considerata una sorta di “golden age”, di età dell’oro per una società che grazie al calcio moderno (e ai soldi garantiti dalle tv che hanno scavato un solco tra le grandi e le altre) ha potuto mettere a frutto quel vantaggio innegabile di avere alle spalle una grande piazza, che la fa essere grande anche economicamente (pur con tutti i limiti di gestione e di incapacità di generare soldi di chi guida ora la Lazio) oltre che virtualmente figlia primogenita (dal punto di vista anagrafico…) della Capitale.

Ma la gestione societaria e tutto il resto sono tutti discorsi che lasciano il tempo che trovano, che chi è veramente tifoso mette sempre e comunque in secondo piano perché il tifo lo porta a farsi andare bene tutto (o quasi tutto…) davanti alla possibilità di vincere, di veder alzare al cielo un nuovo trofeo, di poter festeggiare e vedere una coccarda tricolore su quelle maglie biancocelesti il prossimo anno. E con la certezza che ci sarà una diciassettesima finale, perché questa è solo il primo atto della sfida con questa Juventus che incroceremo di nuovo in estate e per la quarta volta consecutiva, anche se a causa dell’incapacità di chi dirige il nostro calcio di programmare e prevedere ancora non si sa né quando né  dove si giocherà la finale di Supercoppa d’Italia.

Il tifoso si fa andare bene (quasi) tutto dicevo, perché il tifoso alla fine vuole solo vincere. È  questo che gli interessa per sentirsi per una notte padrone della città, per poter dimenticare per qualche ora o per qualche giorno tutto il resto: soprattutto il tran-tran di una vita che ti schiaccia tra mille pensieri e problemi economici. Solo questo vuole il tifoso: VINCERE! E vale anche per il tifoso laziale, perché anche se da sempre ci consideriamo, orgogliosamente, diversi dagli altri, alla fine lo siamo solo fino ad un certo punto. Perché l’onda dell’entusiasmo causata dall’incredibile stagione disputata da Inzaghi e dai suoi ragazzi, ha spazzato via come uno tsunami polemiche e contestazioni: un qualcosa che era difficile solo poter immaginare un anno fa di questi tempi o l’estate scorsa dopo il caos-Bielsa. Perché questo è il calcio, perché questo è il tifo. Perché se sei tifoso nell’animo, non puoi essere al tempo stesso passionale e razionale, per il semplice motivo che tifo e logica fanno pugni. Perché la coerenza è una gran cosa nella vita, ma se la porti avanti con una sciarpa al collo rischi di essere scambiato per una sorta di talebano. E forse è giusto così. Perché in una vita già pesante servono anche questi momenti di leggerezza, di spensieratezza, di sogno che prende a pugni la logica e la realtà.

Per questo nelle ore di questa nottata che ci siamo appena messi alle spalle, tutti o quasi hanno fatto un sogno legato in qualche modo a questa sera, perché chi più e chi meno quasi tutti sono andati a letto pensando a questa sfida con la Juventus, a questa appuntamento all’apparenza impossibile in cui la Lazio si gioca tutto: non solo un trofeo, ma il lavoro di una stagione e, probabilmente, anche un gran bel pezzo di futuro. Perché nel calcio moderno dominato dalle tv, sono i soldi dei premi e delle manifestazioni a cui partecipi a fare la differenza. Basta pensare alla Lazio, che grazie a questa annata la prossima stagione partecipando alle coppe europee incasserà da un minimo di 7 ad un massimo di 25 milioni di euro, con la possibilità di vincere l’Europa League e di entrare in Champions anche senza arrivare tra le prime 4 nel prossimo campionato. E 25 milioni di euro sono una cifra immensa per la Lazio, un quarto dell’intero fatturato di questa società.

Soldi e passione, quindi, si mischiano, perennemente, in un cocktail che stordisce e che ha portato in tanti a spendere 120 euro per un biglietto di Tevere pur di vivere allo stadio questa notte. Con 120 euro, una famiglia normale ci fa la spesa per una decina di giorni, ma questi sono discorsi razionali che oggi perdono (quasi) ogni significato. Perché altrimenti oggi l’Olimpico dovrebbe essere vuoto, con un palcoscenico deserto per uno spettacolo venduto a peso d’oro senza neanche avere certezze di date e di orari d’inizio dell’evento. Sì, perché l’approssimazione che regna oramai sovrana nei palazzi in cui si riuniscono coloro che governano il calcio italiano, con la Juventus in ballo per il gran ballo di Cardiff, si sono venduti biglietti con una doppia data di finale: o oggi o il 2 giugno, con gente che ha acquistato il biglietto (a peso) d’oro e non potrà né essere presente né rivenderlo, perché nel calcio moderno i biglietti sono nominali e quindi non cedibili. In tanti hanno deciso a scatola chiusa e solo in pochi hanno scelto di non piegarsi, visto che nonostante i prezzi e la data incerta oggi l'Olimpico espone il cartello del tutto esaurito, con 3,5 milioni di euro d'incasso. Per la gioia di chi guida questo carrozzone miliardario, gente che pensa solo a dividersi il malloppo, incapace di programmare e di preoccuparsi di chi questo calcio lo manda avanti portando (attraverso gli abbonamenti alle paytv e all’acquisto di biglietti e abbonamenti) i soldi che mandano avanti il carrozzone: i tifosi. E quella gente meriterebbe un minimo di rispetto. Meriterebbe almeno calendari e orari certi in cui si gioca, senza dover fare lo slalom tra spostamenti ordinati dai prefetti o da eventi esterni che finiscono con provocare altro caos e polemiche. Avere la certezza di dove, quando e a che ora si giocare dovrebbe essere il minimo sindacale, ma in Italia anche questo oramai è un lusso. Anche per colpa nostra, perché pur di esserci in queste occasioni il tifoso ingoia qualsiasi cosa: prezzi folli e calendari assurdi.

Già, perché davanti alla passione, al brivido che ti regala la vittoria e il sogno che accompagna le note di un inno o la musica di “We are the champion” quando in mezzo a quel mare di coriandoli colorati vedi il tuo capitano alza al cielo l’ennesimo trofeo, tutto passa in secondo piano. Sono arrivato alla fine e non ho parlato di calcio giocato, di moduli e formazioni, di recuperi in extremis, di chi c’è e di chi sarà costretto a restare alla finestra, perché come ho scritto all’inizio tutto questo oggi conta sì, ma fino ad un certo punto. Perché quando ci si gioca tutto in 90 (o 120) minuti, alla fine conta solo VINCERE! E da questo punto di vista, da quel 29 aprile del 1998 noi, al contrario di altri che chiacchierano e basta, abbiamo vinto tanto, tantissimo!




Accadde oggi 21.11

1926 Roma, campo Rondinella - Lazio-Casertana
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Ambrosiana 1-3
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Bologna 8-2
1952 Nasce a Scorzè (VE) Pietro Ghedin
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Pro Patria 2-0
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Monza 2-0
1979 Torino, - Torino-Lazio 0-0
1982 Foggia, stadio Pino Zaccheria – Foggia-Lazio 0-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 4-1
2004 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 2-1
2010 Parma, stadio Ennio Tardini - Parma-Lazio 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/11/2017
 

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