16 Maggio 2017

L'ultima panchina del "Maestro"...
di Stefano Greco

Il “Maestro” ha l’aria stanca e il volto tirato: stravolto dalla tensione e dall’emozione, ma anche da quel dolore fisico che lo tormenta da quando quel male bastardo si è riaffacciato e, questa volta, senza lasciare spazio alla speranza. Il “Maestro” dovrebbe restare a casa a curarsi, a godersi il sole di Roma e la sua splendida famiglia, invece è ancora lì seduto in panchina, in prima fila, pronto a guidare come fa un vero comandante il suo plotone all’ultimo disperato assalto: la conquista della salvezza. Il “Maestro” si sente solo, quasi abbandonato, perché di quella squadra che aveva stupito il mondo conquistando appena 24 mesi prima uno scudetto storico è rimasto solo il nome e il colore delle maglie: Long John è appena volato a New York per non tornare più (almeno come giocatore); Frusta, Tufello (Oddi) e Pedro (Petrelli) sono stati ceduti; ci sono ancora Felix (Pulici), il Padrino (Wilson), Cecco, il Comandante (Martini…) e Garla, ma non sono gli stessi del 1974. Il faro è Vincenzino (D’Amico) e le speranze di salvezza della Lazio sono riposte nelle mani sapienti del “Maestro” e nei piedi di un ragazzino di 19 anni che risponde al nome di Bruno Giordano, sfrontato come sanno essere solo i trasteverini veraci. Talmente sfrontato, da non accusare il peso dell’eredità di quella maglia numero 9 che il “Maestro” gli mette sulle spalle dopo la fuga di Long John.

“La mia fortuna”, mi racconta Bruno in una lunghissima intervista a cuore aperto parlando di quella stagione e del suo rapporto con Maestrelli, “è  stata quella di avere 19 anni e l’incoscienza di quell’età, tipica di un ragazzino. Non ho avvertito troppo né la pressione né il carico di responsabilità, perché non ho fatto quasi a tempo ad accorgermi di quello che stava succedendo. Anche perché Maestrelli è stato bravissimo sia nel gestire me che la situazione in generale. A 30 anni sarebbe stato probabilmente drammatico indossare dall’oggi al domani la maglia numero 9 di Chinaglia, abbandonata così, in quel modo, da chi l’aveva fatta diventare leggendaria. Con l’aggiunta della responsabilità di dover trascinare la Lazio in salvo in una situazione ambientale disastrosa e con Maestrelli che stava nuovamente male e si vedeva: lo percepivamo tutti che c’era qualcosa che non andava, anche se lui e il dottor Ziaco cercavano in tutti i modi di nascondere la verità”.

Già, il “Maestro” sa che il futuro gli sta sfuggendo tra le mani, ma usa quella panchina, il calcio e l’energia dei suoi ragazzi per restare disperatamente aggrappato alla vita. E, chiaramente, alla sua Lazio. Sì, perché la Lazio è molto più di una società o di un posto di lavoro per Tommaso Maestrelli e Roma non è una tappa, ma il porto d’approdo scelto per far crescere i suoi figli. Con in testa quei due gemelli che adora e che lo seguono passo dopo passo da sempre. Maurizio e Massimo, Massimo e Maurizio, così diversi dal punto di vista caratteriale come sono simili e indistinguibili fisicamente a prima vista. Insieme al figlio di Gigi Bezzi (l’amico e il consigliere di sempre Maestrelli), quei ragazzi scorrazzano felici a Tor di Quinto, recitando alla perfezione il ruolo delle mascotte.

Ma i tempi allegri dello scudetto sembrano lontani anni luce in quel 1976 che annuncia una tempesta imminente: quella del terrorismo, degli anni di piombo. A Roma, la paura di rapine e rapimenti si mischia con quella di una retrocessione che avrebbe dell’incredibile e del catastrofico. E il rischio di precipitare è enorme, perché quella che Long John lascia a tre domeniche dalla fine del campionato è una Lazio relegata in fondo alla classifica e che cammina pericolosamente sull’orlo del baratro, attesa per giunta nelle ultime tre giornate da due trasferte e una sfida in casa con il Milan: ed e obbligata a fare almeno 3 o 4 punti per salvarsi. E per farli, può contare solo sull’estro di Vincenzino, sull’esperienza del “Maestro” e sull’incoscienza di Giordano.

“Maestrelli era un allenatore straordinario, perché vedeva il calcio come pochi. Fuori dal comune, perché a questa abilità abbinava anche delle doti umane incredibili. Perché a lui bastava guardarti negli occhi per entrarti in testa, per capire cosa provavi e cosa pensavi. Era un rapporto fatto di sguardi più che di parole e lui trattava ogni giocatore in un modo diverso. Non per favoritismo, per simpatia o antipatia, ma perché ognuno di noi aveva bisogno di essere preso per il verso giusto per rendere al massimo. Ricordo il giorno in cui mi diede ufficialmente la maglia numero nove, il 2 maggio 1976, negli spogliatoi dello stadio di Firenze. Non mi disse nulla ma, guardandomi negli occhi, capì che ero teso. All’epoca il riscaldamento non si faceva in campo, ma nei corridoi degli spogliatoi, con il rumore dei tacchetti sul marmo o sul pavimento che nel silenzio generale aumentava la tensione del momento. Ricordo che, all’improvviso, mi chiamò e mi disse: ’Bruno, mettiti la cuffia che c’è Sandro Ciotti che ti deve parlare per un’intervista alla radio’. Mancavano venti minuti all’ingresso in campo, smisi di correre e mi misi la cuffia in testa cominciando a fare ‘pronto, pronto, sono Bruno Giordano…’, ma solo dopo un po’, vedendo Maestrelli che sorrideva insieme a Ziaco, capii che dall’altra parte non c’era nessuno e che lui aveva montato quella messa in scena per farmi sbollire un po’, per far calare la tensione. Risultato, entro in campo e dopo appena 8 minuti segno il gol che porta in vantaggio la Lazio. Anche in questo si vedeva la grandezza dell’uomo e dell’allenatore”.

Nonostante quel gol straordinario segnato da Bruno in mezza rovesciata, quella partita la Lazio la perde in modo rocambolesco, 4-3. La settimana dopo, Giordano segna di nuovo e la Lazio vince 4-0 con il Milan. La Lazio si ritrova a una giornata dal termine a pari punti con l’Ascoli ma con una migliore differenza reti. All’ultima giornata, però, deve andare a giocare a Como, contro una squadra staccata solo di due punti che, in caso di vittoria contro la Lazio e di sconfitta dell’Ascoli all’Olimpico contro la Roma, può conquistare ancora la salvezza. Insomma, quello che va in scena il 16 maggio 1976 sulle rive del Lago di Como (e non è un modo di dire, perché lo stadio sta a poche decine di metri dal Lago…) è un autentico spareggio.

Più di 5000 tifosi della Lazio salgono a Como con ogni mezzo, occupando un terzo di stadio. Ma, dopo poco più di un quarto d’ora, è dramma vero: la Lazio va sotto addirittura di due gol, tramortita dall’uno-due di Pozzato e Correnti, che segnano uno dopo l’altro nella porta situata sotto quello spicchio di stadio biancoceleste dove campeggia lo striscione “E DIO DISSE LAZIO”... In campo, il “Maestro” predica calma, invita tutti a ragionare indicando l’orologio per far capire che c’è tempo per recuperare. E il più incosciente di tutti decide di suonare la carica: al 20’, Giordano prende palla e a modo suo segna il gol del 2-1 che riaccende le speranze.

Durante l’intervallo, il clima è pesante all’interno degli spogliatoi. I giocatori camminano a testa bassa, perché l’Ascoli vince all’Olimpico contro la Roma e con quella sconfitta a Como la Serie B è veramente dietro l’angolo. Tutti si aspettano una sfuriata del “Maestro”, invece Tommaso parla con voce calma e decisa ai suoi ragazzi, cercando solo di tirare fuori da ognuno di loro quello che ha ancora da dare e anche quello che pensa di non avere più dentro. Il “Maestro” cerca di scuotere i suoi ragazzi, di farli reagire, ma lo fa a modo suo: senza alzare i toni perché capisce che la squadra è in difficoltà, quindi parla con tranquillità e con quel suo tono pacato ma deciso ai giovani e guardando dritto negli occhi i vecchi. Perché come ripetono a distanza di decenni i suoi ragazzi: “Tommaso parlava con gli occhi oltre che con la voce”.

All’inizio della ripresa arriva il 2-2 di Badiani ma quel boato resta quasi sospeso, perché quel gol consente di mettersi nuovamente alle spalle il Como ma è inutile, perché l’Ascoli sta vincendo per 1-0 all’Olimpico contro la Roma. Poi, all’improvviso, un altro boato scuote lo stadio, gli uomini della panchina della Lazio iniziano a saltare come molle e si uniscono all’esultanza dei 5000 saliti in riva al Lago di Como. Stefano Pellegrini, attaccante romano cresciuto nelle giovanili giallorosse, ha segnato il gol dell’1-1 che regala alla Lazio la salvezza. Gli ultimi minuti sono interminabili, al fischio finale di Agnolin non c’è esultanza perché tutti, in campo e sugli spalti, stanno ancora con l’orecchio incollato alla radiolina.

I giocatori si stringono intorno a Tommaso Maestrelli e quando arriva il risultato finale dall’Olimpico, la gioia si trasforma in lacrime. Il “Maestro”, con il volto tirato per l’emozione e segnato dal dolore, abbraccia tutti e piange, mentre viene portato in trionfo dai suoi ragazzi e dalle migliaia di tifosi che hanno invaso il campo da gioco. Sono passati due anni dalla conquista dello scudetto ma, per come è arrivata, quella salvezza vale come e forse anche più di un secondo tricolore.

Nel lungo viaggio di ritorno verso Roma, tutti pensiamo che quel piccolo miracolo sia solo l’inizio, il punto di partenza di una nuova avventura, di una squadra che sta rinascendo e che può contare sull’esperienza degli eroi dello scudetto, sulla maturità di Vincenzino e sulla voglia di sfondare il mondo di quel gruppo di ragazzi (Giordano, Manfredonia, Agostinelli, De Stefanis, Montesi) che Paolo Carosi sta guidando alla conquista dello scudetto Primavera. Invece, quella di Como è stata l’ultima panchina di Maestrelli, l’ultima curva prima del traguardo di una vita straordinaria e di quell’appuntamento con il destino da cui il “Maestro” non può sfuggire. Devastato dal male, Maestrelli lascia la sua Lazio a Luis Vinicio e se ne va, in punta dei piedi. Tommaso ci lascia il 2 dicembre del 1976, pochi giorni dopo la vittoria nel derby firmata da Giordano e dedicata da tutta la squadra che sfila in processione e in silenzio davanti al suo letto al “Maestro” morente, che oramai non ha più voce neanche per dire grazie ma che continua a parlare con gli occhi ai suoi ragazzi.  




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Accadde oggi 22.07

1923 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Genoa 0-2
1982 Presentazione del Marchio 1982
1997 Vigo di Fassa, Val di Fassa-Lazio 0-14
1999 Göteborg, stadio Nya Ullevi - Göteborg-Lazio 1-1
2001 Riscone di Brunico - Lazio-Sel. Alto Adige 8-0
2009 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Lazio-S.P.A.L. 2-1
2010 Auronzo, stadio Rodolfo Zandegiacomo Lazio-Feltrese 5-0

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DI PADRE IN FIGLIO
di Andrea Zandera

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 21/07/2017
 

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